Risorse Umane & Non Umane. Le Aziende Rinascono dalle Persone

Oggi, miei cari lettori, vi parlerò di un convegno intitolato “Risorse Umane e Non Umane. Le aziende rinascono dalle persone”, che si è tenuto a Verona il 25 settembre 2013 presso l’Hotel Crowne Plaza, organizzato da ESTE, la casa editrice per l’impresa da più tempo in attività in Italia, in quanto fondata nel 1955 da Pietro Gennaro, pioniere della consulenza di direzione, che per primo ha portato nel nostro Paese l’approccio scientifico di stampo anglosassone applicandolo agli studi sull’organizzazione aziendale.

Oggetto di questo ciclo di convegni sono due aspetti fondamentali nella quotidiana gestione di un’azienda: le risorse umane, cioè i collaboratori e le persone che, a vario titolo, lavorano nelle aziende e le risorse non umane, cioè le conoscenze, gli strumenti e la tecnologia che supportano le persone nel loro operato in favore dell’impresa.

Tra i vari relatori che si sono succeduti sul palco quelli che mi sono piaciuti di più sono stati nell’ordine: Marina Salamon, Presidente di Altana; Philip Vanhoutte, Managing Director EMEA della Plantronics; Emanuela Bertagna, Amministratore di InformaAzione e Cetti Galante, Amministratore Delegato di Intoo.

Marina Salamon, 55 anni, ha affrontato il tema della meritocrazia all’interno dell’impresa. Ha spiegato che nelle sue aziende si fa carriera solo per meriti personali, non ci sono membri della sua famiglia ed ha affermato i suoi figli non vi entreranno mai, ma eserciteranno solo il ruolo di azionisti. Questo è un concetto del tutto sconosciuto alla maggior parte delle aziende italiane dove il ruolo della famiglia è preponderante e dove si entra, spesso, per cooptazione in quanto parenti, amici, mariti, mogli, figli ed amanti del proprietario.

Il suo scopo come imprenditrice è quello di individuare le persone più meritevoli per una certa posizione e valorizzarne il lato imprenditoriale, che è presente in ognuno di noi in varie sfumature, in modo che l’azienda possa trarne il massimo dei benefici.

Nel corso della sua carriera questa regola, che si è autoimposta, è stata infranta una sola volta quando per amore del padre che vi lavorava acquistò Doxa, leader italiana nelle ricerche di mercato, e nella quale per un breve periodo lavorò anche il fratello. Da allora non ha mai più fatto eccezioni.

A parte il carisma della persona, che è riuscita a conciliare il ruolo di madre di quattro figli più uno in affido, e la sua semplicità quello che mi ha colpito del suo metodo è stato proprio il cercare di ottimizzare le caratteristiche di ogni suo manager favorendo così il lavoro di squadra.

Lei si comporta come quell’allenatore che valutate le qualità tecniche dei giocatori che allena li fa giocare ognuno nel ruolo più idoneo alle proprie caratteristiche ottenendo così il massimo della prestazione da tutti.

Philip Vanhoutte, che ha tenuto il suo discorso in inglese, ha parlato di Smarter Working. Con questo terminologia s’intende la rivoluzione che sta colpendo gli uffici. Infatti, con l’avvento della tecnologia mobile lo spazio di lavoro organizzato in modo tradizionale risulta superato ed inefficiente.

Lo Smarter Working dona libertà, favorisce il risparmio e salva il pianeta da una parte. Mentre dall’altra richiede che gli spazi lavorativi vengano ripensati in modo che siano funzionali e facilitino la collaborazione fra i dipendenti dell’impresa. Questo porta i professionisti a richiedere gli strumenti giusti per soddisfare le proprie esigenze ed aumentare la flessibilità.

La parte del suo discorso che più mi è piaciuta è stata quella in cui parlando del suo lavoro ha affermato che per essere più efficiente ha smesso da tre anni di guardare la TV, legge il giornale solo nei week-end, si rifugia in chiesa o in una sauna quando non c’è nessuno per favorire il flusso dei suoi pensieri e legge molti libri.

Va bene quindi l’uso massiccio della tecnologia nel proprio lavoro ma l’uomo non deve dimenticare la sua umanità e deve riappropriarsi dei propri spazi.

