Alessandro Pozzetti. Due anni dopo

Alessandro Pozzetti

Alessandro Pozzetti – Instagram Marketer

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista ad Alessandro Pozzetti.

Lo avevo intervistato esattamente 2 anni fa e da allora di acqua ne è passata sotto i ponti e Ale ha fatto un bel balzo in avanti nella sua carriera professionale.

Sei curioso di sapere cosa è successo?

Beh, non ti resta che buttarti a testa bassa nella lettura di questo post.

* * *

Com’è cambiata la tua vita dal 19 maggio 2015 data in cui mi hai rilasciato la tua prima intervista?

Ciao Fede, innanzitutto lasciami dire che è un piacere essere di nuovo intervistato da te.

Sai che ho sempre avuto molta stima della tua persona.

Le cose sono decisamente cambiate dal 19 maggio 2015.

Il momento di massimo picco familiare è avvenuto il 4 settembre 2015, quando è nato il mio piccolo Nicolò. Che, a oggi, è quasi un ”duenne”.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho deciso di concentrare gran parte dei miei sforzi su un unico tema: l’Instagram Marketing.

E penso che questo abbia portato un’ulteriore svolta – positiva – alla mia vita professionale.

Allora, nell’ultima risposta che mi avevi dato nella prima intervista mi parlasti del tuo sogno di vivere di sola scrittura. Quindi la domanda è d’obbligo: hai già pubblicato qualche libro?

No, a oggi no. E questo è forse un tasto dolente. È un sogno che è lì, che custodisco ma non dimentico.

La verticalizzazione su Instagram mi ha portato a delle scelte, per fortuna o purtroppo.

Però, però… posso darti due notizie a riguardo: presto comincerò a scrivere di Digital su un quotidiano italiano e, a fine 2016, ho preso i primi contatti con un noto editore per scrivere appunto un libro dedicato all’Instagram Marketing.

Sto aspettando solo lui per partire, dunque…

Tra i vari progetti di cui ti sei occupato mi aveva colpito in particolar modo Eureka 360, l’agenzia di comunicazione verticalizzata sul settore Food. Come sta andando quest’avventura?

L’agenzia funziona bene, si è evoluta, e ad oggi conta anche un componente in più.

Invero, io sono sempre stato un collaboratore esterno, seppur mi sentissi molto dentro al progetto.

Un esterno che ha traghettato – per parte del 2015 e tutto il 2016 – verso nuovi orizzonti questa bellissima realtà e che l’ha portata a contatto coi primi progetti importanti.

Da inizio 2017, per scelta esclusivamente personale, non la seguo più dal punto di vista dello sviluppo.

Il mio obiettivo, come collaboratore, era quello di lanciarla nel mondo del web marketing. E ci sono riuscito.

Oggi Eureka 360 sta navigando in buone acque, verso nuovi orizzonti, con i giusti marinai.

E io posso dedicarmi ulteriormente al mio brand. Cosa che desideravo più di tutte.

Da Eureka 360 è nata anche Eureka Food. Che cos’è? Come sta andando?

Sì, nacque anche Eureka Food: un eCommerce ma, soprattutto, un prestigioso showroom dedicato anche alla degustazione di prodotti tipici modenesi.

La bellissima notizia è che da fine 2016 si è ulteriormente sviluppata, trasformandosi da brand a società vera e propria (Bottega Modena Srl), vedendo anche l’ingresso di 4 nuovi soci (importanti imprenditori della zona) a supporto del progetto.

La presentazione ufficiale alla stampa c’è stata in marzo: un successo inaspettato, tanto quanto la partecipazione all’evento di autorità provinciali e regionali, oltre a rinomati giornalisti.

Sono davvero contento per Eureka 360, è una bella soddisfazione!

Tu sei un noto esperto di Social Media Marketing. Di recente, ti sei verticalizzato su Instagram. Come mai questa scelta?

Come spiegavo anche nella mia recente intervista su Millionaire ”da sempre avevo la passione per la fotografia, ma non trovavo mai il tempo per svilupparla, attraverso corsi specifici, ad esempio”.

Così ho unito la mia pigrizia alle mie competenze, cominciando dunque a scattare da smartphone e a sviluppare un personale progetto fotografico.

Proprio in quel momento, guarda caso, Instagram stava dando i primi segnali di sviluppo del lato business.

Le nostre strade si sono semplicemente incrociate, trasformandosi in un meraviglioso matrimonio. Che, a oggi, oserei dire più che azzeccato

Quale consiglio daresti a un’azienda o a un freelancer che si avvicina a Instagram per promuovere la sua attività?

In particolar modo gli donerei due consigli:

  • il primo, quello di sviluppare sin da subito un progetto fotografico basato sulle sue passioni e sugli obiettivi che desidera raggiungere.

  • Il secondo, di non soffermarsi al solo utilizzo dei bot per sperare in una crescita di visibilità, perché posso capire che siano una manna dal cielo – soprattutto ora che Instagram sta continuando ad aggiornare i suoi algoritmi – ma l’interazione umana è quella che col tempo porterà il suo profilo a fare la differenza rispetto a quello di un competitor.

Quali vantaggi ci sono per i brand nell’utilizzare Instagram Stories rispetto a Snapchat?

Innanzitutto, i brand possono inserire spazi pubblicitari all’interno delle Instagram Stories, cosa che fino a qualche tempo fa non era possibile.

Poi, un altro dato a favore delle storie rispetto agli snap è il ventaglio di pubblico raggiungibile decisamente più ampio all’interno di un social network che ricopre gran parte delle fasce di età disponibili (dai 18 ai 44 anni all’incirca).

Se pensiamo che non meno di qualche settimana fa ha raggiunto i 700mln di utenti attivi ogni mese, di cui gli ultimi 200mln in una decina di mesi.

Ciò non toglie che con Snapchat le aziende hanno la possibilità di arrivare a un pubblico ancor più giovane, che va dai 13 ai 17 anni.

Che cosa non bisogna assolutamente fare su Instagram?

Pensare di ottenere successo pubblicando foto da catalogo, o ancor peggio, da manifesto pubblicitario.

Instagram è nato per ”raccontare”, da sempre.

Raccontare, attraverso contenuti visual da Instagram.

Tieni corsi di formazione sui social e in particolare su Instagram?

Assolutamente sì, ed è sempre più frequente la richiesta di corsi sul tema dell’Instagram Marketing, sia da parte di aziende che da privati.

Pensa che, almeno una volta a settimana, mi capita di svolgere consulenze via Skype a utenti che desiderano impostare la giusta comunicazione attraverso questo canale, che sta divenendo sempre più protagonista.

Quali progetti hai per il tuo futuro?

Nel breve periodo ho un trasloco di casa e questo porterà ulteriori nuovi stimoli, ne sono certo.

Mentre per il 2017 l’obiettivo primario è iniziare a scrivere il mio libro.

Inoltre, mi piacerebbe rinnovare il mio blog e imparare a usare Photoshop, lato fotografia, per portare nuova linfa nella mia gallery di Instagram.

Nel medio-lungo periodo, invece, come ben sai, ho l’ambizione di vivere scrivendo.

Già nelle prossime settimane intraprenderò il percorso di giornalista pubblicista!

Sarà poi il tempo a rivelarmi ulteriori risposte 😉

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

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Startup vs. Imprese

Oggigiorno, si fa largo abuso della parola startup e molto spesso questo termine inglese viene usato a sproposito.

Sembra che ogni persona che sta per aprire un’attività o che l’ha aperta da poco tempo stia realizzando una startup.

Non è così. Il suddetto termine si può utilizzare esclusivamente in caso di avviamento di un’attività innovativa.

Tale tipologia d’impresa, perché di questo si tratta, nasce per risolvere un problema o per appagare un bisogno. Quindi deve crearsi un mercato.

In tutti gli altri casi si tratta dell’avviamento di un’impresa di tipo tradizionale che organizza i fattori produttivi e le risorse umane, in modo non occasionale, al fine di produrre beni o servizi da vendere sul mercato con una finalità economica.

Per intenderci meglio, colui che apre una pizzeria o una fabbrica di bottoni non è uno startupper, bensì un imprenditore in fase di avviamento.

Quindi non potrà pretendere di poter accedere ai fondi stanziati dalle istituzioni per le startup come, purtroppo, mi è capitato di vedere.

Infatti, il suo scopo principale è quello di fare profitti e non innovazione.

Di contro, le startup producono e portano sul mercato innovazione ed è per questo che molte di esse iniziano a monetizzare solo diversi anni dopo la loro costituzione, come è accaduto per esempio a Google.

Ciò detto, un elemento in comune tra le due tipologie d’azienda c’è ed è la sostenibilità finanziaria.

