Antonio Luciano. Un anno dopo

Antonio Luciano

Antonio Luciano

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista ad Antonio Luciano, copyblogger, che avevo già intervistato in una precedente occasione più di un anno fa (leggi qui).

Buona lettura!

* * *

È passato poco più di un anno dalla nostra prima intervista. Com’è cambiata la tua vita lavorativa?

È cambiato tutto, sono cambiato io, è cambiato il mio modo di fare comunicazione, l’approccio al web, la presenza online – business.

Sono uno specialista diverso, adesso, in grado di camminare con le proprie gambe – perché la spina dorsale l’avevo già – autonomo e richiesto, il che non guasta mai.

Quindi credo anche originale, se non unico.

In questo periodo mi sono concentrato sul cambiare la comunicazione. Rendermi indipendente.

Sentivo di aver assimilato tutto quello che occorreva per lavorare in totale autonomia e disporre delle competenze, l’autorevolezza  e l’esperienza necessaria per fare il grande passo e l’ho fatto.

Molti pensano sempre in termini diversi, spesso solo economici, dal maturare la giusta expertise e ragionare in progressivi gradi di crescita prima di assurgere a un presunto ruolo professionale o, se lo fanno, si sente così poco a riguardo tra gli specialisti web.

Dopo 7 anni online, nel mio caso, si è trattato di unire i puntini e cambiare pelle. In altre parole, rinascere.

Ovvio, come tutte le volte che vi è una rinascita a essa segue sempre una morte, ma preferisco tralasciare e guardare avanti, quasi nulla indietro.

Ora, sono come la mia attività online appare, un copyblogger punto di riferimento per coloro che intendono approcciarsi al content marketing efficace con il loro blog e sfruttare così le incredibili opportunità che il copy-blogging offre.

Quando e come nasce il tuo podcast?

Nasce da un’attenta valutazione della affordance che questo media offre a un copyblogger che fa  formazione/comunicazione online e si avvale di un blog come strumento per erogare contenuti nel web.

Difatti il podcast è un media democratico, economico, ubiquitario e più caldo rispetto alla scrittura, pur trattandosi sempre di comunicazione a distanza.

Perciò da comunicatore come potevo dire no a così tanti vantaggi e a zero criticità?

Inoltre, può essere asincrono ma anche sincrono, a tutto vantaggio delle interviste. Un format che ho sviluppato al punto tale da sentire la necessità di evolvere in qualcos’altro.

Ritengo che in questo senso i podcast abbiano il potenziale intrinseco di avvicinare ulteriormente, accorciare le distanze, fare una sorta di personal branding migliore, essere più diretti, arrivare ai lettori quanto prima a ragione di un carico cognitivo richiesto per essere fruiti assai meno probante rispetto al testo e al video.

D’altronde l’oralità ci appartiene, è nel nostro DNA.

Perciò ho pensato che il passaggio da lettore ad ascoltatore fosse quanto ci fosse di più immediato nella comunicazione.

Una transizione indolore, quasi naturale, meno problematica sicuramente, che richiama in causa una mente già strutturata, reattiva e predisposta a funzionare rispetto a come non abbia già dovuto fare con i media sopra citati. 

Per ultimo, ma non meno importante, s’incontra con la mia passione adolescenziale per la radio, meglio di così…

Quali risultati ti ha portato il tuo podcast?

Autorevolezza, piano editoriale rimpolpato, una seconda giovinezza creativa, un media che aggiunto alla scrittura porta a un miglioramento della comunicazione.

Sentire la propria voce può fare solo bene a un copyblogger, troppo abituato a cantarsela e suonarsela da solo.

D’altronde scrivere, come la lettura, è un atto solitario e alienante, mentre l’ascolto apre a nuovi scenari del copy-blogging, collaborazioni, progetti, contenuti.

Perciò fare podcasting va oltre il mero testo e offre tutta una serie di novità produttive, meno schematiche, più spontanee che esulano da quelle prettamente strutturate della scrittura.

Anche la rifioritura della vena creativa assume la sua importanza nella valutazione dei risultati, e sotto questo punto di vista si sa che il piano editoriale di un copyblogger piange sempre.

Come si inserisce il tuo podcast nella tua strategia di Lead Generation?

Il podcasting rientra in un piano strategico più ampio che riguarda la mia attività-presenza online.

Una strategia nella strategia che se ha anticipato le altre è solo per ragioni organizzative.

Ho in mente di catturare lead con la formazione che svolgerò presto nella mia Copy-Academy.

I podcast,al momento, sono solo a uno stato embrionale, mi sono dato del tempo per imparare a farli bene e in modo professionale.

Dopodiché è la scelta della piattaforma a fare la differenza, YouTube compreso, perlomeno nel mio caso.

Adesso, punto molto sul blog e a portarci quanti più utenti possibile con i contenuti che realizzo.

Ad interiorizzare piuttosto che portare all’esterno, agire ad intra anziché ad extra come facevo in passato.

Diciamo che ho fatto reverse strategy.

Quindi sono passato a pubblicarli su Linkedin, luogo di “caccia” in cui attrarre le buyer personas a cui mi rivolgo principalmente ovvero specialisti, freelancer, PMI e aziende che vogliono fare content marketing efficace.

I podcastal momento, sul mio blog assolvono a tre funzioni:

  1. Approfondire l’articolo che ho scritto su cui sono embeddati per articolare ulteriormente il contenuto.

  2. Rendere il testo che ho scritto una traccia audio. Quindi fare un podcast uguale con l’obiettivo di facilitare e rendere più agevole la fruizione del contenuto a chi non ha il tempo di leggere o magari vuole ascoltarlo mentre si occupa di fare altro.

  3. Fare interviste.

Per adesso non è previsto un piano editoriale a sé stante di podcasting ma arriverà, eccome se arriverà. 😉

Tutto ciò per fortuna sta avvenendo in modo del tutto naturale senza particolari forzature e con ottimi riscontri/risultati tant’è che i lead si avvicinano spontanei.

Devo dire che sono molto soddisfatto.

Quali strumenti usi per registrare le tue interviste?

So che questa è una risposta che interessa tutti coloro intendono cimentarsi con il fare podcasting. L’ho fatta anch’io, a suo tempo, agli esperti prima di intraprendere questa strada.

Esistono tanti strumenti. Tutti validissimi.

Ma io utilizzo Zencast.com che ha il non trascurabile vantaggio di costringere a usare Skype o Google Hangouts per fare le interviste con tutti i rischi annessi e connessi, perdita di linea, calo della banda, brusca precipitazione della qualità, etc.

In pratica risolve tutte quelle spiacevoli situazioni che ti portano a pregare e a incrociare le dita, per i più scaramantici, tutte le volte che inizi un’intervista ma non sai che risultato finale otterrai con il pericolo di dover rifare tutto daccapo e bruciare la traccia audio già fatta con la simpatia garantita di chi hai coinvolto nel ruolo dell’intervistato.

Giusto per tranquillizzare gli animi e i portafogli la versione FREE prevede un piano con 8 ore di registrazione gratis al mese, poter invitare fino a due ospiti con un link per registrare l’intervista, formato MP3 di alta qualità.

Figo e conveniente, no?

Come nasce una tua intervista e che processo usi per realizzarla?

Come ho già detto, dopo averne fatte circa 50 scritte, ho sentito il desiderio di cambiare, ma anche di evolvere questo format così prezioso per il copy-blogging.

Il processo di realizzazione inizia da un’attenta attività di studio e analisi della presenza online dell’intervistato.

Poi, mi concentro sugli aspetti peculiari allo scopo di enfatizzare l’unicità dello specialista in questione.

L’intervista non dev’essere solo un’occasione di indagine approfondita altrimenti diventa un contenuto piatto, un interrogatorio modello Gestapo.

Può fare anche dell’ottimo content marketing, oltre che una velata forma di pseudo personal branding con tenui tinte autoreferenziali.

Sta al talento dell’intervistatore, alla sua perspicacia e passione per il lavoro che svolge riuscirci.

Ecco, perché è meglio puntare sempre e solo su interessi comuni o perlomeno che si intersecano e trasversali ma sempre piuttosto vicini.

Seppur dona una luce diversa, una prospettiva di indagine differente deve rimanere fedele all’identità dell’intervistato che ne esce valorizzato e divertire i lettori ma soprattutto chi è vittima di una serie di domande a raffica.

Ma ha anche l’incombente compito di catturare e destare interesse in entrambe le parti altrimenti è istigazione allo svenimento. 😀

Gioco molto su questo aspetto, mi piace pensare di vedere aspetti degli specialisti che altri non vedono, attraverso un punto di osservazione diverso per dare una differente chiave di lettura del loro ruolo professionale/presenza online e fare una sottaciuta ma neanche così poco esplicita forma di digital marketing.

Infine, interseco tutto questo tessuto fatto di emozioni, competenze, contenuti, astrazioni con l’argomento portante dell’intervista nel mio caso il copy-blogging, e poi evvai di mix.

Non bisogna allontanarsi mai da quest’ultimo è il collante per mantenere vigile l’attenzione e coinvolgere nella lettura affinché venga consumata per intero, insomma sia valsa la pena farla.

Un’intervista che presenta l’intervistato, lo valorizza, in termini più veniali lo vende bene, dovrebbe essere appiccicosa ai backlink, lo scopo sarebbe questo, ma credo rimanga incompiuto, quasi sprecato, temo.

Ma, soprattutto, cerco di divertirmi e trasmettere questo.