Altro spunto interessante è stato quello in cui si è parlato di due gruppi di lavoro all’interno della sua azienda che non hanno a capo un dirigente e si autogestiscono producendo ottimi risultati. Sarà questo il destino di molte business unit dell’impresa del futuro?

Emanuela Bertagna, invece, fin da subito ci ha mostrato le sue competenze nel campo della formazione. Infatti, per prima cosa ha fatto alzare in piedi tutto il pubblico in sala, dopodiché ci ha invitato a stringere la mano alla persona seduta davanti a noi e a quella che ci stava alle spalle, presentandoci. Questa azione oltre a catturare l’attenzione di tutti i presenti è stata propedeutica al suo discorso sulla gestione del cambiamento, che deve essere gestito con creatività.

Tre sono gli elementi da lei indicati come caratterizzanti la propria trasformazione:

  • Muoversi cioè mettersi in moto è la prima cosa da fare se si vuole avere successo;

  • Comunicare con gli altri, ma non solo. Infatti, con questo termine la relatrice intende anche il porre attenzione al grillo parlante che è in noi.

  • Avere successo cioè il fare accadere le cose che desidero partendo da una comune azione. 

Inoltre, ha aggiunto che le azioni che intraprendiamo per cambiare sono guidate dai nostri valori e, a volte, capita che i suddetti siano differenti da quelli aziendali. Ciò comporta una estraneazione da parte del dipendente. Compito del formatore in questo caso è quello di riallineare i valori interni a quelli esterni.

Infine ha specificato che individuare i valori aziendali è più facile in caso di aziende padronali.

Invece, nel caso di aziende in mano a fondi d’investimento la linea valoriale deve essere dettata dal management.

Mentre nella Pubblica Amministrazione i valori sono sostituiti dalla presa di coscienza del ruolo sociale della funzione pubblica. 

Cetti Galante ha raccontato la sua esperienza nel mondo dell’outplacement. Del suo discorso mi hanno colpito diversi aspetti.

Il primo aspetto è che se si perde il posto di lavoro non lo si deve nascondere a chi ci è vicino. Non bisogna vergognarsi di una situazione che può capitare a tutti e di cui non si ha colpa. Parlare della propria condizione aiuta a non sentirsi soli.

Oltre a ciò bisogna sempre avere un piano di riserva poiché il rischio di essere licenziati incombe su tutti.

Altro aspetto interessante da lei sottolineato è che, in realtà, in Italia il lavoro c’è. Il problema è che domanda ed offerta non s’incontrano. I giovani dovrebbero essere orientati verso studi tecnici e professionali. Ed all’università bisognerebbe privilegiare le discipline scientifiche rispetto a quelle umanistiche.

Gli adulti dal canto loro devono essere pronti a spostarsi geograficamente e ad abbandonare la cassa integrazione e la mobilità. Gli è capitato, infatti, nel corso della sua carriera di incontrare persone che non volevano seguire la formazione oppure volevano non essere disturbati con offerte di lavoro prima di aver esaurito il godimento della CIG.

A suo avviso l’outplacement dovrebbe essere reso obbligatorio seguendo la formula in vigore in altri paesi europei che prevede che chi rifiuta le proposte di lavoro una prima volta perda il 30% dell’indennità sostitutiva che li tutela, al secondo rifiuto tale decurtazione dovrebbe salire al 60% ed al terzo la tutela dovrebbe essere tolta del tutto.

Infine, i lavoratori che stanno perdendo il posto compresi in una fascia d’età dai 40 ai 60 anni non dovrebbero avere paura di aprire una posizione con P. IVA che è un ottimo modo per ricollocarsi sul lungo periodo.

L’ultimo consiglio che ha dato è quello di essere tenaci e non mollare mai.

Questi consigli dati da chi rappresenta una società che riesce nel giro di un anno a ricollocare il 90% delle persone a lei affidate sono da tenere in gran conto.

In conclusione l’aver partecipato a questo convegno mi ha arricchito e mi ha fatto incontrare diverse persone capaci ed interessanti. Consiglio quindi a tutti coloro che hanno il desiderio di ampliare i propri orizzonti di partecipare ad uno dei prossimi incontri. Il calendario lo trovate sul sito www.runu.it . Non ve ne pentirete.     

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