Per questo motivo è molto importante il processo di validazione cioè quel percorso che porta a capire se vi è un mercato per il prodotto o il servizio che si vuol proporre.

Senza di esso aprire un’attività è un vero e proprio azzardo, specie di questi tempi.

CONCLUSIONI

Startup ed imprese sono tipologie d’azienda completamente diverse tra loro. Le prime hanno come scopo principale quello di fare innovazione mentre le seconde puntano fin da subito a fare utili.

Entrambe, però, devono puntare alla sostenibilità finanziaria del progetto imprenditoriale.

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Federico

Come Buttare I Soldi Nel Cesso Con La Pubblicità D’Immagine

Oggi, mio caro lettore con un po’ di grana, ti spiegherò come buttare i soldi nel cesso con la pubblicità d’immagine.

Questo tipo di pubblicità il cui scopo è quello di far memorizzare alla gente il nome di un brand e che aveva senso in passato quando c’era poca concorrenza.

Oggigiorno, in un mercato super affollato non ha ragione d’essere perché il consumatore non si fida più della voce delle aziende.

Ha preso troppe “sole” (fregature in romanesco, n.d.r.).

Chi si fida più delle banche? Nessuno.

Ma in passato non era così.

Oggi, il consumatore si fida della voce degli altri consumatori. Si è passati da un approccio verticale (azienda-consumatore) ad un approccio orizzontale (consumatore-consumatore).

C’è una tribalizzazione del consumatore che si riunisce in:

  • reti

  • gruppi

  • centri focali

  • Le reti sono caratterizzate dal rapporto 1 a 1 e sono tipiche dei social network.
  • I gruppi vedono le persone aggregarsi attorno ad un’idea o a dei valori comuni.
  • I centri focali, invece, sono le aggregazioni che si formano attorno ad un leader o a un brand (ad esempio, i fan della Apple).

Le imprese, quindi, per vendere i loro prodotti o servizi devono trovare la loro tribù.

COME BUTTARE I SOLDI NEL CESSO CON LA PUBBLICITÀ D’IMMAGINE

Ma torniamo all’oggetto di questo articolo.

Se anche tu qualche volta guardi le TV locali, magari del circuito “7 Gold” perché ti piace seguire il calcio, avrai visto gli spot pubblicitari di qualche imprenditore locale con un po’ di grana da buttare.

Questi imprenditori sicuramente ottengono un risultato. Quello di far conoscere il loro brand al telespettatore e di fissarlo nella loro mente. Questo avviene solamente dopo ripetuti passaggi in TV che bruciano letteralmente migliaia di euro.

Però, questa strategia può andare bene per un brand come Coca Cola che è un prodotto, una commodity, che trovi dappertutto oppure per la Samsung o la Apple che sono presenti in numerosi punti vendita ed hanno ingenti capitali da investire in pubblicità.

Sono aziende miliardarie che sfruttano la loro diffusione capillare e che possono permettersi di bruciare milioni di euro in pubblicità che raggiungono anche persone non interressate al loro prodotto.

Perché il vero problema dietro lo spot televisivo è questo.

Si raggiungono persone che non sono i clienti ideali del brand pubblicizzato o perché non possono permetterselo o perché non hanno alcun interesse al prodotto o servizio.

In pratica, si utilizza un sistema di pesca a strascico.

Questo discorso vale anche per i volantini, le brochure e la cartellonistica stradale.

Ma soffermiamoci sugli spot televisivi che passano sulle TV locali:

  • Ogni passaggio ha un valore di migliaia di euro.

  • Per posizionare la marca nella mente dello spettatore servono più passaggi.

  • Si raggiungono persone per nulla interessate al prodotto o servizio promosso dal brand.

  • Non si ha la certezza del ritorno economico dell’investimento pubblicitario (numero di spettatori raggiunti convertiti in clienti, n.d.r.).

Io che sono un appassionato di calcio e son tifoso del Milan mi diverto a seguire i programmi televisivi in cui è presente Tiziano Crudeli (giornalista tifoso dei rossoneri, n.d.r.).

Ebbene, nel seguirlo su una TV locale, “7 Gold”, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di diverse aziende di cui non penso che comprerò mai i prodotti.

Quelle che si sono posizionate meglio nella mia mente sono:

  • Zanatta Vetro

  • Zetahaus

  • Capozi

  • Mobilificio Caramel

Gli spot di queste ultime due aziende mi hanno colpito particolarmente.

Quelli di “Capozi – Autotrasporti” mi sono piaciuti per due motivi:

  1. Hanno Tiziano Crudeli come protagonista.

  2. Cercano di posizionarsi nella mente del potenziale cliente per un elemento differenziante rispetto alla concorrenza: la puntualità.

Il martellare sul suddetto concetto ha lo scopo di differenziare Capozi dai concorrenti:

Noi siamo puntuali. Gli altri no.

Gli spot del Mobilificio Caramel, invece, mi hanno colpito per:

  • La voce dello speaker che è caratteristica.

  • Il concetto che i loro mobili sono fatti di legno “bio”.

Soffermiamoci, mio caro lettore, per un momento su quest’ultimo elemento e prova a rispondere a questa mia domanda:

Quali tipi di legno non biologici conosci?”

La risposta corretta è… nessuno.

Infatti, tutti i tipi di legno derivano dagli alberi.

Non esistono legni sintetici.

Questa pubblicità che insegue la moda del biologico si basa su un concetto falso.

Perché, quindi, dovrei riporre la mia fiducia in quest’azienda?

Se costruiscono i loro spot su una bugia, chissà che cosa mettono nei loro mobili.

Qui gli errori che ha fatto il titolare del mobilificio sono 2:

  1. Uno spot che si basa su una palese falsità (clamoroso autogol, n.d.r.).

  2. Lo spot raggiunge anche persone che non sono potenziali clienti.

LA PROMOZIONE AI TEMPI DELLA RETE

Ovviamente, per farsi conoscere un’azienda di piccole e medie dimensioni deve fare pubblicità per raggiungere i potenziali clienti. Ma lo deve fare in modo intelligente, cioè verificando il ritorno del capitale investito.

By the way, questo lo si può fare anche con uno spot televisivo se si inserisce una chiara call to action.

Però, il modo più efficace è quello di sfruttare la Rete entrando in contatto con le giuste “tribù”, cioè quelle che manifestano interesse per la tipologia di prodotto o servizio che è venduto dall’azienda.

Una volta entrati in contatto bisognerà prima creare un rapporto di fiducia coi membri della “tribù” partecipando alle loro discussioni e solo in un secondo momento vendere attraverso il “marketing diretto”.

Questo presuppone che l’utente avendo acquisito fiducia nel brand gli dia i suoi dati di contatto e che l’azienda sfrutti questa possibilità, in primo luogo, per fornire valore al suo contatto e, successivamente, per promuovere i suoi prodotti o servizi.

Fornire valore al potenziale cliente significa educarlo. Bisogna cioè preparare il terreno per la futura vendita facendo capire al contatto che il prodotto o servizio che gli si offre, oltre ad essere di valore, appaga un suo desiderio, un suo bisogno o una sua ansia.

Bisogna parlare contemporaneamente a mente, cuore e spirito del consumatore.

Questo approccio per l’azienda è molto vantaggioso poiché:

  1. Si comunica il proprio messaggio a persone realmente interessate al prodotto o servizio che si vende.

  2. Si verifica in modo preciso se l’investimento in promozione sta portando dei risultati concreti.

  3. Si possono fare dei test per capire quale messaggio e quale canale porta più conversioni da potenziale cliente a cliente reale. E quindi si può aggiustare il tiro della comunicazione.

Ovviamente, non si ottengono dei risultati dalla sera alla mattina. Ci vuole molta pazienza. Però il costo di questo tipo di promozione è molto inferiore a quella dei passaggi televisivi che si traduce in un aumento dei margini per le aziende dovuti ai risparmi conseguiti.

CONCLUSIONE

Fare pubblicità attraverso gli spot televisivi è costoso e non porta risultati verificabili in termini di ritorno sull’investimento.

Le piccole e medie aziende dovrebbero evitare questo strumento per pruomuovere i loro prodotti o servizi.

Invece, dovrebbero investire nel marketing diretto che:

  • raggiunge solo le persone veramente interessate al prodotto o servizio;

  • porta forti risparmi che si trasformano in un aumento dei margini per l’impresa;

  • permette di aggiustare il tiro della comunicazione fino a trovare il messaggio che converte di più i contatti in clienti reali.

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

La Peggiore Strategia Per Attirare I Clienti

Oggi, mio caro lettore, ti parlerò della peggiore strategia per attirare i clienti.