Infondere positività costruttiva, creare questo genere di attivazione nei lettori e devo ammettere mio malgrado che con il testo è molto faticoso e non facile da raggiungere come risultato, anche per questa ragione ho deciso di passare ai podcast con un sogno nel mirino: fare una Copy-Radio a tutti gli effetti un giorno, chissà…

Fai una pre-intervista propedeutica all’intervista vera e propria?

Invio le domande, semplicemente. Gli specialisti con cui entro in contatto orbitano quasi tutti nella blogosfera da tempo o mi conoscono.

Comunque, oramai, è facile farsi un’idea assai rapidamente su di me e di cosa mi occupo da una rapida ricerca online, forse era più difficile a primordi.

Sin dagli albori ho sempre inviato email di richiesta per le interviste piuttosto articolate e complete a livello descrittivo dove inserivo il link alla pagina-categoria Interviste di quelle svolte sul mio blog per far capire subito di cosa si trattasse ed è stato di aiuto, un metodo efficace, non ho mai ricevuto un rifiuto, almeno per adesso. 🙂

Come scegli i tuoi ospiti?

Questa domanda mi riporta indietro nel tempo.

Ho iniziato a fare interviste nel gennaio del 2016 ed è cambiato molto da allora.

Tuttavia sono sempre rimasto fedele allo scegliere gli specialisti in base alla loro scelta di usare il blog come strumento di lavoro nel web, pensando sempre poco al personal branding e molto alla mia missione, cioè diffondere il ‘messaggio’ che celebra ed elegge il blog a migliore strumento per fare formazione-comunicazione online.

Quindi dare a questo potente mezzo il giusto status culturale facendo riferimento al settore disciplinare delle Scienze della Formazione.

Nel tempo, poi, ho affinato l’indagine che si è allontanata sempre più dalla formazione e si è polarizzata sulla comunicazione, avvicinandosi nella fattispecie al copywriting e al blogging parimenti al mio processo di trasformazione da formatore a copywriter-blogger freelance.

Seppur, pensandoci bene, trattasi di un trucco speculare alla cultura che non contempla ancora un approccio multidisciplinare, quello di far differenziazioni di settore piuttosto che al web, oramai, sempre più luogo di sintesi dei saperi tant’è che entrambi i settori disciplinari si sono fusi assieme da tempo – vedi www.copyblogger.com, il noto sito americano – proprio a ragione dei rispettivi interessi e necessità.

Come fai la post-produzione?

Per chi è alle prime armi suggerisco questo post che ho scritto su come fare il primo Podcast e superare gli ostacoli e le criticità che si incontrano inizialmente e rischiano di farci demordere.

Onde evitare ripetizioni per rispondere mi ricollego alla domanda numero 4: “Quali strumenti usi per registrare le tue interviste?”

Uso Audacity il noto software audio open-source per montare, tagliare e cucire le tracce audio e Zencast per le interviste, entrambi user friendly, il primo gratuito il secondo quasi ma comunque a prova di specialista.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

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E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

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Lucia Imperi: Wedding Planner

Oggi, mio caro lettore, ti presenterò, attraverso questa mia intervista, Lucia Imperi, wedding planner, che sta inseguendo con grande tenacia il suo sogno di affermarsi in questa professione, combattendo contro tutto e contro tutti.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Mi chiamo Lucia, ho 38 anni e vivo a Roma dal 2002.

Però, sono originaria di un paesino dell’alta Sabina, Montorio Romano.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho conseguito la maturità scientifica nel 1999.

Successivamente, ho optato per un percorso accademico breve, scegliendo una facoltà universitaria triennale: Tecniche di Neurofisiopatologia.

Dopo aver praticato questa professione per qualche anno, ho sentito la necessità di arricchire la mia conoscenza nell’ambito sanitario e acquisire capacità rivolte maggiormente verso il paziente che verso l’analisi tecnica, quindi mi sono iscritta alla facoltà di Scienze Infermieristiche.

Percorso che ho interrotto a tre esami dalla seconda triennale, dato che ho percepito la realtà ospedaliera non affine alle mie aspettative professionali.

Intorno ai 32 anni, grazie a un evento personale particolarmente importante, il mio matrimonio, ho compreso che la mia strada professionale era legata all’organizzazione di eventi e matrimoni.

Il mondo del wedding mi aveva sempre attirato ma lo avevo messo nel dimenticatoio per motivi familiari.

Quali sono state le tue esperienze lavorative e cosa hai imparato da esse?

La mia prima esperienza lavorativa è stata in qualità di tecnico di neurofisiopatologia.

Ho lavorato nella realtà pediatrica per 9 anni.

Dai bambini ho imparato che la malattia non è il malato e che in qualsiasi settore professionale si ha a che fare con persone ed è necessario rapportarsi con ognuna di esse mantenendo il miglior sorriso, affinché colgano in te la massima disponibilità, primo fattore fondamentale per instaurare fiducia.

Sempre da loro ho imparato che, malgrado la vita ogni giorno possa metterci di fronte problematiche complesse e apparentemente insormontabili, la leggerezza e la limpidezza d’animo sono il miglior modo di affrontare le difficoltà.

I bambini non sanno cosa voglia dire la parola fallimento, dunque non se ne preocccupano e proseguono impavidi per la loro strada.

La suddetta esperienza lavorativa mi ha regalato il dono dell’empatia come arma potente contro l’indifferenza che vedo in giro, sempre più prepotente.

Come mai hai deciso di diventare wedding planner?

Ho deciso di diventare wedding planner nel momento in cui, dopo avere organizzato le mie nozze ed essermi sposata, mi sono accorta che avevo commesso tanti di quegli errori da non poter permettere che altri futuri sposi ne commettessero altrettanti.

A tal proposito ho deciso di inserire un piccolo blog sul mio sito: theloveplanner.it, sul quale scrivo degli articoli in cui racconto da sposa pentita di non aver ingaggiato un wedding planner, le noie e i problemi che ho affrontato sia durante l’organizzazione del mio matrimonio che durante il giorno del matrimonio e do consigli su come evitarli.

Che percorso hai seguito per diventare wedding planner?

Il primo passo verso la professione di wedding planner è stato quello di capire quale fosse effettivamente il ruolo di questa figura professionale nell’organizzazione di un matrimonio.

Sembra scontato saperlo perché i format televisivi ci hanno propinato per anni una visione distorta dell’organizzatore, ma un wedding planner difficilmente [mai!] si occupa di allestimenti, fiori, bomboniere o mise en place.

Dopodiché mi sono messa alla ricerca di corsi che fornissero l’approccio più valido alla professione e ne ho frequentati diversi.

Poiché un wedding planner è, innanzitutto, un imprenditore, ho cercato di acquisire delle conoscenze base sull’imprenditoria, su come avviare una startup, su come promuoversi e fare del buon marketing attraverso le giuste strategie.

Infine, ho partecipato a corsi di natura più “pratica“ per acquisire competenze e poterle sfruttare sia con i clienti che con i miei fornitori/collaboratori (Flower Design, Mise en Place, Visual Merchandising, Packaging ecc.) al fine di propormi a ognuno con professionalità, competenza e usando le terminologie adatte.

Quali sono le principali competenze che deve avere un wedding planner?

Un wedding planner deve avere ben chiare le proprie capacità e competenze.

Si deve aggiornare continuamente e deve fissare, sempre, degli obiettivi precisi da raggiungere.

Inoltre, ha bisogno di possedere abilità di natura manageriale, in quanto dovrà gestire un team di persone, tra collaboratori/dipendenti e fornitori.

Altro tassello fondamentale sono le competenze di natura imprenditoriale, poiché un wedding planner è di fatto un imprenditore che a fine anno deve far quadrare i conti.

Infine, deve avvicinarsi quanto più possibile alle competenze dei professionisti con i quali collabora affinché possa comprendere e relazionarsi con ognuno di essi in base alla loro professione.

Inoltre, deve avere charme perché è necessario che sia una persona empatica, che trasmetta sicurezza, tranquillità ma pur sempre con l’autorevolezza che impone il suo ruolo.

Quest’ultima caratteristica è fondamentale sia con i clienti che con i collaboratori/fornitori.

Come si svolge una giornata tipo di una wedding planner?

Non esiste un programma di lavoro standard.

Ogni wedding planner ha un metodo proprio sia nei giorni che precedono l’evento, sia in tutto il periodo dei preparativi.

Per quel che mi riguarda:

  • curo la pianificazione in maniera dettagliata;

  • instauro un rapporto di fiducia con i fornitori e con i clienti;

  • sto attenta che la gestione sia eseguita maniacalmente, inconvenienti a parte;

  • qualche giorno prima dell’evento, o il giorno prima direttamente, sostengo un breefing con fornitori e staff per ricordare e sottolineare tutti i dettagli. Si riguarda insieme la scaletta affinché tutti lavorino in sincronia. A questo punto si è pronti ad andare in scena.

Come sono le giornate di una wedding planner nei giorni che precedono il matirmonio?

Le giornate che precedono l’evento sono sempre cariche di aspettative ed emozioni.

Quando s’incontra la coppia, generalmente, la sposa è agitata ed è questo il momento in cui la fiducia instaurata svolge un ruolo fondamentale: usando il proprio charme e gli strumenti giusti si riesce a tranquillizzarla.

Si portano a termine le ultime prove, si definiscono e si sistemano i dettagli finali, e si è pronti.

Come si svolge la giornata di una wedding planner il giorno della celebrazione del matrimonio dei suoi clienti?

