Frank Iodice: Breve dialogo sulla felicità

Oggi, mio caro lettore, ti propongo l’intervista che ho fatto a Frank Iodice, italiano, nizzardo d’adozione, autore del blog Articoliliberi, di alcuni romanzi e di un interessante progetto Breve dialogo sulla felicità che vuole coinvolgere gli studenti delle scuole italiane per farne dei cittadini più consapevoli.

Buona lettura!

Quanti anni hai?

Trentatre. Inizia come un interrogatorio!

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Sono laureato in Lingue e letterature straniere. Una laurea pressoché inutile.

Come nasce la tua passione per la scrittura?

Da bambino copiavo i grandi: Hemingway, Jack London e Joseph Conrad. Trascrivevo interi brani su un quaderno, poi cambiavo il finale. E leggevo moltissimo.

Da quanti anni vivi all’estero e cosa ti ha portato a lasciare l’Italia?

La mia è una famiglia di emigranti. Mia madre è nata in Venezuela. Metà dei parenti vive all’estero e fin da ragazzino andavo via periodicamente, ora da questo ora da quello zio. Per questo motivo non ho mai sviluppato un vero attaccamento a una città precisa, neanche a quella in cui sono nato.

Mio nonno, emigrante nei duri anni ’40, diceva sempre che se il posto in cui sei nato non ti piace devi cambiarlo, altrimenti lui cambierà te. Così sono partito anch’io, definitivamente intorno ai ventun anni, ma senza dimenticare né rinnegare le mie origini.

Oggi sento che con i messaggi contenuti nei miei scritti posso aiutare gli altri a migliorare lo stato delle cose, mostrando loro ciò che non va e di cui non mi sarei accorto se fossi rimasto a casa.

La crisi attuale è una crisi di valori. Nasce nella politica, siamo d’accordo, ma a essere minacciata è la parte cui dovremmo tenere di più, la nostra testa. Per salvare questa, io conosco soltanto un modo: leggere, esigere la conoscenza che da lassù provano a negarci, perché conoscenza vuol dire libertà personale, e per i governanti le persone libere sono scomode da gestire.

Vivere all’estero non significa abbandonare il mio Paese, anzi, proprio perché lo amavo troppo, non potevo assistere passivamente alla sua rovina. Noi emigranti lottiamo per costruire una vita migliore, grazie agli strumenti offerti da altri posti più vivibili, ma lo facciamo anche per dare un esempio a chi, più coraggioso di noi, è rimasto a combattere in prima linea.

Come questa tua esperienza di vita da expat si riflette nella tua scrittura?

Georges Simenon diceva che le storie sono sotto casa, non c’è bisogno di cercarle altrove.

I miei libri sono quasi tutti ambientati qui, nel sud della Francia; non potrei fare diversamente, ho bisogno della realtà che mi circonda per dare autenticità ai sentimenti che descrivo.

Cosa pensi del panorama editoriale italiano?

Non posso giudicare perché non sono un editore. Credo che le case editrici italiane stiano affrontando un momento davvero difficile. La loro è una guerra contro la politica dell’anti-cultura. Di certo, se ci fossero più lettori, non saremmo qui a parlarne.

Se andiamo all’origine del problema, arriviamo nelle famiglie e nelle scuole, i due luoghi in cui bisognerebbe far riscoprire ai bambini e ai ragazzi l’importanza della lettura: leggendo si mettono in moto dei meccanismi grazie ai quali impari a esprimere quello che pensi e con le giuste parole, oltre ad ampliare la tua cultura personale.

La cultura non può restare in tasca, nel telefonino, ma devi imparare a coltivarla con la curiosità necessaria per una ricerca costruttiva, una ricerca che inizia con la lettura.

Purtroppo c’è un intero sistema che si muove in senso inverso, imponendo un ritmo frenetico, giustificato dalla mancanza di tempo.

Il tempo: ci accorgiamo della sua importanza soltanto quando ci viene a mancare e preferiamo fare altro perché ormai giudichiamo improduttivo trascorrere un pomeriggio leggendo un bel libro o chiacchierando di quelli già letti.

Ma perché in Italia si legge sempre meno? A chi fa comodo che la gente trascorra intere giornate immersa nei social network? Perché il prezzo dei gingilli tecnologici scende sempre di più, anzi, adesso si regalano addirittura, mentre quello dei libri aumenta di anno in anno? Finché non troviamo risposte a domande come queste, è inutile lamentarci perché le maggiori proposte editoriali sono quelle con i faccioni televisivi in bella mostra in copertina. Mass media uno, letteratura zero.

Forse il vero problema in questo momento è che anche il libro è diventato un oggetto di consumo e, come le leggi del mercato impongono, è destinato ad avere una vita breve. Questo, secondo il punto di vista di chi li vende.

Secondo il mio, esistono libri finti e libri veri, tutto qui.

Come sei riuscito a farti pubblicare?

Ho iniziato soprattutto con i racconti brevi, su varie riviste italiane e francesi, alcune abbastanza rinomate.

A breve uscirà in Francia il mio nuovo romanzo, per un editore della mia città.

Come sfrutti Internet e i social network per promuovere i tuoi libri e le tue iniziative?

Ho creato un blog: Articoliliberi, su cui non scrivo con cadenza regolare ma soltanto quando ho qualcosa da dire.

Parlaci del tuo ultimo progetto: Breve dialogo sulla felicità.