Sia che tu abbia appena intrapreso la tua attività oppure che tu sia presente sul mercato da anni devi avere una tecnica efficace per attirare i clienti.

Più ne attiri, più probabilità hai di vendere il tuo prodotto o servizio.

Per far ciò la cosa peggiore che puoi fare è quella di contattare i tuoi potenziali clienti senza averne il permesso.

Sia che tu lo faccia attraverso le email oppure che tu lo faccia via telefono, se contatti delle persone a freddo, difficilmente, otterrai un risultato positivo.

Ovviamente, qualche vendita, se sei fortunato, la otterrai anche così; però non saranno quelle a far crescere il tuo business.

Infatti, a nessuno piace essere interrotto durante la routine quotidiana da telefonate di venditori sconosciuti oppure dallo spam che arriva nella propria casella di posta elettronica.

A te, forse, piace?

E non dirmi che il tuo caso è differente poiché il tuo prodotto o servizio merita di essere conosciuto, tu sei speciale ed hai uno stile diverso da quello di tutti gli altri venditori che scassano i “Cabbasisi” per dirla come il Commissario Montalbano.

Non è così! Fattene una ragione.

I tempi in cui queste tecniche di vendita funzionavano sono finiti da un pezzo.

Ora, è l’era del web marketing.

Non lo fai o non lo vuoi fare perché non credi in Internet. Peggio per te. Sei out!

I tuoi affari, inesorabilmente, scemeranno e piano piano la tua attività uscirà di scena. Questa si chiama selezione darwiniana.

Sei appena partito col tuo business e non vuoi investire denaro oppure non ti vuoi impegnare in prima persona nel web marketing.

Sei out!

Mi spiace per te ma la tua attività ha scarse, se non nulle possibilità, di decollare.

Questa è la nuda e cruda verità. So che non ti piace, ma è così.

Siamo nel 2016 non puoi pensare di poter aver successo con le tecniche di vendita del millennio scorso.

Se parti con un business devi avere un budget per le azioni di marketing oppure se proprio non ce l’hai, devi trovare una soluzione per promuoverti a costo zero o farlo da solo investendoci il tuo tempo.

Pensa che le statistiche dicono che in Italia ci sono più giovani che chiedono ai genitori o ai parenti € 25.000-30.000 per acquistare un’auto che per lanciare una propria attività.

Assurdo! Si pensa prima all’automobile, un bene che è soggetto a svalutazione, che a crearsi un proprio futuro.

Tra parentesi, anche il culto dell’auto è un residuo del passato. Di una società che non aveva Internet per cui spostarsi per andare al lavoro era essenziale.

Ed è il marketing attraverso le sue tecniche che, ancora oggi, fa percepire alle persone la necessità di possederne una.

Oggigiorno, infatti si assiste all’avvento dell’impresa liquida. Un’azienda in cui non è importante che il lavoratore sia presente in sede, a volte, tra le altre cose non vi è nemmeno una sede operativa classica, ma essa è collocata in uno spazio di co-working.

Tempo un decennio, anche in Italia, sono sicuro che le strade e le autostrade saranno meno trafficate, così come i treni dei pendolari. Questo perché ci si muoverà sulle autostrade digitali.

LA STRATEGIA VINCENTE

Ma che cos’è il web marketing di cui ti ho parlato prima?

È quell’insieme di strategie che ti portano a conquistare, prima di tutto, la fiducia dei tuoi clienti ideali in modo che siano loro a contattarti per acquistare il tuo prodotto o servizio.

Alla base di questa strategia vincente, hub & spoke (leggi questo mio articolo a riguardo, n.d.r.), che guarda al futuro, pur affondando le sue radici nel passato, c’è il tuo sito web dotato di blog.

A tal proposito, quando te ne fai realizzare uno da una web agency o da un web designer fatti consegnare tutte le chiavi di accesso al tuo spazio virtuale e poi cambia la password.

Ti dico ciò, poiché pochi giorni fa sono stato contattato dalla titolare di una società che si era fatta letteralmente chiudere fuori dalla porta del suo sito web avendone un danno economico notevole.

Se quando acquisti una casa da un privato per prima cosa cambi la serratura della porta d’ingresso, è cosa buona e giusta farlo anche per la tua casa virtuale.

Suggerimento: se proprio vuoi farti realizzare il sito web da una web agency o da un web designer, acquista tu, direttamente, il dominio e il servizio di hosting, in modo da averne il controllo diretto, poi gira dati e password a chi ti dovrà costruire il tutto.

In questo modo potrai fargli firmare un contratto che ti tuteli veramente da situazioni come quella che ti ho appena descritto e che gli impedisca di trasferire il tuo sito da un’altra parte.

Una volta che hai il tuo sito web popola il tuo blog con i tuoi contenuti.

Il mio consiglio è quello di aver già pronto un nucleo di 5/10 post per il momento del lancio.

Così i primi visitatori passeranno, fin da subito, del tempo sul tuo sito e saranno più propensi ad iscriversi alla tua newsletter, che è il secondo elemento che ti servirà per attirare i potenziali clienti e coltivarli fino a quando non saranno pronti per comprare da te (vedi come, attualmente, funziona il processo d’acquisto degli italiani in questo mio articolo, n.d.r.).

Una volta che hai in mano questi due strumenti dovrai popolare il tuo database e per farlo ti potrai avvalere della pubblicità online, dei social network, del guest posting e se hai uno spazio fisico dove accogli i tuoi potenziali clienti oppure partecipi ad eventi o fiere potrai chiedere a chi mostra interesse per la tua attività i dati di contatto ed il permesso di inviargli la newsletter.

Lo scopo di questa strategia è quello di creare un rapporto di fiducia tra te ed il tuo interlocutore che ti deve vedere come l’esperto a cui ricorrere nel momento del bisogno.

Certo, questo modo di procedere richiede tempo per vedere i primi risultati.

Inoltre, dovrai sempre tenere sotto controllo i dati inerenti alla campagna di web marketing che stai portando avanti per poter correggere la rotta in modo da non allontanarti dagli obiettivi che ti sei prefissato.

Ma alla fine del processo avrai creato il tuo mercato composto da persone profilate ed interessate a te e al tuo prodotto o servizio e avrai delle vendite assicurate.

CONCLUSIONE

La strategia peggiore che puoi attuare per promuovere i tuoi affari è quella di chiamare a freddo i tuoi potenziali clienti o riempire di posta indesiderata i loro indirizzi email, che hai ottenuto dai loro siti web dopo una ricerca con Google, oppure da qualche lista DEM che hai acquistato.

La strategia migliore è quella di farti conoscere attraverso i contenuti del tuo blog, la tua newsletter e i tuoi canali social.

Conquista così la fiducia dei tuoi interlocutori ed essi ti premieranno acquistando il tuo prodotto o servizio.

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Come Funziona il Processo d’Acquisto degli Italiani nel 2015

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Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 è divenuto molto più complesso che nel passato.

Infatti, se prima dell’avvento degli smartphone, dei Tablet e l’ampia diffusione del web 2.0, che nel nostro Paese si può far risalire al 2008 con il boom di Facebook, la maggioranza dei consumatori aveva solo due modi per informarsi su di un prodotto o servizio:

  1. La pubblicità.

  2. Le informazioni raccolte tra i parenti, gli amici e i conoscenti che lo avevano già sperimentato.

Oggigiorno, non è più così.

Oggi, mio caro lettore, il potenziale cliente prima di mettere mano al portafoglio si dedica ad una vera e propria operazione d’intelligence acquisendo informazioni sul venditore, oltre che sul prodotto o servizio, tramite Google o un altro motore di ricerca oppure sui blog o nei forum.

Il tempo che intercorre tra la fase di ricerca e l’acquisto vero e proprio si è dilatato. Quindi per i venditori è sempre più importante essere presenti nella mente del potenziale acquirente durante tutto il processo d’acquisto.

La pubblicità tradizionale è meno efficace di un tempo. Con essa si può far conoscere il proprio brand o il proprio prodotto/servizio, cioè si farà del semplice posizionamento, e sarà tanto più efficace quanto più a lungo s’investirà nelle campagne pubblicitarie.

Capisci che per far ciò devi essere una grossa azienda con un ingente budget destinato all’advertising. Infatti, dovrai essere presente nella mente del cliente nel momento in cui si deciderà all’acquisto che non si sa, di preciso, quando avverrà.

Questo semplice concetto, però, è difficile da far passare tra molti imprenditori e professionisti.

Me ne sono reso conto parlando, ultimamente, con diversi potenziali clienti.

Infatti, a prescindere dalla loro età anagrafica e dalla loro collocazione geografica, la maggioranza degli intervistati ha in essere attività promozionali obsolete quali volantini, brochure, pubblicità sui giornali, sia offline che online, o cartellonistica stradale.