Il giorno del matrimonio per il wedding planner è scandito da timing, programmi precisi e orari da seguire in maniera assai poco flessibile.

Io amo definirlo il giorno degli incastri.

Dal momento che il wedding planner è il regista dell’evento, se ogni comparsa avrà fatto correttamente la propria parte, l’opera finale non potrà che essere perfetta.

Qual è la più grande soddisfazione che ti ha dato questa professione fino ad oggi?

La più grande soddisfazione è l’abbraccio degli sposi a fine evento.

Di solito mi sussurrano: “Senza di te non sarebbe stato così…un sogno!“.

Realizzare un sogno nel giorno più bello della vita di una coppia è una delle cose più soddisfacenti che si possano fare.

Non è così scontato vivere un sogno il giorno delle proprie nozze. Per me non fu così.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Per quel che riguarda i miei progetti ne ho uno in fase di studio, molto vicino alla realizzazione, che riguarda le unioni civili.

Se, invece, parliamo di obiettivi futuri, mi piacerebbe occuparmi, un giorno, di destination wedding con l’India.

Adoro la simbologia che fa parte delle tradizioni indiane, i colori accesi degli abiti che indossano per le nozze e i profumi della loro terra.

Ho cominciato ad allacciare i primi contatti per creare delle fondamenta.

Vediamo cosa mi riserverà il futuro.

Di sicuro, io mi sto impegnando affinché sia il più prospero e roseo possibile!

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Marcello Ricci: Professione Burattinaio

Oggi, mio caro lettore, ti presento Marcello Ricci, commerciante ambulante con la passione per i burattini, che sta cercando di trasformare nella sua attività principale.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove abiti?

Ho 46 anni vivo a Milano ma sono nato in provincia di Bergamo.

Qual è stato il tuo percorso scolastico?

Ho un diploma in ragioneria e con grande rammarico non ho mai finito la facoltà di Pedagogia.

Qual è la tua attività lavorativa principale?

Gestisco un’attività ambulante insieme a due dei miei tre fratelli ma il mio apporto è pressoché un part time agevolato.

Come nasce la tua passione per i burattini?

In realtà il primo spettacolo lo vidi al mio paese nella bassa bergamasca in una sera di primavera verso la fine degli anni ‘70 e ne rimasi colpito, provai un senso di piacevole malinconia.

Un burattinaio girovago montava il teatrino all’interno di un piccolo tendone di un circo. Era un mondo e un modo di fruire gli spettacoli che stava scomparendo.

La televisione era un baluardo in tutti salotti d’Italia e io ero molto affascinato dai cartoni animati giapponesi, il mio preferito era Goldrake.

Ma dovetti aspettare venticinque anni per intuire che quella poteva essere la mia strada.

Hai frequentato qualche scuola teatrale per acquisire le tue competenze?

Per quanto riguarda i burattini in Italia, uno dei paesi al mondo con maggiore tradizione, non abbiamo ancora una scuola o addirittura un’università dove imparare il mestiere che una volta veniva tramandato di padre in figlio e ognuno si arrangia formandosi come può.

Per me sono stati fondamentali alcuni incontri che il comune di Silvano d’Orba, in provincia di Alessandria, promosse per anni invitando operatori del teatro di figura a presentare il proprio lavoro e donando il loro know how culturale e artistico a giovani aspiranti burattinai, educatori, animatori insegnanti.

Tonino Murru della compagnia Is Maschereddas di Cagliari durante un seminario di una settimana sulle colline di Cesena è il burattinaio che mi ha insegnato l’ABC dell’animazione dei burattini.

Continui a formarti?

Sono un prode sostenitore della formazione continua ma ora più che seguire corsi preferisco tentare di mettere in pratica le molte nozioni apprese.

Il mio percorso è stato ed è tuttora variegato.

Mi sono formato coma attore, mimo, clown, giocoliere, mago per bambini attraverso scuole, corsi, workshop più o meno lunghi, ma elencarli tutti sarebbe tedioso e questo insieme al mio lavoro di ambulante mi succhia energie.

Comunque, andare a vedere spettacoli, film, mostre, respirare bellezza, in genere è un modo per alimentare l’anima nutrire la creatività ed è da considerarsi formazione.

Come e quando hai iniziato a fare il burattinaio?

Da piccolo avrei voluto fare il liceo artistico ma per comodità scelsi un’altra strada.

Per anni ho lavorato solo come venditore ambulante continuando a dare sporadici esami in facoltà.

Alla morte di mio padre attore dialettale di talento decisi di iscrivermi, a Milano, a una scuola biennale di avviamento alla recitazione.

Finii, quasi senza accorgermi, col diventare membro di una nuova compagnia di teatro semiprofessionistica.

Una sera prima di una replica dell’Amleto ebbi il terrore di entrare in scena.

Era il segnale che non ero fatto per quel tipo di teatro di prosa per me troppo impegnativo e emotivamente dispendioso ma la voglia di fare, di creare e di non buttare gli anni dedicati da allievo al teatro con uno slancio resiliente mi condussero all’ormai defunta Civica Scuola d’Animazione Psicopedagogica di Milano.

Lì incontrai Damiano Giambelli, un burattinaio musicista, storico collaboratore della compagnia americana Bred and Puppet da cui appresi le tecniche per costruire pupazzi e burattini.

Successivamente, con due amici della scuola, Alessandro Guglielmi e Mario Smedile, fondammo una compagnia I ladri di cartapesta.

Mettemmo in piedi un paio di animazioni e uno spettacolo, ma il nostro sogno si frantumò quasi subito ed ognuno prese la propria strada.

Che cos’è che ti piace di più della tua attività di burattinaio?

Mi piace la dimensione artigianale in cui un artista deve sapere fare un po’ di tutto e non è sicuramente il mio caso visto che non ho una grande manualità e mi faccio spesso aiutare.

Ma molti burattinai sono scultori, sarti, elettricisti, falegnami, attori, promotori dei loro spettacoli.

Mi piace la ritualità del montare il teatrino.

Mi piace raggiungere piccoli borghi sperduti dove il nostro arrivo è ancora un evento condiviso dalla comunità e pieno di aspettative.

Mi piace, nelle sere d’estate, vedere i bambini che timidamente si avvicinano incuriositi o si siedono, in attesa, molte ore prima dello spettacolo in metafisiche piazze che sarebbero piaciute a De Chirico e mi piace sapere che il mio e il nostro è un mestiere antico e prima di noi molti colleghi nei secoli hanno battuto le stesse strade con mezzi diversi: a piedi a dorso di un mulo o con un vecchio furgone scassato.

Lavori da solo o collabori con altri artisti?

Lavoro, prevalentemente, da solo ma è più divertente e produttivo farlo insieme ad altri.

Un paio di spettacoli di burattini li ho scritti e animati con mio cugino Daniele Cenzon che è un artista poliedrico.

Un altro con Paolo Sette valente burattinaio e marionettista della compagnia Eugenio Monti Colla.

Fai solo spettacoli con i burattini o anche spettacoli di altri tipi?

Faccio anche:

  • spettacoli di clown e mimo;

  • narrazioni per grandi e bambini;

  • animazioni e intrattenimento magico.

Le sceneggiature delle storie che porti sul palcoscenico sono di tua produzione?

Per quanto riguarda i burattini il mio repertorio attuale è limitato a 3 spettacoli.

La sceneggiatura la scrivo o da solo o con amici, ma prediligo scrivere storie semplici dato che mi rivolgo quasi esclusivamente ad un pubblico di bambini.

Comunque, uno spettacolo è nato da un lavoro d’improvvisazione in strada, un altro riscrivendo la fiaba di Cappuccetto Rosso e l’ultimo è un omaggio ad antichi canovacci di burattini tradizionali.

Crei tu i tuoi burattini?

Alcuni, soprattutto, i primi li ho costruiti io.

Per altri mi avvalgo di strepitose collaborazioni: mio zio Giuseppe Cenzon, pittore astrattista, ha costruito per i miei spettacoli pupazzi giganti, semplici marionette e burattini in cartapesta; lo stesso dicasi per il già citato Paolo Sette anche se i suoi burattini sono scolpiti dal legno di cirmolo.

Come hai fatto a trovare i primi clienti?

I primi contatti li ho avuti montando il teatrino in fiere e mercatini.

Successivamente, il passaparola mi ha portato un po’ ovunque: scuole, festival, rassegne di teatro di strada, teatri, oratori, strade, piazze, sagre, feste patronali, biblioteche, spiagge, ospizi, eventi aziendali, feste di compleanno, matrimoni, librerie.

Quali strategie adotti per trovare nuovi ingaggi?

Negli ultimi tempi collaboro con delle agenzie di animazione che fanno il lavoro promozionale e distributivo.

Come sfrutti Internet e i social network per promuovere la tua attività?

Male e poco mi limito a postare su Facebook foto di spettacoli e animazioni, ma sto lavorando a un nuovo sito internet con molti contenuti video e fotografici.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sicuramente terminare degli spettacoli che ho scritto ma non ho mai messo in scena, uno su tutti uno spettacolo di burattini per adulti.

Anche se il sogno più grande è vivere su un camper e girare l’Italia e l’Europa facendo spettacoli in strada e vivendo di quello.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Daniele Cenzon: Metascultore

Oggi, mio caro lettore, attraverso questa mia intervista ti presento Daniele Cenzon, talentuoso artista arilicense.

Buona lettura!

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Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 45 anni, vivo a Peschiera del Garda, e sono uno scorpione.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Il mio percorso di studi sembra una gara di motocross.