Tutte le storie che scrivo hanno dietro una storia.

L’anno scorso, di questi tempi, sono partito per Montevideo, non avevo neanche i soldi per il biglietto di ritorno, soltanto un indirizzo e il quaderno degli appunti.

L’idea era quella di incontrare l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica per scrivere, col suo consenso, una storia ispirata alla sua vita, da diffondere tra i giovani per risvegliare in loro un sentimento di reazione contro ciò che è ingiusto.

Dopo diversi mesi di avventure, sono riuscito a parlare col presidente “povero”, senza nessun supporto né da parte dell’Ambasciata italiana, del Consolato o dell’Istituto di Cultura Italiana di Montevideo, a cui mi ero rivolto al mio arrivo e che mi hanno voltato le spalle perché in quel periodo in Uruguay c’era molta tensione, dovuta all’avvicinarsi delle elezioni, e nessuno ha voluto impegnarsi nell’avallare un lavoro scritto da uno sconosciuto.

Ho vissuto perlopiù nei cantegriles, presso alcune famiglie incontrate laggiù, e devo ammettere che il mio aspetto non era dei migliori, quindi era comprensibile che negli uffici del centro non si fidassero di me: potevo essere uno scrittore matto, perfettamente mimetizzato tra la popolazione locale, oppure un pazzo e basta.

Il mio, comunque, è stato un approccio filosofico: sono partito alla ricerca di una storia, volevo incontrare l’uomo, non il politico.

Credo che non avrei scritto lo stesso testo se avessi ottenuto un appuntamento ufficiale presso il suo ufficio presidenziale e dormito in un hotel sulla Rambla, perché la vera letteratura è fatta di vita vera, non soltanto di parole.

Stando lì, mi sono reso conto che avevo bisogno di vivere tra la gente vera per provare una certa gamma di emozioni che precedono il concepimento di una storia e la rendono verosimile.

L’idea di diffondere gratuitamente questo pamphlet – all’incirca 44 pagine molto fitte –, poi, mi sembra coerente con le tematiche affrontate: amore per la vita sobria, per le piccole cose e per il proprio tempo, ma soprattutto amore per la propria libertà.

In questo marasma di letteratura Mujiquiana, che prenderà sempre più piede nel panorama editoriale italiano, il Breve dialogo sulla felicità, pubblicato col suo benestare, una fusione delle sue parole con le mie, un dialogo in parte reale e in parte no, è per il momento l’unico testo diffuso gratuitamente nelle scuole.

Per come la vedo io, sarebbe contraddittorio guadagnare soldi pubblicando un testo su José Mujica, a meno che non si devolvano in beneficenza.

Ma io sono un idealista e la mia parola per molti non conta niente.

Che riscontro ha avuto e quale obiettivo ti sei prefissato di raggiungere con questa iniziativa?

Il testo è nato in spagnolo, Breve diálogo sobre la felicidad, pubblicato inizialmente presso la rivista della Biblioteca Nazionale, a Montevideo, nel mese di maggio 2014, e, soltanto dopo, l’ho tradotto in italiano.

Le prime 1.000 copie, stampate a mie spese, sono state regalate nel corso dei primi incontri nel 2014, da settembre a dicembre. In molti, adulti e ragazzi, hanno apprezzato la storia e l’hanno diffusa a loro volta, forse perché non è un semplice elogio delle buone azioni del presidente povero, ma un’analisi approfondita che mette in risalto gli aspetti psicologici che ci sono dietro. Ho spiegato soprattutto come la mancanza di una figura paterna ha influenzato il suo percorso umano.

Recentemente, abbiamo creato un Crowdfunding per stamparne altre copie, sempre destinate alla distribuzione gratuita tra i giovani pensatori.

Le copie che stiamo diffondendo nelle scuole sono in formato tascabile. Le ho create con l’idea che i ragazzi se le passino sotto i banchi durante le lezioni, preparando la loro rivoluzione culturale.

L’entusiasmo di alcuni insegnanti ha fatto sicuramente la differenza.

L’entusiasmo e la determinazione fanno sempre la differenza.

Quando gli studenti hanno letto il testo che ho inviato loro in formato Pdf prima di incontrarmi e ricevere le copie cartacee, il dibattito è stato più produttivo e arricchente per loro quanto per noi.

Parlo al plurale perché accanto a me c’è Eleonora, la mia fidanzata; senza di lei sarebbe difficile organizzare tutto ciò, già solo per il tempo che occorre per le telefonate, le email, la diffusione degli inviti, i contatti con le scuole… Dovrei smettere di scrivere per diventare una specie di promotore editoriale.

Eleonora mi ha permesso di non perdere di vista la mia attività letteraria, la quale, tra il tavolino della brasserie e il tavolo di casa, richiede almeno dieci ore al giorno, e di mantenere la concentrazione necessaria per vivere costantemente in un altro mondo, come faccio io.

Insomma, come mi ha insegnato una certa persona che conosco, è meglio che ognuno faccia il proprio mestiere.

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6 pensieri su “Frank Iodice: Breve dialogo sulla felicità

  1. I bivi, comunque, sono fondamentali per dare la propria testimonianza letteraria: solo gli scrittori stupidi o quelli alla ricerca di successo non trovano bivi sul loro cammino per i quali vale la pena continuare, e continuano dritti con le loro convinzioni da primo della classe.

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