Il classico messaggio sparato nel mucchio nella speranza di ottenere qualche cliente.

Ma perché questi imprenditori e professionisti si comportano in un modo così “antico” sprecando i loro soldi?

In primis ciò, è dovuto ad una mancanza di comprensione dell’attuale processo d’acquisto seguito dal cliente.

In secondo luogo, poiché non vogliono uscire dalla loro “comfort zone” provando una via nuova.

Quindi trovano diverse giustificazioni per avvalorare la loro fallimentare strategia di comunicazione che porta scarsi risultati che, ovviamente, imputano alla crisi.

Un esempio ti renderà più chiaro il concetto che ho appena esposto.

Io vivo a Ponti sul Mincio, un paese di poco più di duemila anime di cui la maggioranza sono anziani.

Ora la classica strategia promozionale dell’imprenditore della zona è il volantino nella casella della posta che finisce, spesso e volentieri, nel cestino della carta per la raccolta differenziata o la pubblicità su alcuni giornali distribuiti gratuitamente a livello locale oppure la sponsorizzazione di qualche sagra o di un altro evento dal forte potere attrattivo.

Il risultato finale è scarso. Loro dicono per colpa della crisi. Io dico perché le persone hanno sviluppato gli anticorpi a queste forme pubblicitarie.

Quando ho provato a spiegare loro che, magari, facendo Lead Generation avrebbero ottenuto dei risultati migliori mi è stato risposto che sono cose che vanno bene in città non qui dove la popolazione è formata da anziani.

Beh, si sbagliano di grosso perché molti di quegli anziani hanno uno smartphone o un Tablet e, spesso, lo usano per fare ricerche con Google e quelli che proprio non sono avvezzi alla tecnologia si fanno aiutare dai nipoti o da persone più esperte di loro.

Come so queste cose?

Perché alcuni mi hanno chiesto il favore di fare delle ricerche al posto loro o perché gli ho insegnato ad utilizzare il Tablet oppure lo smartphone ed ho notato che una volta appresi i primi rudimenti sfruttano questi strumenti con cognizione di causa. Certo non sono ai livelli di una persona più giovane, ma vedere un’ottantenne che si organizza una vacanza con Internet sono soddisfazioni.

Ma torniamo al nostro imprenditore.

Quando gli faccio notare la cosa risponde che sono delle eccezioni. Allora, provo a cambiare strategia e gli chiedo come s’informa su un prodotto o servizio che vuole acquistare.

Il più delle volte mi dice che usa Internet.

Quindi, mi chiedo, se lui per primo utilizza la Rete e butta via i volantini pubblicitari e non degna di attenzione la pubblicità sui giornali, perché gli altri non dovrebbero fare altrettanto?

Se io fossi, ad esempio, il titolare di un’agenzia immobiliare locale invece che lamentarmi che non si vendono case per colpa delle tasse sfrutterei Facebook Ads per promuovere gli immobili che ho in carico in Germania, UK e Olanda giacché d’estate i cittadini di questi paesi, letteralmente, invadono la zona.

Ovviamente, mi attrezzerei assumendo un collaboratore che parla inglese, tedesco ed olandese o mi darei da fare per imparare, almeno, due di queste lingue.

Facendo così mi creerei un mercato con scarsissima concorrenza e venderei o affitterei più immobili.

A questo punto, ti chiederai come funziona il processo d’acquisto degli italiani nel 2015.

Presto detto, esso si distingue in 5 fasi:

  1. Nascita di un problema, di un interesse o di un’esigenza (PIE);

  2. Ricerca della soluzione in Internet;

  3. Valutazione delle informazioni raccolte;

  4. Identificazione della soluzione migliore compatibile col budget a disposizione;

  5. Acquisto.

Se tu sarai presente nella mente del tuo cliente ideale durante tutto il percorso, allora avrai buone possibilità di vendergli il tuo prodotto o servizio.

Per far ciò devi sfruttare la Lead Generation. Dovrai partire dalla costruzione di un sito web adatto a questa forma di promozione. Successivamente, dovrai utilizzare Facebook Ads o Google Adwords per generare dei contatti interessati che atterrino sul tuo sito web dove avrai creato una landing page con una precisa Call-to-Action.

Dal momento in cui il contatto interessato esegue la Call-to-Action da te predisposta entra nel tuo funnel.

Da qui in poi il tuo compito sarà quello di fornirgli valore a titolo gratuito in modo che egli ti identifichi come quella persona o azienda esperta di cui si ricorderà al momento di passare all’acquisto del prodotto/servizio.

Ricordati che si preferisce sempre concludere degli affari con chi si conosce da tempo piuttosto che con l’ultimo arrivato di cui non si sa nulla.

I metodi per distribuire valore ai tuoi potenziali clienti sono vari, ad esempio: i video, i blog, le newsletter, i webinar, i teleseminar, le email ecc. .

Tutti gli strumenti suddetti sono volti a conquistare la fiducia dei potenziali clienti e a creare la tua reputazione.

Certo il processo richiede tempo poiché non saprai mai il momento esatto in cui il potenziale cliente deciderà di mettere mano al portafoglio, però avrai una probabilità maggiore di convertirlo in cliente rispetto ad un processo di vendita tradizionale basato sulla strategia promozionale di sparare nel mucchio nella speranza che qualcuno cada nella tua rete.

Inoltre, il metodo che si basa sulla Lead Generation ha dei costi nettamente inferiori rispetto alla pubblicità tradizionale.

Conclusione

Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 si basa essenzialmente sulla ricerca di soluzioni via Internet.

Quindi se si vuole aumentare il numero delle vendite bisogna farsi trovare lì dove si trova il consumatore.

Per far ciò la Lead Generation è uno strumento migliore rispetto a tutti i tipi di pubblicità tradizionali, compreso il caro e ormai vecchio banner, per cui i consumatori hanno sviluppato delle vere e proprie difese mentali.

I tempi per avere i primi risultati sono, forse, più lunghi, però i costi pubblicitari nel lungo periodo sono inferiori rispetto alle forme pubblicitarie tradizionali ed i tassi di conversione da potenziale cliente a cliente sono più alti.

A questo punto, mio caro lettore, ti ho dato molto materiale su cui riflettere. Quindi non mi resta che salutarti dandoti appuntamento al mio prossimo post.

Ma ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Photo Credits: I Love Creativity 

Come Avere un Sito Web a Norma di Legge

Oggi, mio caro lettore, ti spiegherò come avere un sito web a norma di legge.

Infatti, girovagando per la Rete m’imbatto spesso in siti web di aziende e professionisti costruiti senza tener conto di ciò che la normativa italiana prevede a riguardo.

Buona lettura!

COOKIE LAW

Il 3 giugno 2015 è entrata in vigore in Italia la c. d. Cookie Law. Si tratta di una normativa europea volta a tutelare i dati personali e di navigazione in Internet dei cittadini europei.

Questa legge prevede che il visitatore di un sito web che usa cookie tecnici o di profilazione venga avvisato della loro presenza attraverso un banner ed una specifica pagina, la c. d. pagina Cookie e Privacy Policy, e dia il proprio consenso al loro utilizzo o cliccando sul tasto Accetto/OK, accettazione esplicita, oppure continuando a navigare sulle pagine del sito, accettazione implicita.

I cookie, tecnici o di profilazione, sono dei codici che permettono nel primo caso una migliore fruizione del sito da parte del visitatore e nel secondo di profilarlo in modo da scoprire il più possibile su di lui al fine di inviargli dei messaggi pubblicitari.

Qui di seguito riporto parte del testo del regolamento emanato dal Garante per la Privacy.

* * *

1. Considerazioni preliminari.

I cookie sono stringhe di testo di piccole dimensioni che i siti visitati dall’utente inviano al suo terminale (solitamente al browser), dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi agli stessi siti alla successiva visita del medesimo utente. Nel corso della navigazione su un sito, l’utente può ricevere sul suo terminale anche cookie che vengono inviati da siti o da web server diversi (c.d. “terze parti”), sui quali possono risiedere alcuni elementi (quali, ad esempio, immagini, mappe, suoni, specifici link a pagine di altri domini) presenti sul sito che lo stesso sta visitando.

I cookie, solitamente presenti nei browser degli utenti in numero molto elevato e a volte anche con caratteristiche di ampia persistenza temporale, sono usati per differenti finalità: esecuzione di autenticazioni informatiche, monitoraggio di sessioni, memorizzazione di informazioni su specifiche configurazioni riguardanti gli utenti che accedono al server, ecc.

Al fine di giungere a una corretta regolamentazione di tali dispositivi, è necessario distinguerli posto che non vi sono delle caratteristiche tecniche che li differenziano gli uni dagli altri proprio sulla base delle finalità perseguite da chi li utilizza. In tale direzione si è mosso, peraltro, lo stesso legislatore, che, in attuazione delle disposizioni contenute nella direttiva 2009/136/CE, ha ricondotto l’obbligo di acquisire il consenso preventivo e informato degli utenti all’installazione di cookie utilizzati per finalità diverse da quelle meramente tecniche (cfr. art. 1, comma 5, lett. a), del d. lgs. 28 maggio 2012, n. 69, che ha modificato l’art. 122 del Codice).

Al riguardo, e ai fini del presente provvedimento, si individuano pertanto due macro-categorie: cookie “tecnici” e cookie “di profilazione”.

a. Cookie tecnici.

I cookie tecnici sono quelli utilizzati al solo fine di “effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica, o nella misura strettamente necessaria al fornitore di un servizio della società dell’informazione esplicitamente richiesto dall’abbonato o dall’utente a erogare tale servizio” (cfr. art. 122, comma 1, del Codice).

Essi non vengono utilizzati per scopi ulteriori e sono normalmente installati direttamente dal titolare o gestore del sito web. Possono essere suddivisi in cookie di navigazione o di sessione, che garantiscono la normale navigazione e fruizione del sito web (permettendo, ad esempio, di realizzare un acquisto o autenticarsi per accedere ad aree riservate); cookie analytics, assimilati ai cookie tecnici laddove utilizzati direttamente dal gestore del sito per raccogliere informazioni, in forma aggregata, sul numero degli utenti e su come questi visitano il sito stesso; cookie di funzionalità, che permettono all’utente la navigazione in funzione di una serie di criteri selezionati (ad esempio, la lingua, i prodotti selezionati per l’acquisto) al fine di migliorare il servizio reso allo stesso.

Per l’installazione di tali cookie non è richiesto il preventivo consenso degli utenti, mentre resta fermo l’obbligo di dare l’informativa ai sensi dell’art. 13 del Codice, che il gestore del sito, qualora utilizzi soltanto tali dispositivi, potrà fornire con le modalità che ritiene più idonee.

b. Cookie di profilazione.

I cookie di profilazione sono volti a creare profili relativi all’utente e vengono utilizzati al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dallo stesso nell’ambito della navigazione in rete. In ragione della particolare invasività che tali dispositivi possono avere nell’ambito della sfera privata degli utenti, la normativa europea e italiana prevede che l’utente debba essere adeguatamente informato sull’uso degli stessi ed esprimere così il proprio valido consenso.

Ad essi si riferisce l’art. 122 del Codice laddove prevede che “l’archiviazione delle informazioni nell’apparecchio terminale di un contraente o di un utente o l’accesso a informazioni già archiviate sono consentiti unicamente a condizione che il contraente o l’utente abbia espresso il proprio consenso dopo essere stato informato con le modalità semplificate di cui all’articolo 13, comma 3” (art. 122, comma 1, del Codice).

2. Soggetti coinvolti: editori e “terze parti”.

Un ulteriore elemento da considerare, ai fini della corretta definizione della materia in esame, è quello soggettivo. Occorre, cioè, tenere conto del differente soggetto che installa i cookie sul terminale dell’utente, a seconda che si tratti dello stesso gestore del sito che l’utente sta visitando (che può essere sinteticamente indicato come “editore”) o di un sito diverso che installa cookie per il tramite del primo (c.d. “terze parti”).

Sulla base di quanto emerso dalla consultazione pubblica, si ritiene necessario che tale distinzione tra i due soggetti sopra indicati venga tenuta in debito conto anche al fine di individuare correttamente i rispettivi ruoli e le rispettive responsabilità, con riferimento al rilascio dell’informativa e all’acquisizione del consenso degli utenti online.

Vi sono molteplici motivazioni per le quali non risulta possibile porre in capo all’editore l’obbligo di fornire l’informativa e acquisire il consenso all’installazione dei cookie nell’ambito del proprio sito anche per quelli installati dalle “terze parti”.
In primo luogo, l’editore dovrebbe avere sempre gli strumenti e la capacità economico-giuridica di farsi carico degli adempimenti delle terze parti e dovrebbe quindi anche poter verificare di volta in volta la corrispondenza tra quanto dichiarato dalle terze parti e le finalità da esse realmente perseguite con l’uso dei cookie. Ciò è reso assai arduo dal fatto che l’editore spesso non conosce direttamente tutte le terze parti che installano cookie tramite il proprio sito e, quindi, neppure la logica sottesa ai relativi trattamenti. Inoltre, non di rado tra l’editore e le terze parti si frappongono soggetti che svolgono il ruolo di concessionari, risultando di fatto molto complesso per l’editore il controllo sull’attività di tutti i soggetti coinvolti.

I cookie terze parti potrebbero, poi, essere nel tempo modificati dai terzi fornitori e risulterebbe poco funzionale chiedere agli editori di tenere traccia anche di queste modifiche successive.

Occorre tenere conto inoltre del fatto che spesso gli editori, che comprendono anche persone fisiche e piccole imprese, sono la parte più “debole” del rapporto. Laddove invece le terze parti sono solitamente grandi società caratterizzate da notevole peso economico, servono normalmente una pluralità di editori e possono essere, rispetto al singolo editore, anche molto numerose.

Si ritiene pertanto che, anche in ragione delle motivazioni sopra indicate, non si possa obbligare l’editore ad inserire sull’home page del proprio sito anche il testo delle informative relative ai cookie installati per il suo tramite dalle terze parti. Ciò determinerebbe peraltro una generale mancanza di chiarezza dell’informativa rilasciata dall’editore, rendendo nel contempo estremamente faticosa per l’utente la lettura del documento e quindi la comprensione delle informazioni in esso contenute, con ciò vanificando anche l’intento di semplificazione previsto dall’art. 122 del Codice.

Analogamente, per quanto concerne l’acquisizione del consenso per i cookie di profilazione, dovendo necessariamente -per le ragioni su esposte tenere distinte le rispettive posizioni di editori e terze parti, si ritiene che gli editori, con i quali gli utenti instaurano un rapporto diretto tramite l’accesso al relativo sito, assumono necessariamente una duplice veste.

Tali soggetti, infatti, da un lato sono titolari del trattamento quanto ai cookie installati direttamente dal proprio sito; dall’altro, non potendo ravvisarsi una contitolarità con le terze parti per i cookie che le stesse installano per il loro tramite, si ritiene corretto considerarli come una sorta di intermediari tecnici tra le stesse e gli utenti. Ed è, quindi, in tale veste che, come si vedrà più avanti, sono chiamati ad operare nella presente deliberazione, con riferimento al rilascio dell’informativa e all’acquisizione del consenso degli utenti online con riguardo ai cookie delle terze parti.

3. Impatto della disciplina in materia di cookie sulla rete.

I cookie svolgono diverse e importanti funzioni nell’ambito della rete. Qualunque decisione in merito alle modalità di informativa e consenso online, riguardando in pratica chiunque abbia un sito Internet, avrà quindi un fortissimo impatto su un numero enorme di soggetti, che presentano peraltro, come si è detto, natura e caratteristiche profondamente diverse tra loro.

Il Garante, consapevole della portata della presente decisione, ritiene pertanto necessario che le misure prescritte nella stessa ai sensi di quanto previsto dall’art. 122, comma 1, del Codice siano, da un lato, tali da consentire agli utenti di esprimere scelte realmente consapevoli sull’installazione dei cookie mediante la manifestazione di un consenso espresso e specifico (come previsto dall’art. 23 del Codice) e, dall’altro, presentino il minore impatto possibile in termini di soluzione di continuità della navigazione dei medesimi utenti e della fruizione, da parte loro, dei servizi telematici.

Di tali opposte esigenze, emerse chiaramente anche in occasione della consultazione pubblica e degli incontri tenuti dall’Autorità, si tiene conto in primo luogo nella determinazione delle modalità con le quali rendere l’informativa in forma semplificata.

È peraltro convinzione del Garante che i due temi, dell’informativa e del consenso, vadano necessariamente trattati in maniera congiunta, onde evitare che il ricorso a modalità di espressione del consenso online che richiedano operazioni eccessivamente complesse da parte degli utenti vanifichino la semplificazione realizzata nell’informativa.

4. L’informativa con modalità semplificate e l’acquisizione del consenso online.

Ai fini della semplificazione dell’informativa, si ritiene che una soluzione efficace, che fa salvi i requisiti previsti dall’art. 13 del Codice (compresa la descrizione dei singoli cookie), sia quella di impostare la stessa su due livelli di approfondimento successivi.

Nel momento in cui l’utente accede a un sito web, deve essergli presentata una prima informativa “breve”, contenuta in un banner a comparsa immediata sulla home page (o altra pagina tramite la quale l’utente può accedere al sito), integrata da un’informativa “estesa”, alla quale si accede attraverso un link cliccabile dall’utente.

Affinché la semplificazione sia effettiva, si ritiene necessario che la richiesta di consenso all’uso dei cookie sia inserita proprio nel banner contenente l’informativa breve. Gli utenti che desiderano avere maggiori e più dettagliate informazioni e differenziare le proprie scelte in merito ai diversi cookie archiviati tramite il sito visitato, possono accedere ad altre pagine del sito, contenenti, oltre al testo dell’informativa estesa, la possibilità di esprimere scelte più specifiche.

4.1. Il banner contenente informativa breve e richiesta di consenso.

Più precisamente, nel momento in cui si accede alla home page (o ad altra pagina) di un sito web, deve immediatamente comparire in primo piano un banner di idonee dimensioni ossia di dimensioni tali da costituire una percettibile discontinuità nella fruizione dei contenuti della pagina web che si sta visitando contenente le seguenti indicazioni:

a) che il sito utilizza cookie di profilazione al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dall’utente nell’ambito della navigazione in rete;

b) che il sito consente anche l’invio di cookie “terze parti” (laddove ciò ovviamente accada);

c) il link all’informativa estesa, ove vengono fornite indicazioni sull’uso dei cookie tecnici e analytics, viene data la possibilità di scegliere quali specifici cookie autorizzare;

d) l’indicazione che alla pagina dell’informativa estesa è possibile negare il consenso all’installazione di qualunque cookie;

e) l’indicazione che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un’immagine o di un link) comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie.

Il suindicato banner, oltre a dover presentare dimensioni sufficienti a ospitare l’informativa, seppur breve, deve essere parte integrante dell’azione positiva nella quale si sostanzia la manifestazione del consenso dell’utente. In altre parole, esso deve determinare una discontinuità, seppur minima, dell’esperienza di navigazione: il superamento della presenza del banner al video deve essere possibile solo mediante un intervento attivo dell’utente (appunto attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante il banner stesso).

Resta ferma naturalmente la possibilità per gli editori di ricorrere a modalità diverse da quella descritta per l’acquisizione del consenso online all’uso dei cookie degli utenti, sempreché tali modalità assicurino il rispetto di quanto disposto dall’art. 23, comma 3, del Codice.

In conformità con i principi generali, è necessario in ogni caso che dell’avvenuta prestazione del consenso dell’utente sia tenuta traccia da parte dell’editore, il quale potrebbe a tal fine avvalersi di un apposito cookie tecnico, sistema che non sembra particolarmente invasivo (in tal senso, si veda anche il considerando 25 della direttiva 2002/58/CE).

La presenza di tale “documentazione” delle scelte dell’utente consente poi all’editore di non riproporre l’informativa breve alla seconda visita del medesimo utente sullo stesso sito, ferma restando naturalmente la possibilità per l’utente di negare il consenso e/o modificare, in ogni momento e in maniera agevole, le proprie opzioni relative all’uso dei cookie da parte del sito, ad esempio tramite accesso all’informativa estesa, che deve essere linkabile da ogni pagina del sito.

4.2. L’informativa estesa.

L’informativa estesa deve contenere tutti gli elementi previsti dall’art. 13 del Codice, descrivere in maniera specifica e analitica le caratteristiche e le finalità dei cookie installati dal sito e consentire all’utente di selezionare/deselezionare i singoli cookie. Deve essere raggiungibile mediante un link inserito nell’informativa breve, come pure attraverso un riferimento su ogni pagina del sito, collocato in calce alla medesima.

All’interno di tale informativa, deve essere inserito anche il link aggiornato alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti con le quali l’editore ha stipulato accordi per l’installazione di cookie tramite il proprio sito. Qualora l’editore abbia contatti indiretti con le terze parti, dovrà linkare i siti dei soggetti che fanno da intermediari tra lui e le stesse terze parti. Non si esclude l’eventualità che tali collegamenti con le terze parti siano raccolti all’interno di un unico sito web gestito da un soggetto diverso dall’editore, come nel caso dei concessionari.

Al fine di mantenere distinta la responsabilità degli editori da quella delle terze parti in relazione all’informativa resa e al consenso acquisito per i cookie di queste ultime tramite il proprio sito, si ritiene necessario che gli editori stessi acquisiscano, già in fase contrattuale, i suindicati link dalle terze parti (con ciò intendendosi anche gli stessi concessionari).

Nel medesimo spazio dell’informativa estesa deve essere richiamata la possibilità per l’utente (alla quale fa riferimento anche l’art. 122, comma 2, del Codice) di manifestare le proprie opzioni in merito all’uso dei cookie da parte del sito anche attraverso le impostazioni del browser, indicando almeno la procedura da eseguire per configurare tali impostazioni. Qualora, poi, le tecnologie utilizzate dal sito siano compatibili con la versione del browser utilizzata dall’utente, l’editore potrà predisporre un collegamento diretto con la sezione del browser dedicata alle impostazioni stesse.

5. Notificazione del trattamento.

Si ricorda che l’uso dei cookie rientra tra i trattamenti soggetti all’obbligo di notificazione al Garante ai sensi dell’art. 37, comma 1, lett. d), del Codice, laddove lo stesso sia finalizzato a “definire il profilo o la personalità dell’interessato, o ad analizzare abitudini o scelte di consumo, ovvero a monitorare l’utilizzo di servizi di comunicazione elettronica con esclusione dei trattamenti tecnicamente indispensabili per fornire i servizi medesimi agli utenti”.

L’uso dei cookie è, invece, sottratto all’obbligo di notificazione sulla base di quanto previsto dal provvedimento del Garante del 31 marzo 2004, che ha inserito espressamente, tra i trattamenti esonerati dal suindicato obbligo, quelli “relativi all’utilizzo di marcatori elettronici o di dispositivi analoghi installati, oppure memorizzati temporaneamente, e non persistenti, presso l’apparecchiatura terminale di un utente, consistenti nella sola trasmissione di identificativi di sessione in conformità alla disciplina applicabile, all’esclusivo fine di agevolare l’accesso ai contenuti di un sito Internet” (deliberazione n. 1 del 31 marzo 2004, pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 6 aprile 2004 n. 81).

Dal quadro sopra delineato, emerge pertanto che, mentre i cookie di profilazione, i quali hanno caratteristiche di permanenza nel tempo, sono soggetti all’obbligo di notificazione, i cookie che invece hanno finalità diverse e che rientrano nella categoria dei cookie tecnici, ai quali sono assimilabili anche i cookie analytics (v. punto 1, lett. a), del presente provvedimento), non debbono essere notificati al Garante.

6. Tempi di adeguamento.

Come già evidenziato in precedenza, il Garante è consapevole dell’impatto, anche economico, che la disciplina sui cookie avrà sull’intero settore della società dei servizi dell’informazione e, quindi, del fatto che la realizzazione delle misure necessarie a dare attuazione al presente provvedimento richiederà un notevole impegno, anche in termini di tempo.

In ragione di ciò, si ritiene pertanto congruo prevedere un periodo transitorio di un anno a decorrere dalla pubblicazione della presente decisione in Gazzetta Ufficiale per consentire ai soggetti interessati dal presente provvedimento di potersi avvalere delle modalità semplificate ivi individuate.

7. Conseguenze del mancato rispetto della disciplina in materia di cookie.

Si ricorda che per il caso di omessa informativa o di informativa inidonea, ossia che non presenti gli elementi indicati, oltre che nelle previsioni di cui all’art. 13 del Codice, nel presente provvedimento, è prevista la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da seimila a trentaseimila euro (art. 161 del Codice).

L’installazione di cookie sui terminali degli utenti in assenza del preventivo consenso degli stessi comporta, invece, la sanzione del pagamento di una somma da diecimila a centoventimila euro (art. 162, comma 2-bis, del Codice).

L’omessa o incompleta notificazione al Garante, infine, ai sensi di quanto previsto dall’art. 37, comma 1, lett. d), del Codice, è sanzionata con il pagamento di una somma da ventimila a centoventimila euro (art. 163 del Codice).

TUTTO CIO’ PREMESSO IL GARANTE

1. ai sensi degli artt. 122, comma 1 e 154, comma 1, lett. h), del Codice ai fini dell’individuazione delle modalità semplificate per l’informativa che i gestori di siti web, come meglio specificati in premessa, sono tenuti a fornire agli utenti in relazione ai cookie e agli altri dispositivi installati da o per il tramite del proprio sito stabilisce che nel momento in cui si accede alla home page (o ad altra pagina) di un sito web, deve immediatamente comparire in primo piano un banner di idonee dimensioni contenente le seguenti indicazioni:

a) che il sito utilizza cookie di profilazione al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dall’utente nell’ambito della navigazione in rete;

b) che il sito consente anche l’invio di cookie “terze parti” (laddove ciò ovviamente accada);

c) il link all’informativa estesa, che deve contenere le seguenti ulteriori indicazioni relative a:

uso dei cookie tecnici e analytics;

possibilità di scegliere quali specifici cookie autorizzare;

possibilità per l’utente di manifestare le proprie opzioni in merito all’uso dei cookie da parte del sito anche attraverso le impostazioni del browser, indicando almeno la procedura da eseguire per configurare tali impostazioni;

d) l’indicazione che alla pagina dell’informativa estesa è possibile negare il consenso all’installazione di qualunque cookie;

e) l’indicazione che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad esempio, di un’immagine o di un link) comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie;

  1. ai sensi dell’art. 154, comma 1, lett. c), del Codice ai fini di mantenere distinta la responsabilità dei gestori di siti web, come meglio specificati in motivazione, da quella delle terze parti prescrive ai medesimi gestori di acquisire già in fase contrattuale i collegamenti (link) alle pagine web contenenti le informative e i moduli per l’acquisizione del consenso relativo ai cookie delle terze parti (con ciò intendendosi anche i concessionari).

* * *

Come si vede dalla lettura del testo le multe per il mancato adeguamento alla norma sono veramente alte e colpiscono non solo chi utilizza un sito web per motivi professionali ma anche chi lo utilizza per motivi personali.

Per completezza d’informazione ricordo che la notifica dell’utilizzo di cookie di profilazione al Garante ha, attualmente, un costo di € 150,00.

SITO WEB AZIENDALE O PROFESSIONALE

Sulla home page di un sito web di un’azienda o di un professionista deve essere riportata la P. IVA ex art. 35 comma 1 del DPR 633/72, la sua violazione comporta una sanzione amministrativa pecuniaria che va da un minimo di € 258,23 ad un massimo di € 2065,83;

Inoltre, le società di capitali sono obbligate ex art. 42 della L. 88/09 a pubblicare sulla home page del proprio sito anche le seguenti informazioni:

a) la sede sociale;

b) l’ufficio del registro delle imprese presso il quale la società è iscritta e il numero di iscrizione;

c) il capitale sociale, indicato secondo la somma effettivamente versata e quale risulta esistente dall’ultimo bilancio;

d) l’eventuale stato di liquidazione della società;

e) se, in caso di SpA o di Srl, la società ha un socio unico.

In caso di mancato rispetto di tale obbligo di legge si rischia una sanzione amministrativa pecuniaria che varia da un minimo di € 206,00 ad un massimo di € 2065,00.

Suggerimento:

  • indica tra gli indirizzi di posta elettronica la tua PEC poiché in futuro potrebbe sostituire anche tra privati le classica raccomandata A. R. .

SITO WEB PER E-COMMERCE

Sulla home page del sito web ci deve essere la ragione sociale dell’azienda, l’indirizzo completo, la P. IVA e il numero REA. Se trattasi di società di capitale deve esserci anche il capitale sociale versato.

Suggerimento:

  • la P. IVA e tutto il resto devi averli prima di fare il tuo sito web per l’e-commerce, non dopo.

  • Inoltre, ti ricordo che per aprire un e-commerce devi presentare al Comune la SCIA come per un qualsiasi negozio fisico.

CONCLUSIONE

Come vedi, mio caro lettore, diverse sono le norme che incidono su quella vetrina virtuale che è il sito web.

Adeguarsi ad esse non è difficile.

Purtroppo, molti web designer e molte web agency non conoscono la normativa italiana a riguardo e quindi consegnano all’ignaro professionista o imprenditore un sito web non a norma.

Ricordati, però, che le relative sanzioni ricadono sul titolare dell’azienda o sul professionista poiché nel nostro ordinamento vige il principio che: ignorantia legis non excusat. Ergo, non si potrà scaricare la colpa su chi ci ha creato il sito web dicendo che non si conoscevano le disposizioni di legge.

Ed ora, mio caro lettore, non mi resta che salutarti dandoti appuntamento al prossimo post e ricorda:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Software Gratuiti per la Fatturazione

Con oggi, mio caro lettore, inauguro all’interno del mio blog una nuova categoria: Business Tools, che sarà dedicata a tutti quegli strumenti (gratuiti e non) utili per sviluppare il proprio business.

Quando s’inizia un’attività ci si preoccupa, principalmente, di acquisire nuovi clienti per i nostri prodotti o servizi e, spesse volte, si trascura la parte amministrativa poiché si pensa che tanto c’è il commercialista.

Questo, però, è un grave errore.

Se tu tieni in ordine la tua contabilità ti sarà più facile capire come stanno andando i tuoi affari e, pure, il tuo commercialista ti ringrazierà poiché ne faciliterai il lavoro.

Navigando in Rete ho trovato alcuni software gratuiti per la fatturazione, davvero, interessanti.

Si tratta di: Invoicex Base, GIM Free e SmartStudio Free.

I primi due sono più adatti per le piccole imprese e i commercianti che adottano il regime di contabilità semplificata, mentre l’ultimo è ideale per i professionisti.

Ho scelto di parlarti di questi tre software poiché, oltre ad essere gratuiti, possono essere utilizzati senza limiti di tempo.

In Rete, infatti, ve ne sono altri che puoi utilizzare gratis per un certo periodo, ad es. 30 giorni, dopodiché ti si bloccano e devi per forza acquistare il prodotto.

Quindi se hai scelto uno di questi software e, poi, non lo acquisti, perdi tutta la parte di contabilità che avevi gestito con il programma gestionale in questione.

Invoicex Base

Prodotto dalla TNX di Poggibonsi in provincia di Siena, azienda specializzata in programmazione software e grafica web, Invoicex è un programma gestionale per fatturazione, gestione magazzino e contabilità.

Oltre alla versione base che è gratuita ed Open Source, il che permetterà a chi è più smanettone di poter adattare il software alle proprie esigenze lavorando sui codici sorgente, vi è la possibilità di acquistare delle versioni di questo programma più complete oppure di richiedere all’azienda di customizzarlo in base ai propri bisogni.

Queste caratteristiche fanno di Invoicex Base uno dei programmi di fatturazione più scaricati in Italia.

Ha una grafica pulita e permette di creare l’anagrafica di clienti e fornitori, fatture, DdT, note di credito, gestire la contabilità, il magazzino, l’IVA e gli agenti, di produrre statistiche e molto altro ancora.

Insomma, come si suol dire: “Tanta roba!”.

Come ho detto all’inizio, però, non è adatto per i professionisti poiché la versione gratuita non gestisce le ritenute d’acconto e la rivalsa INPS.

GIM Free

Prodotto dalla MIGG di Rende in provincia di Cosenza è un software user-friendly facile da usare anche per i meno esperti e adatto per la gestione delle piccole imprese e delle attività commerciali.

GIM sta, infatti, per gestione impresa e magazzino.

Nella versione free e possibile inserire e consultare dati senza alcuna limitazione in:

  • Anagrafica (Clienti, Fornitori, Articoli);

  • Vendite (Preventivi, Ordini, DdT, Fatture).

E limitatamente ad un certo numero di dati nei restanti moduli del programma.

Nelle versioni con licenza non ci sono limitazioni.

Anche in questo caso è possibile richiedere personalizzazioni del software. Inoltre, la MIGG ha un ottimo servizio di assistenza a cui chiedere informazioni.

SmartStudio Free

Prodotto sempre dalla MIGG è adatto per liberi professionisti e freelancer in quanto gestisce la ritenuta d’acconto e la rivalsa INPS che qui è indicata con la voce Contributi INPS.

Se, infatti, nell’impostare la fattura per il cliente B2B si flagga la voce Contributi, la ritenuta d’acconto verrà calcolata escludendo la quota relativa ai suddetti.

Questa soluzione è adatta solo per coloro che sono iscritti alle Casse degli Ordini.

Il programma nella sua versione free gestisce tutto ciò che riguarda i clienti: anagrafica, preventivi, lavori-anticipazioni, fatture proforma e fatture.

Non è prevista la gestione dei fornitori.

Questo rende SmartStudio molto facile da usare.

Qualora, uno volesse utilizzare anche i moduli relativi all’estratto conto clienti, alla Prima Nota, allo scadenziario e all’analisi dati dovrà, per forza di cose, acquistare la versione a pagamento.

E tu, mio caro lettore, hai degli altri programmi di fatturazione gratuiti da suggerire o dei commenti da fare sui prodotti da me segnalati?

Se così fosse, per favore, lascia  il tuo commento qui sotto. Grazie.

Ed ora, mio caro lettore, non mi resta che salutarti dandoti appuntamento al prossimo post e ricorda:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Risorse Umane & Non Umane. Le Aziende Rinascono dalle Persone

Oggi, miei cari lettori, vi parlerò di un convegno intitolato “Risorse Umane e Non Umane. Le aziende rinascono dalle persone”, che si è tenuto a Verona il 25 settembre 2013 presso l’Hotel Crowne Plaza, organizzato da ESTE, la casa editrice per l’impresa da più tempo in attività in Italia, in quanto fondata nel 1955 da Pietro Gennaro, pioniere della consulenza di direzione, che per primo ha portato nel nostro Paese l’approccio scientifico di stampo anglosassone applicandolo agli studi sull’organizzazione aziendale.

Oggetto di questo ciclo di convegni sono due aspetti fondamentali nella quotidiana gestione di un’azienda: le risorse umane, cioè i collaboratori e le persone che, a vario titolo, lavorano nelle aziende e le risorse non umane, cioè le conoscenze, gli strumenti e la tecnologia che supportano le persone nel loro operato in favore dell’impresa.

Tra i vari relatori che si sono succeduti sul palco quelli che mi sono piaciuti di più sono stati nell’ordine: Marina Salamon, Presidente di Altana; Philip Vanhoutte, Managing Director EMEA della Plantronics; Emanuela Bertagna, Amministratore di InformaAzione e Cetti Galante, Amministratore Delegato di Intoo.

Marina Salamon, 55 anni, ha affrontato il tema della meritocrazia all’interno dell’impresa. Ha spiegato che nelle sue aziende si fa carriera solo per meriti personali, non ci sono membri della sua famiglia ed ha affermato i suoi figli non vi entreranno mai, ma eserciteranno solo il ruolo di azionisti. Questo è un concetto del tutto sconosciuto alla maggior parte delle aziende italiane dove il ruolo della famiglia è preponderante e dove si entra, spesso, per cooptazione in quanto parenti, amici, mariti, mogli, figli ed amanti del proprietario.

Il suo scopo come imprenditrice è quello di individuare le persone più meritevoli per una certa posizione e valorizzarne il lato imprenditoriale, che è presente in ognuno di noi in varie sfumature, in modo che l’azienda possa trarne il massimo dei benefici.

Nel corso della sua carriera questa regola, che si è autoimposta, è stata infranta una sola volta quando per amore del padre che vi lavorava acquistò Doxa, leader italiana nelle ricerche di mercato, e nella quale per un breve periodo lavorò anche il fratello. Da allora non ha mai più fatto eccezioni.

A parte il carisma della persona, che è riuscita a conciliare il ruolo di madre di quattro figli più uno in affido, e la sua semplicità quello che mi ha colpito del suo metodo è stato proprio il cercare di ottimizzare le caratteristiche di ogni suo manager favorendo così il lavoro di squadra.

Lei si comporta come quell’allenatore che valutate le qualità tecniche dei giocatori che allena li fa giocare ognuno nel ruolo più idoneo alle proprie caratteristiche ottenendo così il massimo della prestazione da tutti.

Philip Vanhoutte, che ha tenuto il suo discorso in inglese, ha parlato di Smarter Working. Con questo terminologia s’intende la rivoluzione che sta colpendo gli uffici. Infatti, con l’avvento della tecnologia mobile lo spazio di lavoro organizzato in modo tradizionale risulta superato ed inefficiente.

Lo Smarter Working dona libertà, favorisce il risparmio e salva il pianeta da una parte. Mentre dall’altra richiede che gli spazi lavorativi vengano ripensati in modo che siano funzionali e facilitino la collaborazione fra i dipendenti dell’impresa. Questo porta i professionisti a richiedere gli strumenti giusti per soddisfare le proprie esigenze ed aumentare la flessibilità.

La parte del suo discorso che più mi è piaciuta è stata quella in cui parlando del suo lavoro ha affermato che per essere più efficiente ha smesso da tre anni di guardare la TV, legge il giornale solo nei week-end, si rifugia in chiesa o in una sauna quando non c’è nessuno per favorire il flusso dei suoi pensieri e legge molti libri.

Va bene quindi l’uso massiccio della tecnologia nel proprio lavoro ma l’uomo non deve dimenticare la sua umanità e deve riappropriarsi dei propri spazi.

Altro spunto interessante è stato quello in cui si è parlato di due gruppi di lavoro all’interno della sua azienda che non hanno a capo un dirigente e si autogestiscono producendo ottimi risultati. Sarà questo il destino di molte business unit dell’impresa del futuro?

Emanuela Bertagna, invece, fin da subito ci ha mostrato le sue competenze nel campo della formazione. Infatti, per prima cosa ha fatto alzare in piedi tutto il pubblico in sala, dopodiché ci ha invitato a stringere la mano alla persona seduta davanti a noi e a quella che ci stava alle spalle, presentandoci. Questa azione oltre a catturare l’attenzione di tutti i presenti è stata propedeutica al suo discorso sulla gestione del cambiamento, che deve essere gestito con creatività.

Tre sono gli elementi da lei indicati come caratterizzanti la propria trasformazione:

  • Muoversi cioè mettersi in moto è la prima cosa da fare se si vuole avere successo;

  • Comunicare con gli altri, ma non solo. Infatti, con questo termine la relatrice intende anche il porre attenzione al grillo parlante che è in noi.

  • Avere successo cioè il fare accadere le cose che desidero partendo da una comune azione. 

Inoltre, ha aggiunto che le azioni che intraprendiamo per cambiare sono guidate dai nostri valori e, a volte, capita che i suddetti siano differenti da quelli aziendali. Ciò comporta una estraneazione da parte del dipendente. Compito del formatore in questo caso è quello di riallineare i valori interni a quelli esterni.

Infine ha specificato che individuare i valori aziendali è più facile in caso di aziende padronali.

Invece, nel caso di aziende in mano a fondi d’investimento la linea valoriale deve essere dettata dal management.

Mentre nella Pubblica Amministrazione i valori sono sostituiti dalla presa di coscienza del ruolo sociale della funzione pubblica. 

Cetti Galante ha raccontato la sua esperienza nel mondo dell’outplacement. Del suo discorso mi hanno colpito diversi aspetti.

Il primo aspetto è che se si perde il posto di lavoro non lo si deve nascondere a chi ci è vicino. Non bisogna vergognarsi di una situazione che può capitare a tutti e di cui non si ha colpa. Parlare della propria condizione aiuta a non sentirsi soli.

Oltre a ciò bisogna sempre avere un piano di riserva poiché il rischio di essere licenziati incombe su tutti.

Altro aspetto interessante da lei sottolineato è che, in realtà, in Italia il lavoro c’è. Il problema è che domanda ed offerta non s’incontrano. I giovani dovrebbero essere orientati verso studi tecnici e professionali. Ed all’università bisognerebbe privilegiare le discipline scientifiche rispetto a quelle umanistiche.

Gli adulti dal canto loro devono essere pronti a spostarsi geograficamente e ad abbandonare la cassa integrazione e la mobilità. Gli è capitato, infatti, nel corso della sua carriera di incontrare persone che non volevano seguire la formazione oppure volevano non essere disturbati con offerte di lavoro prima di aver esaurito il godimento della CIG.

A suo avviso l’outplacement dovrebbe essere reso obbligatorio seguendo la formula in vigore in altri paesi europei che prevede che chi rifiuta le proposte di lavoro una prima volta perda il 30% dell’indennità sostitutiva che li tutela, al secondo rifiuto tale decurtazione dovrebbe salire al 60% ed al terzo la tutela dovrebbe essere tolta del tutto.

Infine, i lavoratori che stanno perdendo il posto compresi in una fascia d’età dai 40 ai 60 anni non dovrebbero avere paura di aprire una posizione con P. IVA che è un ottimo modo per ricollocarsi sul lungo periodo.

L’ultimo consiglio che ha dato è quello di essere tenaci e non mollare mai.

Questi consigli dati da chi rappresenta una società che riesce nel giro di un anno a ricollocare il 90% delle persone a lei affidate sono da tenere in gran conto.

In conclusione l’aver partecipato a questo convegno mi ha arricchito e mi ha fatto incontrare diverse persone capaci ed interessanti. Consiglio quindi a tutti coloro che hanno il desiderio di ampliare i propri orizzonti di partecipare ad uno dei prossimi incontri. Il calendario lo trovate sul sito www.runu.it . Non ve ne pentirete.