Dopo la formazione superiore al liceo scientifico, ho frequentato per tre anni la facoltà di Medicina tra Parma e Padova ma al primo approccio con la pratica in laboratorio, chiara in me è stata la sensazione che non era la strada da percorrere.

Ho frequentato per tre anni e concluso un corso di Interior Design ai piedi del Duomo di Milano e, successivamente, mi sono iscritto all’Università IUAV, portando a termine il percorso universitario.

A Venezia, ho conseguito la laurea in PTUA, Pianificazione Territoriale Urbana e Ambientale, superando anche l’esame di stato.

Come nasce la tua passione per l’arte?

L’idea che, come un solco ha segnato la mia forma mentis, è stata instillata in me, in maniera, inconscia all’età di 4 anni quando, senza saper ancora scrivere, sbirciavo mio padre con la testa leggermente piegata dipingere in cantina sotto il peso di un soffitto ingombrante.

Per me fu un’immensa scoperta, una rivoluzione e, capii in quell’istante che mio padre possedeva il dono del gesto creativo.

Era nata in me la consapevolezza dell’esistenza dell’essere semidio.

Così me lo raffiguravo e così sarei voluto diventare.

Ricordo ancora l’attimo preciso, di fronte a una tavolozza di compensato sopra la quale avevo dipinto un’automobile.

Comunicavo con me stesso: “Tu avrai il dono di trasformare i tubetti di colore in quadri”.

Naturalmente la consapevolezza che quella si potesse definire arte mi raggiunse molto più tardi.

Che cos’è per te l’arte?

L’arte è indefinibile. Ha i contorni sfocati di un giorno afoso quando tutto intorno è lento.

Perché l’arte è già stata tutto e il contrario di tutto.

A casa, salvate nel mio computer ho ripreso delle linee dritte: per strada, in musei, metropolitane e le ho intitolate “La retta via 1,2,3…”, anche questa è arte.

Saper dare nuovi significati è, dunque, arricchire di valore pedagogico un oggetto, elevando il suo status e portandolo a concorrere al miglioramento dell’intorno.

Arte è squarciarsi il petto e mostrare il proprio Io.

Walt Whitman in “Foglie d’erba” scrisse: “Chi tocca questo libro tocca la mia anima”.

In questo momento la mia bimba di un anno ha in mano un microfono e scimmiotta i cantanti.

Lei non lo sa, ma ha messo in moto una geografia di luoghi/suoni e relazioni irripetibile.

Questa è arte.

L’arte è quello che non sussurreresti nemmeno al tuo analista.

L’arte concepisce l’errore come forza vitale è generatrice.

Da dove trai ispirazione?

Per la maggior parte di noi l’acquisizione di dati e informazioni ha un primo impatto visivo.

È preponderante in me questo aspetto.

Dunque, ora dico un’ovvietà, tutto nasce dall’osservazione dell’intorno.

L’ispirazione è tutto il mio vissuto, comunque non strettamente visivo.

Che tipo di materiali utilizzi per creare le tue opere e perché hai scelto proprio questi?

Ho eseguito, in passato, delle opere pittoriche ma ora sono arrivato a una manifestazione del mio essere attraverso delle opere in terza dimensione pensate oltre 10 anni fa.

Uso un estruso di polietilene che, comunemente, viene utilizzato come materiale isolante.

Lo lavoro con strumenti suggeriti a seconda della necessità della rappresentazione e del risultato finale.

Come nasce una tua opera?

Come dicevo, una volta lavorato il fondo incollo dei soggetti, perlopiù giocattoli, che nella loro interazione creano delle situazioni, delle sinergie.

Mi piace molto l’idea di ridare il valore dell’unicità a un prodotto seriale pensato per le masse.

In questo modo mi ricollego al primordiale embrione che l’ha generato e così è un po’ come chiudere il cerchio della vita.

Le mie opere le definisco: “Minimondi”.

Ti definiresti uno scultore?

Non nel termine classico, preferisco usare il termine metascultore.

L’indefinito ha una sensualità amplificata perché lascia larghi margini all’immaginazione.

Hai un gallerista di riferimento?

Più che un gallerista è un guru: “l’estremista” per la profonda consapevolezza del sé Moreno Danzi che mi ha fatto esporre con grande successo nella sua galleria a San Giorgio Ingannapoltron (VR): la [G] Love Bank.

Come siete entrati in contatto?

Ci siamo conosciuti al mercato di Verona.

Era un sabato, appena mi è stato presentato ho intuito che in lui c’era qualcosa di grandioso.

Una grandezza misurabile e palpabile solo interfacciandosi con lui.

Hai già partecipato a delle mostre?

A diverse mostre collettive, sempre organizzate da Moreno Danzi.

Tre edizioni di “Bosco divino” e una di “In riva all’arte”, dove ho sempre presentato delle opere visive.

Quali risultati hai ottenuto fino ad ora?

Volevo arrivare, prima dei 50 anni, a fare una personale e così è stato.

Tutto quello che viene adesso è come la sorpresa dentro l’ovetto Kinder.

Come sfrutti Internet e i social network per promuoverti?

Mi sento un pachiderma, attento più a non distruggere i cristalli che ho attorno che a promuovere le mie opere.

Ma certo è d’obbligo il confronto con i social.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Potermi confrontare ancora con il pubblico è una scarica d’adrenalina che cerco.

L’esperienza che ho avuto, mi ha collegato a pensieri liberi e sciolti di bambini e altri più consolidati di persone adulte abituate a pensare.

Naturalmente le impressioni dei primi sono state, alternativamente, fiori sul podio o coltellate nel cuore.

Meglio uno schiaffo da un saggio che un bacio da uno stolto.

Nel mio mondo i bambini hanno una saggezza intrinseca senza costrutti mentali, dove il contraddittorio è parte fondamentale per una crescita continua.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Giovanni Oro: Mondi Futuri

Oggi, mio caro lettore, ti presenterò attraverso questa mia intervista Giovanni Oro, giovane scrittore di libri di fantascienza e fondatore del blog Mondi Futuri, che ho conosciuto in quanto è un rievocatore appassionato della II Guerra Mondiale.

Di lui mi hanno colpito la sua grande capacità di divulgatore e la sua tenace volontà di vivere di scrittura.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove abiti?

Ho 35 anni e abito a Ponti sul Mincio in provincia di Mantova.

Qual è stato il tuo percorso scolastico?

Liceo Classico a Palermo, Laurea triennale in Storia Contemporanea e quella specialistica in Storia d’Europa all’Università di Bologna.

Quali sono state le tue esperienze lavorative più importanti e cosa hai appreso da esse?

Ho lavorato per alcuni mesi come venditore di materassi e da questa esperienza ho imparato che non è un lavoro che fa per me.

Attualmente, faccio la guida turistica un lavoro che mi piace e che, in qualche modo, mi permette di mettere a frutto tutto quello che ho studiato.

In qualche modo le tue esperienze lavorative passate influiscono sul tuo modo di scrivere?

Assolutamente, in nessun modo.

Come è nata la tua passione per la scrittura?

Ho cominciato a scrivere durante gli anni della scuola media.

La mia prima opera: un’orribile storia su bambini che viaggiano nel tempo fino all’epoca dei dinosauri.

Come sia nata questa mia passione, però, non lo so.

Sappi solo che mi è sempre piaciuto inventare storie.

Quanti libri hai pubblicato fino ad oggi e di che genere?

Al momento, uno solo di fantascienza: “L’equinozio di Xipe” della Leone Editore.

Come è nata la tua passione per la fantascienza e che cosa t’ispira di più di questo genere letterario?

La risposta potrà sembrare banale ma la fantascienza mi dà la libertà creativa.

Infatti, posso inventare quello che mi pare.

La passione è nata essenzialmente grazie ai film: in primo luogo “Guerre Stellari”, la prima trilogia, però.

Qual è la tua fonte d’ispirazione?

La Storia quella con la S maiuscola.

Essendo uno storico di formazione sono gli eventi del passato a dare forma e coerenza alle mie storie.

Non è un caso che nel mio libro di fantascienza ci sia una cronologia che copre quasi 800 anni di avvenimenti che precedono quelli narrati nel romanzo.

Prevenendo una domanda che può sembrare ovvia: non scrivo romanzi storici semplicemente perché penso di non saperne abbastanza.

I tuoi libri sono sempre stati pubblicati attraverso degli editori oppure hai sfruttato anche il self-publishing?

Ho pubblicato solo con un editore tradizionale.

Quale strategia hai adottato per trovare il tuo editore?

Banalmente, mi sono rivolto a un’agenzia letteraria.

Cosa pensi del panorama editoriale italiano?

Complicato.

Si legge sempre meno il che è collegato all’educazione scolastica.

E si tende a pubblicare sempre la stessa cosa, spesso invadendo le librerie di autori stranieri di qualità più che mediocre solo perché l’autore straniero tira di più di quello italiano.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Solo uno: continuare a scrivere.

* * *

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Federico

Aura Conte. Tre anni dopo

Aura Conte

Aura Conte – Professione scrittrice

 

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista ad Aura Conte, scrittrice siciliana, che avevo intervistato circa tre anni fa (leggi qui) e la cui storia dimostra come, in Italia, sia possibile vivere di cultura.

Buona lettura!

* * *

Sono passati quasi tre anni dalla nostra prima intervista, com’è cambiata la tua vita da allora?

La mia vita è stata stravolta. Nei primi mesi del 2016, la casa editrice con la quale ho pubblicato e collaborato ha chiuso, quindi nell’ultimo anno e mezzo ho dovuto ricominciare da zero.

Così, indipendentemente dai progetti non legati alla mia vita da scrittrice come Bookoria, mi sono messa a “studiare” il mondo del self publishing e altre cose affini.

Hai una casa editrice di riferimento per la pubblicazione dei tuoi libri?

In questo momento, la maggior parte dei miei libri sono pubblicati in modalità “self”, ma il mio libro più conosciuto, in passato, “Controvento” (menzionato nell’intervista di tre anni fa), da maggio 2017 è pubblicato come “La sposa del capitano” da Libro/mania, progetto editoriale di De Agostini e Newton Compton.

Come vedi mi piace pubblicare sia in modalità “self” che con una casa editrice.

A quali generi letterari ti stai dedicando maggiormente?

Ultimamente: thriller, crime romance (la serie “Pecador”), dark romance (“Damaged”), suspense, thriller psicologico (“Un’ombra tra le righe”) e sto scrivendo un nuovo romanzo storico.

Vado a periodi.

Se dovessi fare un bilancio della tua carriera da scrittrice, quale sarebbe? Come stanno andando i tuoi ultimi libri?

Pubblico dal 2009 e mi reputo molto soddisfatta. Dopo una lunghissima pausa, durante la quale ho scritto in silenzio, nell’ultimo anno ho pubblicato diversi libri e ognuno di loro è arrivato ai primi posti in classifica nella sua categoria nelle varie librerie online, come Amazon o Kobo: thriller, romance, commedie, racconti, romanzi storici.

Prima di passare al self publishing, ero un po’ bloccata; si trattava di qualcosa di nuovo, non avevo più le sicurezze solitamente offerte da una casa editrice.

Avevo paura di ricominciare da zero, però collaborare con un’altra autrice, Connie Furnari, mi ha sbloccata.

Nell’ultimo anno, abbiamo scritto insieme ben quattro libri (due della serie “Pecador”, “Charmeur” e “Cinders”), tre già pubblicati e uno in uscita.

Che cos’è Bookoria e quali risultati ha ottenuto?

Bookoria è un blog/progetto fondato nel novembre 2015 da me e dall’associazione Iside Onlus, nata per la promozione della cultura e dell’arte, della quale sono vicepresidente dal 2004.

Lo scopo del progetto è la promozione della cultura, in questo caso della letteratura.

Molti blog si limitano a recensire o segnalare l’uscita di nuovi libri.

Bookoria, invece, va oltre tutto ciò pur di avvicinare le persone al mondo letterario.

All’interno del sito sono riportati eventi letterari (solitamente difficili da trovare), book trailer, giornate autore, rubriche, interviste e tutto ciò che ruota intorno ai libri.

Inoltre, inviare del materiale da inserire nel sito è molto più semplice rispetto ai soliti blog.

Autori, case editrici e addetti stampa possono inviare gratuitamente a Bookoria tutte le informazioni senza registrazioni o email, per farlo basta compilare delle schede online.

In due anni, oltre ad alcune collaborazioni con diverse case editrici, sono stati inseriti su Bookoria più di 600 post riguardanti libri, eventi e book trailer.

Direi che i risultati sono abbastanza buoni.

Attualmente, ti dedichi solamente all’attività di scrittrice o hai anche un secondo lavoro?

Oltre a Bookoria e all’associazione, ormai mi dedico soltanto alla scrittura.

Come sfrutti Internet e i social network per promuovere la tua attività di scrittrice?

Sfrutto tutti i canali di promozione, sponsorizzo i post dei nuovi libri in uscita, utilizzo le “IG Stories” su Instagram e tanto altro.

Come descriveresti il panorama editoriale italiano nel 2018?

Credo che stia annaspando. La piccola editoria è (purtroppo) agonizzante e le grandi case editrici per vendere devono mettere i loro libri in offerta o fare accordi con colossi come Amazon.

Inoltre, chi vuole fare lo scrittore in modalità “self” deve lavorare il triplo e occuparsi di marketing, distribuzione, grafica, etc.

Essere uno scrittore in modalità “self” “serio” e avere un altro lavoro ormai è impossibile, perché non c’è più abbastanza tempo per fare entrambe le cose e pubblicare più di un libro l’anno.

L’unica nota positiva è l’IVA al 4%.

Quali progetti hai per il futuro?

Ho di prossima uscita un nuovo libro scritto insieme a Connie Furnari, il seguito di “Pecador: Flor de Cuba”, il quale è stato #1 nella categoria Thriller, #3 in quella Romance e #7 in classifica generale su Amazon.

Si tratta di una saga familiare crime-romance ispirata a Scarface, il Padrino e Romeo+Juliet.

La saga è articolata in due filoni, da una parte la storia dei due protagonisti principali (scritta a quattro mani) e dall’altra diversi spin-off (scritti solo da me o da Connie).

Inoltre, sto già lavorando da qualche mese ai miei prossimi spin-off, i quali saranno pubblicati dopo Pecador II.

* * *

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Federico

Sergio Albertini: content writer freelance

Oggi, mio caro lettore, attraverso la mia intervista ti presenterò Sergio Albertini, persona dotata di grande umanità e talento per la scrittura, professione: content writer freelance.

Buona lettura!

* * *

Ciao Federico,

permettimi di ringraziarti per questa opportunità. Mi fa piacere che tu abbia pensato a me. È una grande soddisfazione.

Quanti anni hai e dove abiti?

Ormai, sono un diversamente giovane. Ho 40 anni e vivo in un piccolo paese in provincia di Verona.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Il mio percorso di studi non è stato proprio lineare. Sono riuscito a perdere un anno e a vincere due borse di studio nei due anni successivi.

Mi piacerebbe tornare indietro nel tempo, con la voglia, la costanza e le idee che ho oggi, ma la scienza ancora non offre questa possibilità.

Sono un disegnatore meccanico che ama la lettura e la scrittura.

Oggi mi è sempre più chiaro perché la professoressa d’italiano insisteva nel chiedermi: “Si può sapere cosa ci fai qua?”.

Terminati gli studi superiori non sono andato all’università. Ho preferito entrare nel mondo del lavoro e mi sono formato sul campo. Erano “altri tempi”, oggi non avrei dubbi.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

Io credo che tutte le esperienze lavorative siano state utili, nel bene e nel male, perché hanno contribuito alla mia formazione professionale.

Ho iniziato come commesso in un videonoleggio. Ero un appassionato di cinema e ritrovarmi circondato da film in VHS era il coronamento di un sogno.

Dopo poco tempo sono diventato responsabile del negozio e, poi, di un punto vendita più grande.

Ricordo questa esperienza con molto affetto, perché mi ha permesso di apprendere e sviluppare competenze organizzative, di gestione del personale e delle relazioni con i clienti.

È stato un grande balzo evolutivo, per il ragazzo timido che ero.

Poi ho annusato la crisi che stava avanzando in quel settore e ho deciso che era giunto il momento di una nuova sfida.

Così ho ricominciato da zero come impiegato commerciale nell’azienda che mi ha poi accompagnato per quasi 17 anni.

In questi anni ho imparato a gestire tutti i flussi lavorativi di una media impresa, dal primo contatto con il cliente, alla spedizione dell’ordine, dalla gestione dei fornitori fino a quella dei partner della logistica.

Mi sentivo a casa, vivevo in azienda 10-11 ore al giorno. In pratica, ero sempre attivo, sette giorni su sette.

Creavo contatti con nuovi clienti, sviluppavo iniziative per migliorare l’organizzazione e gestione dei flussi di lavoro e cercavo di spingere l’azienda verso progetti legati al web.

È stata un’esperienza formativa completa e impegnativa, ma la rifarei, perché ha contribuito a creare il professionista che sono oggi.

Per quale motivo hai lasciato il tuo ultimo lavoro?

Il lavoro assorbiva molto del mio tempo, ma mi piaceva, devo essere onesto.

Nel 2012 sono diventato papà di un bambino meraviglioso. Avevo quasi 35 anni, un posto di lavoro sicuro e ben remunerato, tutto sembrava perfetto.

Ma appena pensi di essere arrivato, di avere delle certezze per il tuo futuro, la vita ti dimostra che devi essere sempre pronto a tutto.

Purtroppo, mio figlio ha avuto un infarto cerebrale che ha spazzato via, in pochi minuti, una parte estesa dell’emisfero cerebrale sinistro.

La situazione non mi è stata chiara fin da subito, credevo di poter affrontare tutto e continuare a fare quello che stavo facendo, ma mi sbagliavo.

Mio figlio aveva e ha bisogno di terapie continue che richiedono un impegno costante e quotidiano.

Le mie priorità sono cambiate in modo inaspettato, non potevo più permettermi di essere asservito al mio lavoro e non potevo più sopportare le restrizioni alle quali mi obbligava.

Il dolore, la difficoltà di comprendere e far comprendere le incognite legate al futuro di mio figlio, le difficoltà per organizzare le visite in altre città, tutto alimentava uno stato emotivo sempre più complesso e ingestibile.

Quando mi sono reso conto che stavo perdendo il lume della ragione ho iniziato a pensare a delle alternative.

Avevo bisogno di poter gestire il tempo in modo più elastico, di ricominciare a vivere e di essere più presente nella vita di mio figlio.

Ecco perché ho deciso di iniziare una nuova avventura professionale, come freelancer.

Quale professione svolgi attualmente?

Attualmente svolgo l’attività di content writer, scrivo contenuti per agenzie, aziende e liberi professionisti.

Inoltre, mi occupo di organizzare piccoli eventi di formazione offline, lavoro a un progetto di e-learning e collaboro a un progetto per l’educazione digitale.

Di recente, ho iniziato a parlare della mia esperienza personale, perché vorrei poterla trasformare in un messaggio utile: qualsiasi cosa dolorosa possa accaderci, è il seme amaro di un fiore che possiamo far sbocciare, se crediamo in noi stessi e non ci arrendiamo.

Credo che la scrittura sia una tecnologia liquida capace di adattarsi a ogni contenitore.

Così ho trasformato la passione per la scrittura in un lavoro.

Il tempo mi dirà se il mio azzardo sarà premiato, al momento non mi posso lamentare.

Da quanto tempo hai iniziato e che risultati hai ottenuto fino ad oggi?

Ho iniziato full time da poco meno di un anno e devo dire che sono molto soddisfatto.

Quello che è accaduto a mio figlio ha sconvolto il mio mondo e mi ha offerto una visione del futuro completamente diversa.

Mi sono messo in gioco a 40 anni e i riscontri positivi non mancano, ma credo sia presto per poterti dire – questo è il frutto dei miei sforzi.

Che cos’è il progetto “Digital Tutoring”?

Si tratta di un progetto che nasce dalla consapevolezza delle difficoltà che le persone incontrano, per informarsi e formarsi online.

Il mio blog è nato anche per questo: condividere contenuti utili per trasmettere le conoscenze che io stesso acquisisco.

Se ci hai fatto caso, molti dei miei post sono abbastanza lunghi e forniscono link di approfondimento a fonti più autorevoli.

Cerco di offrire un punto di partenza e un percorso informativo/formativo in cui io mi sono già inoltrato.

Il mio è un concetto di Digital Peer Tutoring: poiché credo che il miglior modo per apprendere sia farlo con l’intenzione di spiegarlo e che il miglior modo di riuscirci sia narrando le nostre esperienze personali.

Per questo motivo mi piace l’idea di fondare il mio blogging sul rapporto tra pari per permettere alle persone di inserirsi al meglio nei meccanismi del web.

Desidero fornire informazioni per risolvere i dubbi e i problemi che le persone incontrano, supportandoli nelle difficoltà di ordine organizzativo e didattico.

Miro a sostenere le persone per potenziarne le conoscenze e gli atteggiamenti, che consentano loro di compiere delle scelte responsabili e consapevoli.

L’idea è di mostrare un percorso che si prefigge di ampliare il ventaglio di azioni di cui una persona può disporre: progettando sinergie tra chi cerca formazione e chi fornisce strumenti di apprendimento.

Quindi una prospettiva progettuale, che si trasforma in una visione integrata e partecipata, mirata a far accrescere i risultati e il benessere di tutti.

Come ti formi per rimanere costantemente aggiornato sui cambiamenti del web?

Leggo e studio tutti i giorni.

Ho una lista di link, selezionati nel tempo, per poter essere sempre aggiornato sulle novità di settore.

Sono un appassionato della calda e profumata carta, quindi ho una libreria che mantengo fornita e aggiornata.

Ho frequentato, frequento e lo farò con continuità, corsi online e offline per proseguire il mio percorso di apprendimento.

Il concetto di apprendimento continuo è una forma mentis che apprezzo molto, non riuscirei più a farne a meno.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Desidero vivere realizzando contenuti per il web, con lo scopo di aiutare le aziende e i professionisti a raggiungere i loro obiettivi.

Essere partner di un team che mira al raggiungimento di un obiettivo è entusiasmante, ma allo stesso tempo voglio e devo potermi muovere in libertà; questa è l’unica prerogativa dalla quale non posso esimermi.

Voglio portare avanti il concetto di formazione e vorrei poterla offrire a tutti coloro che, per diversi motivi, hanno bisogno di apprendere le dinamiche del web e sviluppare un progetto di business online.

Ho anche altre idee per la testa, ma facciamo un passo alla volta, vediamo cosa accade.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Valerio Russo: Talent Bay – Storie di Talenti

Oggi, mio caro lettore, ti presenterò attraverso la mia intervista Valerio Russo, fondatore del podcast Talent Bay, un luogo dove potrai trovare numerose informazioni utili per migliorarti o migliorare i risultati della tua attività.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 32 anni e vivo a Milano.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Liceo scientifico, università triennale con laurea in Economia Aziendale e, successivamente, laurea specialistica in Marketing Management.

Che lavoro fai, attualmente?

Lavoro in Foodora, società specializzata nella consegna di piatti a domicilio, cucinati dai ristoranti.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e cosa ti hanno lasciato?

Oltre a due stage negli USA fatti durante gli anni degli studi universitari, ho lavorato per diversi anni in Sky nel settore marketing, e poi in Cuki, nelle vendite.

Questi lavori mi hanno permesso di vedere il funzionamento di una grande azienda in mercati diversi, ma entrambi complessi, come la TV e il largo consumo.

Quando e perché nasce “Talent Bay”?

Per un paio di anni, sono andato al lavoro in macchina, e avevo scoperto che il modo migliore di utilizzare tutto quel tempo, era ascoltare podcast dal mio smartphone.

Ho iniziato ascoltando podcast americani che hanno avuto un enorme impatto su di me e mi hanno permesso di imparare tanti concetti importanti e fondamentali per la mia crescita, in modo gratuito, e “on demand”, cioè quando volevo io.

Un giorno, a fine 2015, ho pensato che mi sarebbe piaciuto iniziare un podcast in italiano, così da poter essere a mia volta di aiuto a chi, eventualmente, avesse ascoltato i miei episodi.

Oggi, mi sembra quasi incredibile ricevere continui messaggi, mail e commenti di ringraziamento, da chi ascolta il podcast e, poi, mi scrive per farmi i complimenti.

Come hai individuato questo brand name?

In ogni episodio di Talent Bay, intervisto un personaggio brillante e di successo.

Invece, di limitare gli ospiti ad una sola categoria (ad esempio: imprenditori), ho voluto ampliare più in generale ai “Talenti”, ovvero, le persone che si sono distinte, a prescindere dalla loro attività.

In questo modo, chi ascolta, ha la possibilità di scoprire ospiti provenienti da ambiti differenti e di imparare da ciascuno di loro.

Fino ad oggi, diversi ospiti sono stati imprenditori, ma ho avuto anche produttori di spettacoli, atleti, artisti… e continuerò ad aumentare la varietà delle proposte.

Che obiettivi ti poni con il tuo podcast?

Continuare a realizzare interviste di qualità, interessanti, mai noiose e, soprattutto, utili per chi le ascolta.

Migliorare continuamente nella produzione di ogni episodio e nelle mie capacità di conduttore.

Più avanti, creare prodotti e servizi, da mettere in vendita, che possano risolvere bisogni specifici dei miei ascoltatori.

A chi ti ispiri nella realizzazione di “Talent Bay” e quali sono i tuoi podcast preferiti in Italia e all’estero?

Jordan Harbinger di “Art of Charm” è il podcaster di cui ammiro di più lo stile poiché è brillante, sarcastico, abilissimo nell’uso della parola, esprime in modo semplice concetti complessi, e sa mettere l’ospite (spesso grandi nomi) a suo agio, così da indurlo a condividere le informazioni più utili per chi ascolta.

Altri due podcast fondamentali per me sono “Smart Passive Income” di Pat Flynn e “School of Greatness” di Lewis Howes.

Ogni loro episodio è una miniera d’oro di informazioni.

Il mio podcast preferito in Italia è “Il Truffone” di Francesco Carbone: è illuminante e apre gli occhi su quello che ci sta succedendo attorno. E Francesco è un abilissimo conduttore.

Come individui le persone da intervistare?

Ogni ospite che invito sul mio podcast deve soddisfare 3 requisiti:

  1. deve trasmettermi un certo “feeling”, anche se non ci siamo mai conosciuti di persona;

  2. deve avere una storia interessante e utile per chi lo ascolta;

  3. deve essere in grado di trasmettere la sua conoscenza, condividendo concetti utili e applicabili dall’ascoltatore.

Come organizzi le tue interviste?

Faccio un grande lavoro di preparazione.

Per ogni ospite, raccolgo tutte le informazioni che trovo su di lui, e questo mi permette di porre delle domande a cui altrimenti non avrei mai potuto pensare, se mi fossi limitato a leggere solo la sua About Page.

Questa fase di ricerca impegna molto tempo, ma credo mi permetta di realizzare un episodio più utile e interessante per gli ascoltatori.

Prima della registrazione, invio le domande all’ospite, così che lui abbia una traccia degli argomenti di cui parleremo.

Poi, per ogni episodio, creo una pagina dedicata sul mio sito web in cui riporto i link alle risorse più rilevanti di cui ha parlato l’ospite, come libri, siti, o altri riferimenti correlati.

Che strumenti usi per registrare le tue interviste?

Le interviste sono registrate su Skype, con il software Ecamm Call Recorder.

In seguito, faccio l’editing con Garage Band.

Sono entrambi programmi per Mac, ma esistono equivalenti per PC.

Quali progetti hai per il futuro di “Talent Bay”?

Continuare ad ampliare il pubblico in modo spontaneo, cioè spinto dal desiderio di chi ha ascoltato un episodio, di dire ai suoi amici “ascolta questo podcast!”

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Migliorare continuamente in ogni area della mia vita, condividendo con gli altri quello che imparo, così da essere, se desiderano, un aiuto anche per loro.

C’è un espressione inglese che rende bene questo concetto: “Lifting myself, while at the same time, lifting others”.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

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E ricordati:

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Federico

Luca Leandro: Homo Intraprendente

Oggi, mio caro lettore, attraverso questa intervista ti presento Luca Leandro fondatore di HomoIntraprendente.it, un blog dedicato alla crescita personale molto interessante.

Buona lettura!

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Quanti anni hai e dove vivi?

Ciao Federico e grazie per il gradito invito!

Ho 33 anni, abito in un paesello della Brianza con moglie e figlia, e sono lombardo di adozione, dato che le mie origini sono pugliesi.

Qual è stato il tuo percorso di studi ?

Dopo il liceo scientifico, mi sono trasferito a Milano per frequentare Ingegneria Gestionale al Politecnico.

Il mio percorso di laurea è stato molto rapido (ho conseguito la laurea magistrale appena compiuti i 23 anni), ma allo stesso tempo è stata per me una vera tortura.

Per anni, infatti, ho odiato i libri e lo studio, e la mia prevalente fonte di apprendimento è stata la pratica.

Farà sorridere, ma mi sono laureato senza mai aver letto un libro realmente da cima a fondo.

Oggi, invece, leggo almeno 30 libri all’anno, dedico un’ora al giorno e 2 week end a trimestre alla mia formazione personale, e non potrei vivere più di qualche giorno senza imparare cose nuove.

Chiaramente nell’ambito che mi interessa: l’essere umano, e tutto ciò che concerne la crescita personale.

Quali sono state le tue precedenti esperienze lavorative e cosa hai imparato da esse?

Negli anni delle superiori e dell’università ho portato avanti la mia passione per la musica facendo prima il DJ alle feste degli amici, poi trasmettendo musica in una famosa radio locale, poi diventando tecnico audio e luci per concerti.

Arrivato a Milano, ho gestito tutta la parte tecnica di un teatro e ho creato la mia personale attività di service audio-luci per concerti ed eventi in genere.

Questa esperienza, durata fino al termine dell’università, è stata incredibilmente formativa.

Sia perché provare la fatica di lavorare anche 30-35 ore di seguito, con sforzi fisici importanti e un livello di attenzione sempre al massimo è stata una grande palestra di resistenza.

Sia perché avere a che fare già dai 20 anni con clienti propri, ti proietta subito alla concretezza dei risultati e del valore che produci.

Esercizio che ancora oggi dirige le mie scelte di manager.

Dopo l’università sono entrato subito in una società di consulenza direzionale, poi ho proseguito in un’altra concorrente.

Nel complesso ho fatto 4 anni di vera e propria formazione professionale.

La consulenza ti risucchia ogni energia, ma ti insegna un metodo di lavoro e ti costringe a una forma mentis molto razionale, orientata alle soluzioni e ai risultati. In particolare mi riferisco alla scaltrezza necessaria per risolvere problemi complessi in tempi stretti e con pochissimi aiuti o informazioni.

Elementi senza dubbio utilissimi per un ragazzo che si affaccia al mondo del lavoro.

Negli anni successivi sono stato assistente personale di un imprenditore. Esperienza che mi ha fatto vedere e toccare con mano tutte le problematiche tipiche della piccola impresa italiana, e mi ha insegnato cosa vuol dire coordinare le attività di tutti i reparti aziendali, dalla produzione all’amministrazione, e mantenere le redini di un’intera impresa.

Qual è la tua attuale attività lavorativa?

Oggi, da più di quattro anni, sono responsabile operativo in un’impresa distributrice di prodotti per il settore idrotermosanitario.

Nel concreto mi occupo di coordinare il lavoro della nostra filiale, supervisionando le attività dei vari reparti, ottimizzando i processi, gestendo le eccezioni, e promuovendo tutte le migliorie che si possono apportare all’organizzazione, dall’automatizzazione alla formazione del personale.

Di fatto sto capitalizzando le esperienze precedenti, sia in termini di modus operandi che di ampiezza della visibilità sui processi aziendali, vivendo in prima persona la responsabilità di far funzionare le cose al meglio.

Tu sei una persona multipotenziale. Puoi spiegare cosa significa?

La prima volta che ho sentito nominare la “Multipotenzialite” è stato guardando il video TED di Emilie Wapnick .

Sono rimasto esterrefatto da quanto mi rivedessi in quella descrizione.

In sostanza si definisce multipotenziale una persona che, per attitudine, apprende rapidamente e riesce a sistematizzare bene le informazioni.

Questo gli consente di entrare con una certa disinvoltura in qualsiasi contesto umano e professionale, acquisendo con rapidità le capacità necessarie a dare buoni risultati in quell’ambito.

Detta così può sembrare una cosa di cui vantarsi 🙂

Di fatto la persona multipotenziale periodicamente si ritrova innamorata di una materia, uno sport, una professione, ci si immerge totalmente.

Poi magicamente, quando ormai padroneggia la materia, si ritrova innamorata di altro, e quindi orienta la propria attenzione verso altri lidi.

Se la persona multipotenziale non si autoimpone una disciplina, avrà sempre il difetto di non diventare mai specialista di qualcosa in particolare, e questo da un punto di vista professionale può avere il suo peso.

D’altro canto è una persona che impara molto velocemente qualsiasi cosa, che ha buona capacità di sintesi, ed è profondamente adattabile a qualsiasi contesto. E questo è un vantaggio in contesti destrutturati, che richiedono molta flessibilità.

Non dimenticherò mai un colloquio di lavoro con una head hunter che, intervistandomi, mi disse:

“Sig. Leandro, lei sembra perfetto per fare tutto, ma nella sostanza non è specializzato in nulla. Deve decidere cosa fare da grande, perché i miei clienti hanno bisogno di professionisti specializzati, e io non saprei proprio per quale posizione candidarla”.

Questa frase all’epoca mi fece molto male. Sia perché speravo che le mie qualità venissero comprese, mentre era evidente che il mondo del lavoro preferisse una specializzazione.

Sia perché l’idea di concentrarmi solo su un ambito mi metteva ansia.

Ma oggi ho acquisito più metodo e disciplina, e faccio un lavoro in cui la “multipotenzialite” è una utilissima qualità, che mi permette di avere un’ottica a 360 gradi sulla mia impresa, capire le peculiarità di ogni reparto, e comprendere facilmente le leve su cui intervenire per ottimizzare i processi e massimizzare i risultati.

Quali sono i tuoi personaggi e blog di riferimento?

I personaggi che seguo con maggior interesse sono Robin Sharma, Brendon Burchard e Simon Sinek.

Questi, però, si trovano prevalentemente su Youtube.

Pur avendo stili comunicativi molto diversi, li trovo tutti interessanti e motivanti.

Come veri e propri blogger invece mi piacciono Mark Manson e Steven Aitchinson, anche se li seguo solo di tanto in tanto.

Come nasce HomoIntraprendente.it?

Nonostante la scuola, le aziende straordinarie, la storia e la cultura, l’immensa bellezza di cui il nostro Paese è dotato, la formazione che riceviamo non ci educa a conoscere e gestire le nostre emozioni, e quindi a orientare i nostri sforzi verso ciò che è davvero rilevante per noi.

In due parole: non siamo educati alla felicità e alla realizzazione personale.

Viviamo di Milan, Grande Fratello, meteo e lamentele, salvo poi andare a dormire senza la soddisfazione di aver costruito qualcosa di utile e di valore.

Nel tempo ci ritroviamo frustrati, insicuri, o spenti, apatici, insoddisfatti, e incapaci di inseguire con efficacia quel bruciante desiderio di realizzazione che tutti prima o poi proviamo nel cuore.

Si può soffrire di “lamentite”, di paure, di bassa autostima, o semplicemente di cattive abitudini.

Ma quale che sia il nostro blocco, con i giusti strumenti, le giuste competenze, e una sana dose di intraprendenza, possiamo imparare a conoscere e gestire le nostre emozioni, definire cosa vuol dire “realizzazione” secondo i nostri canoni, e attuare un “piano esecutivo” per migliorare giorno dopo giorno la nostra vita.

Dopo anni in cui ho sofferto questa sorta di “smarrimento esistenziale”, grazie al mondo della crescita personale ho riscoperto il piacere di lavorare per migliorarmi, pormi obiettivi rilevanti e lavorare per raggiungerli.

Vorrei che HomoIntraprendente.it fosse la casa di chi desidera portare la propria vita a un livello di soddisfazione e realizzazione superiore.

Se ti senti in continuo cammino verso ciò che importa per te, la tua vita acquisisce un valore tutto diverso, e tu vivi infinitamente più felice e soddisfatto.

Nonostante la fatica di studiare, cambiare, provare il disagio che la crescita porta con sé.

Affinché questo avvenga devi conoscere le tue dinamiche emotive e fisiologiche, imparare a dominarle, e dirigere le tue energie verso la realizzazione di obiettivi che per te contano, e ti danno soddisfazione.

Questa è la mia visione della crescita personale, ed è ciò che tratto su HomoIntraprendente.it.

Quali sono gli obiettivi che ti sei prefissato di raggiungere con questo progetto?

La mia missione è quella di avvicinare alla crescita personale anche chi di crescita personale non ha mai sentito parlare.

Voglio accompagnare queste persone in un percorso di esplorazione di sé, finalizzato a conoscersi nel profondo e a imparare a guidarsi verso la propria realizzazione.

Come obiettivo personale vorrei che questo blog, entro qualche anno, diventasse il mio lavoro.

Ma c’è ancora un po’ di strada da fare perché questo avvenga.

Quali risultati hai ottenuto fino a ora?

Una cinquantina di follower costanti e solidi, 300 altri lettori occasionali iscritti alla newsletter, 4000 visite/mese da traffico organico e un trend di 1 iscritto nuovo al giorno alla newsletter.

È tutto ciò che mi serviva nel primo anno e mezzo per confermare che il format piace e funziona, per esplorare meglio il mio target e i suoi bisogni, nonché avviare un’attività per me del tutto nuova.

Non ti nascondo che sono partito dal dover imparare a scrivere in italiano e in modo comprensibile, cosa che in molti danno per scontata, e invece scontata non è. 🙂

Ora, pian piano, l’obiettivo è quello di accrescere la base utenti fino a un migliaio 1000 di iscritti alla newsletter entro 6 mesi e iniziare a fornire degli infoprodotti utili e strutturati.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Come dicevamo prima, uno dei difetti della “multipotenzialite” è il rischio di disperdere energie in troppe cose diverse.

Mi sto allenando molto su questo aspetto.

E parte integrante di questo mio allenamento è la scelta, per i prossimi anni, di seguire solo due progetti: HomoIntraprendente.it e togliamoilciuccio.it, sito relativo al libro che ho scritto a 4 mani con mia moglie, e che finalmente inizia a dare i suoi risultati.

Oltre che il mio lavoro di manager d’azienda, s’intende.

In passato ho seguito numerose startup e decine di progetti, ma mi sono presto reso conto che per raggiungere risultati di rilievo è necessario focalizzarsi e seminare per lungo tempo.

Quindi non metterò altra carne al fuoco almeno per un po’.

E, poi, in famiglia siamo in trepidante attesa del secondo figlio, che verrà “sfornato” entro pochi mesi. Quindi chiaramente anche questo emozionante “progetto” richiederà un impegno e una dedizione che evidentemente hanno la priorità su tutto.

Lasciami concludere Federico, ringraziandoti per l’ospitalità e perché questa intervista è stata la prima che mi ha richiesto tre settimane per essere completata! 🙂

Nella loro semplicità, le tue domande hanno richiesto una riflessione importante e una “maturazione” dentro me, che ho sentito davvero utile, oltre che piacevole.

Ti ringrazio, e per chi lo desidera, sono sempre in giro per il web e su HomoIntraprendente.it

A presto,

Luca

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

E, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Gigi Faggella: il mio downshifting

Oggi, mio caro lettore, ti presento un’intervista atipica poiché Gigi Faggella è una persona di successo che ha fatto downshifting, cioè ha ridimensionato il suo stile di vita per vivere più in sintonia coi suoi valori.

Una lettura molto interessante anche perché questo blogger ha un grande talento per la scrittura e ha un blog che merita di essere visitato.

Fidati, ne uscirai arricchito.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho compiuto da poco 55 anni e risiedo a Milano. Uso il brutto termine “risiedo” perché in realtà non ci sono quasi mai, infatti da più di un anno passo la maggior parte del mio tempo in un paesino di montagna che mi offre quella tranquillità di vita a cui ho sempre anelato.

Qual è stato il tuo percorso di studi e dove lo hai svolto?

Formazione superiore classica nel liceo della mia città natale, Barletta in Puglia, poi laurea in giurisprudenza all’Università di Bari, seguita dall’abilitazione alla professione di avvocato.

Un paio di anni a Roma nel settore del diritto internazionale e comunitario, poi il trasferimento a Milano.

Quali esperienze lavorative hai avuto nella tua vita?

Come ho accennato sopra, dopo un brevissimo periodo di tirocinio nella mia città natale, che mi stava professionalmente stretta, mi sono trasferito a Roma, dove ho collaborato con uno studio specializzato in diritto internazionale e comunitario, per cui ero diviso tra la capitale e Bruxelles.

Dopo un po’ il lavoro mi sembrava ripetitivo, troppo burocratico, speso essenzialmente a risolvere le pastoie documentali tra l’Unione Europea e, nel mio caso, l’Italia, nell’interesse delle aziende clienti, che il più delle volte erano interessate ad ottenere finanziamenti CEE (all’epoca si chiamava così, ndr) grazie alla nostra conoscenza del sistema che in effetti era (ed è tuttora) abbastanza complesso.

Per cui sono salito a Milano, dove ho avuto la fortuna di entrare subito a far parte di un grosso studio legale operante nel settore del diritto penale aziendale in cui sono rimasto per quasi undici anni e che ha costituito il nucleo centrale della mia esperienza lavorativa.

È stato un periodo intensissimo, senza orari, fatto di giorni e notti di lavoro, il weekend era un lusso, ma a Milano, in quel settore, se vuoi ottenere risultati di rilievo è l’unico modo.

Dopo undici anni non ce la facevo più a reggere quei ritmi, per cui, forte anche della notevole esperienza maturata, ho deciso di aprire uno studio legale nello stesso settore per conto mio sempre a Milano, con altri colleghi, in cui ho lavorato per altri otto anni in processi molto lunghi e impegnativi.

Credevo che mettersi in proprio avrebbe alleggerito i miei impegni, invece, mi sbagliavo di grosso perché a me sembravano aumentati, dal momento che avevo tutta la responsabilità sulle mie spalle.

Perché hai abbandonato la tua carriera di avvocato?

La risposta a questa domanda la si può leggere tra le righe di quella precedente, ma aggiungo una considerazione importante a cui sono giunto alla fine della mia “carriera”, quando ho deciso di smettere proprio nel periodo in cui un professionista dovrebbe essere all’apice della stessa.

Ho semplicemente compreso che quella non era più la mia strada o, forse, non lo era mai stata.

Fare l’avvocato non era ciò che la parte più profonda della mia anima desiderava. Ho svolto la professione con impegno e dedizione, ottenendo anche un certo successo in processi di grande visibilità mediatica, ma fare quel lavoro iniziava a pesarmi, invece di darmi piacere, quasi mi nauseava.

Il corrispettivo economico non era un motivo per me abbastanza valido per andare avanti, comunque, in un’attività che non mi piaceva.

Sono dell’idea che ognuno di noi debba seguire sempre il suo “Daimon”, il suo spirito guida, ed io ho iniziato ad ascoltare il mio che continuava a ripetermi che ero su una strada sbagliata.

Aggiungo la considerazione che il disagio sempre più acuto a cui ho accennato sopra, si era somatizzato in una seria malattia autoimmune che, una volta smesso di lavorare, è regredita spontaneamente.

La mente è un’arma potente che può darci sofferenze ma anche miracolose guarigioni.

Che lavoro svolgi, attualmente?

Al momento non ho un lavoro nel senso canonico del termine.

Mi sto ancora leccando le ferite del lavoro precedente.

Ogni tanto presto qualche consulenza e sono impegnato nel sociale con azioni di volontariato che mi danno una grande soddisfazione a livello personale, di anima.

Ti garantisco che sono gioie che valgono molto di più di ogni corrispettivo economico.

Inoltre, sto facendo la cosa che più mi piace al mondo: scrivere.

Per questo mi sono ritirato a vivere nella tranquillità dei boschi di montagna come ho detto prima.

Insomma, mi sono ripreso il mio tempo.

Il bene più prezioso che possa esistere.

Inoltre, sto finalmente scrivendo il libro che ho sempre desiderato scrivere.

Un romanzo un po’ particolare e gestisco, senza particolari assilli, il mio piccolo blog che mi diverte moltissimo.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Il mondo assume il colore delle lenti con cui lo guardiamo.

Ho finalmente tolto gli occhiali scuri per indossare lenti colorate.

Quindi progetti ne ho molti, primo tra tutti quello di far partire una società con un paio di amici che hanno avuto la mia stessa evoluzione per diffondere concetti e idee su un nuovo stile di vita che possa far riflettere le persone su come vivono la loro vita, specialmente nelle grandi città.

Stile di vita che reputo completamente sbagliato.

Mi riferisco a materie come l’educazione alimentare, la respirazione, la meditazione, e in genere le discipline collegate ad antiche filosofie orientali che qui da noi sono ancora poco conosciute, che non vanno oltre l’ora di yoga in palestra, che con ciò che intendo non ha nulla a che vedere.

Insomma, corsi e incontri finalizzati alla diffusione di un nuovo stile di vita oltre ad essere motivo di incontro tra persone che hanno interessi simili e che sentono che, in questo folle periodo, ci stiamo perdendo qualcosa di importante di noi stessi.

Qual è il tuo più grande sogno?

Direi più di uno, ma se dovessi riassumere il tutto in uno scenario unitario ti direi che vorrei trasferirmi a vivere in un posto di mare, avere un cane e continuare a scrivere, lontano dalla frenesia del mondo di oggi.

Sei felice?

Credo che la felicità sia una sensazione transitoria ma ti rispondo di sì.

Nel senso che adesso sono sereno, più centrato, meno in balia degli sbalzi umorali che caratterizzavano la mia vita frenetica di prima. Diciamo che sono radicalmente cambiate le cose che ora mi possono fare felice perché sono più semplici e alla portata rispetto alle soddisfazioni materiali.

Per farti soltanto un esempio, prima non mi facevo sfuggire l’ultimo modello di smartphone appena usciva, adesso non mi importa più nulla e ho lo stesso cellulare da tre anni e finché non si rompe non ci penso a cambiarlo, mentre mi rende felice meditare tra gli alberi di un bosco all’alba o al tramonto.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico