Francesco Ambrosino. Un anno dopo

Francesco Ambrosino

Francesco Ambrosino – founder Socialmediacoso

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista a Francesco Ambrosino, esperto Social Media Manager, Content Marketer e noto blogger campano, che ho già avuto il piacere di ospitare sul mio blog tempo fa.

Buona lettura!

* * *

Che cosa era Effea Solutions e di cosa si occupava?

Quando ho aperto la Partiva Iva nel 2012 decisi di creare un brand che offrisse due servizi: sviluppo siti web, del quale si occupava mio cognato, e comunicazione e marketing.

Ero troppo immaturo, probabilmente, ma quel percorso ha perso molto velocemente fascino, e dopo un anno l’ho messo da parte, facendo solo qualche lavoretto, e mi sono concentrato su altro e ho studiato.

Quando sono tornato, era nato Socialmediacoso.

Come mai quella esperienza è finita e cosa hai imparato da quell’avventura?

Per colpa mia. Non era quello che volevo fare e non avevo ancora le competenze adatte per fare il freelancer in modo adeguato.

Pessimo tempismo. Ma mi ha aiutato molto perché mi ha fatto capire cosa volevo fare davvero.

A differenza di molti altri professionisti del web non hai puntato sul personal branding ma hai creato il brand con cui sei conosciuto in Rete “Socialmediacoso”, come mai hai fatto questa scelta strategica?

Non è proprio così, io ho puntato tutto sul personal branding, solo che non ho voluto costruire un posizionamento basato solo sul mio nome e cognome, perché a me piace lavorare sui progetti. Ma che dietro Socialmediacoso ci sia io è palese ed evidente ovunque, perché è il mio progetto.

Ho sempre considerato Socialmediacoso come un hub. Un elemento centrale dal quale far partire tutte le mie collaborazioni con altri professionisti.

Infatti, oggi offro servizi avvalendomi del prezioso contributo di colleghi che, però, lavorano su di un cliente di Socialmediacoso.

Quali vantaggi si hanno nell’avere un brand piuttosto che nell’essere un personal brand?

Ripeto, il mio progetto è personal branding puro, solo che l’ho veicolato attraverso un naming e un brand riconoscibili.

Il 2016 è stato per te l’anno della svolta. Quali sono stati i cambiamenti rispetto al 2015?

Ho capito con chi non volevo lavorare, e questo è stato imporante.

Poi ho iniziato a pensare in grande, a stringere collaborazioni con agenzie e freelancer in modo tale da offrire servizi più completi e complessi.

Infine, ho anche capito che dovevo provare a vivere la mia vita, quindi ho rallentato un po’ i ritmi e ho smesso di fare le nottate a lavorare.

Adesso di notte guardo Netflix. Ne ho guadagnato di salute.

Quali sono state le ragioni alla base di questo pivoting (cambiamento nel gergo delle startup, n.d.r.)?

Non volevo essere schiavo del mio lavoro, volevo anzi rendermi ancora più indipendente.

Infatti, ho anche lasciato l’azienda di famiglia, dando le dimissioni lo scorso settembre.

Volevo vivere del mio lavoro, ma volevo anche farlo con entusiasmo e passione, e per fare questo avevo bisogno di riorganizzare la mia vita.

Lo sto facendo e piano piano ci riuscirò.

Quali risultati hai ottenuto e, soprattutto, sei soddisfatto di ciò?

Io non sono mai soddisfatto di nulla. Vivo a blocchi semestrali poiché ho sempre bisogno di evolvermi e puntare a qualcosa di nuovo, altrimenti mi annoio. Sono contento di come si è sviluppata la mia carriera professionale, ma non mi accontento.

Il giorno che lo farò, smetterò di fare questo mestiere.

In futuro pensi di creare una società che detenga il brand “Socialmediacoso”?

Penso ad una società, ma non credo con il brand Socialmediacoso, perché se giungo alla decisione di passare da freelancer a imprenditore, allora dovrà essere per un progetto nuovo.

Altrimenti, resto come sto. Che schifo non mi fa.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Come Buttare I Soldi Nel Cesso Con La Pubblicità D’Immagine

Oggi, mio caro lettore con un po’ di grana, ti spiegherò come buttare i soldi nel cesso con la pubblicità d’immagine.

Questo tipo di pubblicità il cui scopo è quello di far memorizzare alla gente il nome di un brand e che aveva senso in passato quando c’era poca concorrenza.

Oggigiorno, in un mercato super affollato non ha ragione d’essere perché il consumatore non si fida più della voce delle aziende.

Ha preso troppe “sole” (fregature in romanesco, n.d.r.).

Chi si fida più delle banche? Nessuno.

Ma in passato non era così.

Oggi, il consumatore si fida della voce degli altri consumatori. Si è passati da un approccio verticale (azienda-consumatore) ad un approccio orizzontale (consumatore-consumatore).

C’è una tribalizzazione del consumatore che si riunisce in:

  • reti

  • gruppi

  • centri focali

  • Le reti sono caratterizzate dal rapporto 1 a 1 e sono tipiche dei social network.
  • I gruppi vedono le persone aggregarsi attorno ad un’idea o a dei valori comuni.
  • I centri focali, invece, sono le aggregazioni che si formano attorno ad un leader o a un brand (ad esempio, i fan della Apple).

Le imprese, quindi, per vendere i loro prodotti o servizi devono trovare la loro tribù.

COME BUTTARE I SOLDI NEL CESSO CON LA PUBBLICITÀ D’IMMAGINE

Ma torniamo all’oggetto di questo articolo.

Se anche tu qualche volta guardi le TV locali, magari del circuito “7 Gold” perché ti piace seguire il calcio, avrai visto gli spot pubblicitari di qualche imprenditore locale con un po’ di grana da buttare.

Questi imprenditori sicuramente ottengono un risultato. Quello di far conoscere il loro brand al telespettatore e di fissarlo nella loro mente. Questo avviene solamente dopo ripetuti passaggi in TV che bruciano letteralmente migliaia di euro.

Però, questa strategia può andare bene per un brand come Coca Cola che è un prodotto, una commodity, che trovi dappertutto oppure per la Samsung o la Apple che sono presenti in numerosi punti vendita ed hanno ingenti capitali da investire in pubblicità.

Sono aziende miliardarie che sfruttano la loro diffusione capillare e che possono permettersi di bruciare milioni di euro in pubblicità che raggiungono anche persone non interressate al loro prodotto.

Perché il vero problema dietro lo spot televisivo è questo.

Si raggiungono persone che non sono i clienti ideali del brand pubblicizzato o perché non possono permetterselo o perché non hanno alcun interesse al prodotto o servizio.

In pratica, si utilizza un sistema di pesca a strascico.

Questo discorso vale anche per i volantini, le brochure e la cartellonistica stradale.

Ma soffermiamoci sugli spot televisivi che passano sulle TV locali:

  • Ogni passaggio ha un valore di migliaia di euro.

  • Per posizionare la marca nella mente dello spettatore servono più passaggi.

  • Si raggiungono persone per nulla interessate al prodotto o servizio promosso dal brand.

  • Non si ha la certezza del ritorno economico dell’investimento pubblicitario (numero di spettatori raggiunti convertiti in clienti, n.d.r.).

Io che sono un appassionato di calcio e son tifoso del Milan mi diverto a seguire i programmi televisivi in cui è presente Tiziano Crudeli (giornalista tifoso dei rossoneri, n.d.r.).

Ebbene, nel seguirlo su una TV locale, “7 Gold”, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di diverse aziende di cui non penso che comprerò mai i prodotti.

Quelle che si sono posizionate meglio nella mia mente sono:

  • Zanatta Vetro

  • Zetahaus

  • Capozi

  • Mobilificio Caramel

Gli spot di queste ultime due aziende mi hanno colpito particolarmente.

Quelli di “Capozi – Autotrasporti” mi sono piaciuti per due motivi:

  1. Hanno Tiziano Crudeli come protagonista.

  2. Cercano di posizionarsi nella mente del potenziale cliente per un elemento differenziante rispetto alla concorrenza: la puntualità.

Il martellare sul suddetto concetto ha lo scopo di differenziare Capozi dai concorrenti:

Noi siamo puntuali. Gli altri no.

Gli spot del Mobilificio Caramel, invece, mi hanno colpito per:

  • La voce dello speaker che è caratteristica.

  • Il concetto che i loro mobili sono fatti di legno “bio”.

Soffermiamoci, mio caro lettore, per un momento su quest’ultimo elemento e prova a rispondere a questa mia domanda:

Quali tipi di legno non biologici conosci?”

La risposta corretta è… nessuno.

Infatti, tutti i tipi di legno derivano dagli alberi.

Non esistono legni sintetici.

Questa pubblicità che insegue la moda del biologico si basa su un concetto falso.

Perché, quindi, dovrei riporre la mia fiducia in quest’azienda?

Se costruiscono i loro spot su una bugia, chissà che cosa mettono nei loro mobili.

Qui gli errori che ha fatto il titolare del mobilificio sono 2:

  1. Uno spot che si basa su una palese falsità (clamoroso autogol, n.d.r.).

  2. Lo spot raggiunge anche persone che non sono potenziali clienti.

LA PROMOZIONE AI TEMPI DELLA RETE

Ovviamente, per farsi conoscere un’azienda di piccole e medie dimensioni deve fare pubblicità per raggiungere i potenziali clienti. Ma lo deve fare in modo intelligente, cioè verificando il ritorno del capitale investito.

By the way, questo lo si può fare anche con uno spot televisivo se si inserisce una chiara call to action.

Però, il modo più efficace è quello di sfruttare la Rete entrando in contatto con le giuste “tribù”, cioè quelle che manifestano interesse per la tipologia di prodotto o servizio che è venduto dall’azienda.

Una volta entrati in contatto bisognerà prima creare un rapporto di fiducia coi membri della “tribù” partecipando alle loro discussioni e solo in un secondo momento vendere attraverso il “marketing diretto”.

Questo presuppone che l’utente avendo acquisito fiducia nel brand gli dia i suoi dati di contatto e che l’azienda sfrutti questa possibilità, in primo luogo, per fornire valore al suo contatto e, successivamente, per promuovere i suoi prodotti o servizi.

Fornire valore al potenziale cliente significa educarlo. Bisogna cioè preparare il terreno per la futura vendita facendo capire al contatto che il prodotto o servizio che gli si offre, oltre ad essere di valore, appaga un suo desiderio, un suo bisogno o una sua ansia.

Bisogna parlare contemporaneamente a mente, cuore e spirito del consumatore.

Questo approccio per l’azienda è molto vantaggioso poiché:

  1. Si comunica il proprio messaggio a persone realmente interessate al prodotto o servizio che si vende.

  2. Si verifica in modo preciso se l’investimento in promozione sta portando dei risultati concreti.

  3. Si possono fare dei test per capire quale messaggio e quale canale porta più conversioni da potenziale cliente a cliente reale. E quindi si può aggiustare il tiro della comunicazione.

Ovviamente, non si ottengono dei risultati dalla sera alla mattina. Ci vuole molta pazienza. Però il costo di questo tipo di promozione è molto inferiore a quella dei passaggi televisivi che si traduce in un aumento dei margini per le aziende dovuti ai risparmi conseguiti.

CONCLUSIONE

Fare pubblicità attraverso gli spot televisivi è costoso e non porta risultati verificabili in termini di ritorno sull’investimento.

Le piccole e medie aziende dovrebbero evitare questo strumento per pruomuovere i loro prodotti o servizi.

Invece, dovrebbero investire nel marketing diretto che:

  • raggiunge solo le persone veramente interessate al prodotto o servizio;

  • porta forti risparmi che si trasformano in un aumento dei margini per l’impresa;

  • permette di aggiustare il tiro della comunicazione fino a trovare il messaggio che converte di più i contatti in clienti reali.

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Ueh Paleo! Ti Piace Perdere Facile

Ueh, Paleo! Ti piace perdere facile.”

Sì, ce l’ho proprio con te che stai tutto il giorno a lamentarti con gli altri “Dinosauri” che ti circondano di una “Crisi” inesistente.

Certo che se gestisci la tua attività come si faceva nel ‘900 e cerchi di generare una domanda per il tuo prodotto o servizio con strategie di marketing dei primi anni ’80, sei finito.

Internet, i social media, gli smartphone e i tablet sono per la tua attività l’equivalente del grande meteorite che colpendo la crosta terreste ha decretato la fine dei dinosauri.

Ueh, Paleo! Ti piace perdere facile.”

Dammi retta! Se ti fai ancora promozione col volantino, la brochurina e il sito web “vetrina”, cala la saracinesca e utilizza i tuoi risparmi per goderti la vita in un paese in via di sviluppo. Così spenderai i tuoi soldi in modo intelligente.

Ora, li stai buttando nel cesso.

Inoltre, alimenti il buco nell’ozono, la deforestazione, il riscaldamento globale, la fame nel mondo e l’aumento della tassa sui rifiuti per le attività commerciali.

Sai raccogliere quei cazzo di volantini che lordano le strade delle nostre città e smaltirli non è a costo “zero”.

Cosa?”

Mi stai dicendo che tu li fai distribuire da delle belle gnocche proprio per evitare questo problema!

Ueh, Paleo! Certo che ne hai di “Danè” da sbatter via.”

Come si dice a Milano.

Intanto, in questo modo fai incazzare le mogli, le compagne e le fidanzate degli “animali” che si fanno irretire dalla sirena di turno e voltato l’angolo gettano il volantino o la brochurina per terra.

E poi sai cosa succede?

Nooo!

Il tuo Comune aumenta la tassa sui rifiuti per le attività commerciali.

E quando ti arriva il bollettino da pagare tu bestemmi per giorni e giorni perché non sai dove trovare i soldi per pagarlo.

Ueh, Paleo! Ti piace perdere facile.”

Hai appena scoperto Facebook Ads e ti senti il più “figo del bigonzo”.

Beh, ti do una brutta notizia o affidi la gestione ad un professionista che sa il fatto suo, non al solito “Cuggino” oppure al fuffaiolo a basso costo di turno, o studi bene come si utilizza lo strumento investendo tempo e denaro in libri e corsi oppure farai la fine di un chirurgo plastico di mia conoscenza che ha speso più di € 5000,00 in pubblicità online senza tirar su neanche un nuovo cliente.

Avrebbe fatto meglio a farsi una bella vacanza con quei soldi. Non trovi?

Perché se fai pubblicità su Facebook come si faceva 20 anni fa, cioè la classica pubblicità d’immagine che serve a far ricordare il Brand e che interrompe le persone mentre si stanno rilassando facendosi i cazzi degli altri sul social di “zio” Mark, non otterrai nemmeno un cliente.

L’unico risultato che avrai sarà quello di arricchire le tasche di Facebook e di impoverire le tue.

Un esempio di come si possono buttare via i soldi con Facebook Ads solo per farsi sbertucciare è il seguente:

 

Seac Apnea - Adv Fail

Una pubblicità su Facebook senza CTA

Seac Apnea - Epic Fail 2

Ecco cosa succede se si fa fare la pubblicità su Facebook al “Cuggino” o ad un fuffaiolo a basso costo.

(Dopo il mio commento la situazione è peggiorata vedi qui)

Ueh, Paleo! Vedo che sei sbiancato in volto.”

Lo so!

Adesso, il criceto che hai tra le orecchie si è messo in moto preso da un’attacco di panico per trovare una soluzione ai danni causati dalle varie strategie che ha messo in piedi.

La buona notizia è che, forse, non è troppo tardi per salvare il tuo tempo e il tuo denaro.

Infatti, hai davanti a te due strade:

  • Mi contatti per avere una consulenza. In soli 6 mesi sono sicuro di rimetterti in carreggiata. Ti porterò nel XXI secolo.

  • Ti metti a studiare tutto quello che ho imparato io, acquistando libri e navigando in Internet.

Ah, dimenticavo c’è una terza soluzione: “Decidi di non decidere”.

In quest’ultimo caso rilassati e “Stai sereno!”.

The end is near!”

A questo punto, mio caro Paleo, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito ad iscriverti alla mia newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici “Dinosauri”. Grazie!

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Federico

Come Funziona il Processo d’Acquisto degli Italiani nel 2015

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Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 è divenuto molto più complesso che nel passato.

Infatti, se prima dell’avvento degli smartphone, dei Tablet e l’ampia diffusione del web 2.0, che nel nostro Paese si può far risalire al 2008 con il boom di Facebook, la maggioranza dei consumatori aveva solo due modi per informarsi su di un prodotto o servizio:

  1. La pubblicità.

  2. Le informazioni raccolte tra i parenti, gli amici e i conoscenti che lo avevano già sperimentato.

Oggigiorno, non è più così.

Oggi, mio caro lettore, il potenziale cliente prima di mettere mano al portafoglio si dedica ad una vera e propria operazione d’intelligence acquisendo informazioni sul venditore, oltre che sul prodotto o servizio, tramite Google o un altro motore di ricerca oppure sui blog o nei forum.

Il tempo che intercorre tra la fase di ricerca e l’acquisto vero e proprio si è dilatato. Quindi per i venditori è sempre più importante essere presenti nella mente del potenziale acquirente durante tutto il processo d’acquisto.

La pubblicità tradizionale è meno efficace di un tempo. Con essa si può far conoscere il proprio brand o il proprio prodotto/servizio, cioè si farà del semplice posizionamento, e sarà tanto più efficace quanto più a lungo s’investirà nelle campagne pubblicitarie.

Capisci che per far ciò devi essere una grossa azienda con un ingente budget destinato all’advertising. Infatti, dovrai essere presente nella mente del cliente nel momento in cui si deciderà all’acquisto che non si sa, di preciso, quando avverrà.

Questo semplice concetto, però, è difficile da far passare tra molti imprenditori e professionisti.

Me ne sono reso conto parlando, ultimamente, con diversi potenziali clienti.

Infatti, a prescindere dalla loro età anagrafica e dalla loro collocazione geografica, la maggioranza degli intervistati ha in essere attività promozionali obsolete quali volantini, brochure, pubblicità sui giornali, sia offline che online, o cartellonistica stradale.

Il classico messaggio sparato nel mucchio nella speranza di ottenere qualche cliente.

Ma perché questi imprenditori e professionisti si comportano in un modo così “antico” sprecando i loro soldi?

In primis ciò, è dovuto ad una mancanza di comprensione dell’attuale processo d’acquisto seguito dal cliente.

In secondo luogo, poiché non vogliono uscire dalla loro “comfort zone” provando una via nuova.

Quindi trovano diverse giustificazioni per avvalorare la loro fallimentare strategia di comunicazione che porta scarsi risultati che, ovviamente, imputano alla crisi.

Un esempio ti renderà più chiaro il concetto che ho appena esposto.

Io vivo a Ponti sul Mincio, un paese di poco più di duemila anime di cui la maggioranza sono anziani.

Ora la classica strategia promozionale dell’imprenditore della zona è il volantino nella casella della posta che finisce, spesso e volentieri, nel cestino della carta per la raccolta differenziata o la pubblicità su alcuni giornali distribuiti gratuitamente a livello locale oppure la sponsorizzazione di qualche sagra o di un altro evento dal forte potere attrattivo.

Il risultato finale è scarso. Loro dicono per colpa della crisi. Io dico perché le persone hanno sviluppato gli anticorpi a queste forme pubblicitarie.

Quando ho provato a spiegare loro che, magari, facendo Lead Generation avrebbero ottenuto dei risultati migliori mi è stato risposto che sono cose che vanno bene in città non qui dove la popolazione è formata da anziani.

Beh, si sbagliano di grosso perché molti di quegli anziani hanno uno smartphone o un Tablet e, spesso, lo usano per fare ricerche con Google e quelli che proprio non sono avvezzi alla tecnologia si fanno aiutare dai nipoti o da persone più esperte di loro.

Come so queste cose?

Perché alcuni mi hanno chiesto il favore di fare delle ricerche al posto loro o perché gli ho insegnato ad utilizzare il Tablet oppure lo smartphone ed ho notato che una volta appresi i primi rudimenti sfruttano questi strumenti con cognizione di causa. Certo non sono ai livelli di una persona più giovane, ma vedere un’ottantenne che si organizza una vacanza con Internet sono soddisfazioni.

Ma torniamo al nostro imprenditore.

Quando gli faccio notare la cosa risponde che sono delle eccezioni. Allora, provo a cambiare strategia e gli chiedo come s’informa su un prodotto o servizio che vuole acquistare.

Il più delle volte mi dice che usa Internet.

Quindi, mi chiedo, se lui per primo utilizza la Rete e butta via i volantini pubblicitari e non degna di attenzione la pubblicità sui giornali, perché gli altri non dovrebbero fare altrettanto?

Se io fossi, ad esempio, il titolare di un’agenzia immobiliare locale invece che lamentarmi che non si vendono case per colpa delle tasse sfrutterei Facebook Ads per promuovere gli immobili che ho in carico in Germania, UK e Olanda giacché d’estate i cittadini di questi paesi, letteralmente, invadono la zona.

Ovviamente, mi attrezzerei assumendo un collaboratore che parla inglese, tedesco ed olandese o mi darei da fare per imparare, almeno, due di queste lingue.

Facendo così mi creerei un mercato con scarsissima concorrenza e venderei o affitterei più immobili.

A questo punto, ti chiederai come funziona il processo d’acquisto degli italiani nel 2015.

Presto detto, esso si distingue in 5 fasi:

  1. Nascita di un problema, di un interesse o di un’esigenza (PIE);

  2. Ricerca della soluzione in Internet;

  3. Valutazione delle informazioni raccolte;

  4. Identificazione della soluzione migliore compatibile col budget a disposizione;

  5. Acquisto.

Se tu sarai presente nella mente del tuo cliente ideale durante tutto il percorso, allora avrai buone possibilità di vendergli il tuo prodotto o servizio.

Per far ciò devi sfruttare la Lead Generation. Dovrai partire dalla costruzione di un sito web adatto a questa forma di promozione. Successivamente, dovrai utilizzare Facebook Ads o Google Adwords per generare dei contatti interessati che atterrino sul tuo sito web dove avrai creato una landing page con una precisa Call-to-Action.

Dal momento in cui il contatto interessato esegue la Call-to-Action da te predisposta entra nel tuo funnel.

Da qui in poi il tuo compito sarà quello di fornirgli valore a titolo gratuito in modo che egli ti identifichi come quella persona o azienda esperta di cui si ricorderà al momento di passare all’acquisto del prodotto/servizio.

Ricordati che si preferisce sempre concludere degli affari con chi si conosce da tempo piuttosto che con l’ultimo arrivato di cui non si sa nulla.

I metodi per distribuire valore ai tuoi potenziali clienti sono vari, ad esempio: i video, i blog, le newsletter, i webinar, i teleseminar, le email ecc. .

Tutti gli strumenti suddetti sono volti a conquistare la fiducia dei potenziali clienti e a creare la tua reputazione.

Certo il processo richiede tempo poiché non saprai mai il momento esatto in cui il potenziale cliente deciderà di mettere mano al portafoglio, però avrai una probabilità maggiore di convertirlo in cliente rispetto ad un processo di vendita tradizionale basato sulla strategia promozionale di sparare nel mucchio nella speranza che qualcuno cada nella tua rete.

Inoltre, il metodo che si basa sulla Lead Generation ha dei costi nettamente inferiori rispetto alla pubblicità tradizionale.

Conclusione

Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 si basa essenzialmente sulla ricerca di soluzioni via Internet.

Quindi se si vuole aumentare il numero delle vendite bisogna farsi trovare lì dove si trova il consumatore.

Per far ciò la Lead Generation è uno strumento migliore rispetto a tutti i tipi di pubblicità tradizionali, compreso il caro e ormai vecchio banner, per cui i consumatori hanno sviluppato delle vere e proprie difese mentali.

I tempi per avere i primi risultati sono, forse, più lunghi, però i costi pubblicitari nel lungo periodo sono inferiori rispetto alle forme pubblicitarie tradizionali ed i tassi di conversione da potenziale cliente a cliente sono più alti.

A questo punto, mio caro lettore, ti ho dato molto materiale su cui riflettere. Quindi non mi resta che salutarti dandoti appuntamento al mio prossimo post.

Ma ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Photo Credits: I Love Creativity 

Come scegliere il nome per la propria attività

 

Il naming, ovvero la scelta del nome della propria azienda, del proprio prodotto o servizio, non è un’operazione facile così come può sembrare a prima vista.

Infatti, molti aspiranti imprenditori non fanno una ricerca preliminare su Internet per capire se qualche altra azienda, attività o brand utilizza, già, il nome prescelto per farsi riconoscere dal proprio target di riferimento.

Diverse volte mi è capitato di essere contattato da un cliente che voleva il mio contributo come project manager per seguire la realizzazione del sito web aziendale oppure per organizzare la sua presenza sui vari social network e scoprire che il dominio da lui desiderato era occupato da un’altra azienda oppure che Facebook non mi permetteva di aprire una pagina fan con la denominazione prescelta poiché già aperta da qualcun altro che non necessariamente era un concorrente del mio cliente.

Il caso più complesso che mi è capitato di dover affrontare riguarda il progetto musicale dei Who Is That DJ di cui ho parlato in questo articolo.

I due dj, che si presentano in scena mascherati, avevano scelto di chiamare così il loro gruppo perché si erano immaginati la seguente scena: un ragazzo partecipa ad un loro evento musicale e rimane particolarmente colpito dalla musica proposta durante il dj set da chiedere a chi gli sta vicino “Chi è quel dj?”. Domanda che in inglese si traduce così: “Who is that dj?”.

Inizio il mio lavoro e scopro che su Facebook, il social più idoneo per intercettare gli amanti della EDM (Electronic Dance Music, n.d.r.) acquisendo così numerosi fan in modo da farsi notare da dj più famosi, etichette discografiche, organizzatori di eventi, promoter, discoteche e riviste di settore, tale denominazione è utilizzata da un competitor americano che ha creato una società la quale fornisce dj per diversi tipi di eventi che si svolgono in tutto il Nord America. Un mercato molto appetibile che genera un gran ritorno d’immagine poiché in questo periodo l’EDM, laggiù, fa tendenza.

Così sono costretto, essendo arrivato a progetto già avviato e con delle tracce musicali pubblicate sia su SoundCloud, il servizio gratuito utilizzato da moltissimi musicisti per promuoversi, sia da due label straniere, ad aprire una fan page con l’acronimo: WTDJ. Infatti, cambiare il nome non era più proponibile in quanto avrebbe generato confusione e gettato alle ortiche il lavoro sviluppato dalle etichette discografiche.

A questo punto, per evitare sorprese in vista di una futura realizzazione del sito web dedicato al gruppo, faccio la ricerca che avrebbero dovuto fare i due dj prima di partire col loro progetto e scopro, con notevole disappunto, che il dominio wtdj.com è occupato da una società cinese, mentre è libero quello whoisthatdj.com.

Infatti, il competitor americano di cui ho parlato poc’anzi aveva acquistato il dominio: whosthatdj.com.

Ovviamente, i ragazzi procedono all’acquisto dell’unico rimasto libero. Scelta comprensibile ma che, a mio parere, potrebbe comportare futuri problemi sul mercato statunitense.

In conclusione, io consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono lanciare un progetto di creare, prima di tutto, un elenco con le possibili denominazioni dell’azienda o del brand che si vuole promuovere.

Successivamente, fate una ricerca con un servizio come quello messo a disposizione da Spazio Web per capire se qualcuno ha già acquistato un dominio che utilizza uno dei nomi presenti nella vostra lista. Se ne avete la possibilità acquistate subito ciò che è rimasto libero anche se non avete in programma di realizzare o farvi realizzare, a breve, un sito web istituzionale.

Oggigiorno, acquistare un dominio ha un costo di pochi euro e vi evita spiacevoli future sorprese che vi costringerebbero a spese superiori per modificare la vostra brand identity.

Infine, controllate che il nome da voi prescelto non sia utilizzato da altri come denominazione di una pagina fan o di un profilo sui social network su cui volete essere presenti.

Fatto tutto ciò potete iniziare a costruire la vostra corporate identity cioè sito web, biglietti da visita, brochure e quant’altro dovrà rappresentare la vostra immagine.

Questi sono i miei suggerimenti su come scegliere il nome per la propria attività. Se qualcuno di voi, miei cari lettori, ne ha degli altri vi invito a condividerli con tutti noi commentando questo mio articolo. Grazie.

 

Aziende da Incubo

 

Recentemente, mi sono confrontato con una mia collega che come me fa la consulente freelance per aziende dell’industria del lusso. L’argomento della nostra chiacchierata erano: le aziende da incubo.

Ci siamo focalizzati su due aziende di cui per ovvi motivi non posso fare i nomi.

La prima è una media azienda italiana di moda femminile, un brand molto noto in Italia ed all’estero, con un prodotto di qualità sia dal punto di vista manifatturiero che da quello creativo. Sul mercato da oltre 30 anni ha imboccato il viale del tramonto ma con l’immissione di nuovo capitale ed una nuova gestione potrebbe fare utili davvero interessanti. Tenete presente che il suo negozio nel centro di Milano in un solo giorno anche in questo periodo di crisi ha fatturato € 100.000,00.

La seconda azienda è un giovane brand di moda femminile che a marzo durante la fashion week milanese ha presentato la sua seconda collezione dai forti contenuti creativi e di cui sentirete parlare a lungo se sopravviverà al suo attuale management. Qui il problema non è la mancanza di liquidità bensì quella di esperienza delle persone messe in alcuni ruoli chiave.

A questo punto, vi chiederete che cosa hanno in comune due aziende con uno storico così agli antipodi. Presto detto: dei titolari sordi ad ogni consiglio.

In entrambi i casi i fondatori non danno ascolto ai consulenti che hanno assunto. Sicuramente, potevano tranquillamente farne a meno e risparmiare i soldi spesi. Tanto a farle fallire ci stanno riuscendo anche da soli.

Nel primo caso la proprietà vive nella gloria del suo passato non capendo che dal 2008, a causa della grande crisi di sistema che stiamo tuttora vivendo, il mondo è cambiato. Per loro si è sempre agito così e si deve continuare nella medesima direzione. Il personale dell’azienda si è adeguato all’andazzo ed è demotivato. Quindi nessun investitore sano di mente potrebbe decidere di fornire capitale fresco a meno di non conquistare la maggioranza delle azioni.

Per questa società ci vorrebbe l’intervento di Tabatha Coffey la bionda parrucchiera di un fortunato programma televisivo mandato in onda da Real Time “Tabatha’s Salon Takeover”, in Italia “Tabatha mani di forbici”, il cui motto è: “Adesso, comando io. Dammi le chiavi della tua azienda”. La platinata protagonista di questa serie in una settimana, di solito, rimette in piedi ogni tipo d’impresa e la restituisce al legittimo proprietario risanata.

Nel secondo caso per gli azionisti, imprenditori di successo in altri settori, l’avventura nell’industria della moda è una semplice diversificazione dei loro business principali. Oltre a ciò ognuno di loro ha voluto mettere in un ruolo chiave un proprio referente con le conseguenze che potete immaginare, perché un’attività così complessa come quella dell’industria della moda non può essere lasciata nelle mani di manager improvvisati.

Per questa seconda azienda vedrei bene l’intervento dello Chef pluristellato Gordon Ramsay, noto per non avere peli sulla lingua ed essere alquanto irascibile. Sarebbe uno spettacolo vederlo affrontare con i suoi modi spicci il board della società e licenziare i manager incapaci.

La morale di tutta questa storia, miei cari imprenditori, è che quando assumete un consulente, che magari pagate profumatamente, dovete fidarvi di lui poiché è nel suo interesse portarvi al successo. Infatti, più bravo sarà nel fare il suo lavoro più la sua reputazione crescerà assicurandogli ottimi introiti futuri.

 

Come non gestire le lamentele attraverso la propria pagina Facebook

Di recente, ho avuto un problema con la Vodafone, operatore telefonico a cui sono legato da anni e con cui mi sono sempre trovato bene.

In breve, i fatti sono i seguenti. Il 6 dicembre 2013 fui contattato da una commerciale del servizio business che mi propose il passaggio ad un piano telefonico più vantaggioso rispetto a quello che stavo utilizzando. Feci presente alla gentile signorina del call center che non erano ancora passati i due anni dal mio ultimo cambio di piano tariffario quindi avrei aderito alla proposta solo nel caso in cui non mi fosse stata addebitata la penale prevista dal contratto in essere.

L’operatrice mi garantì che non mi sarebbe stata addebitato nessun costo oltre i € 19,00 per il cambio tariffario. Convinto accettai di fare il passaggio.

Nel medesimo giorno contattai il servizio clienti aziendali della Vodafone per chiedere una spiegazione sul nuovo piano e di nuovo, chiesi alla mia interlocutrice la conferma della non applicazione della penale per la cessazione anticipata della vecchia tariffa. Ancora una volta venni rassicurato sul fatto che non vi erano penali da pagare.

In questi giorni mi è arrivata la bolletta e con mio stupore ho scoperto che la penale oggetto della discussione di allora mi era stata addebitata. Chiamo subito il servizio clienti aziendali che mi dice che sono consci del problema che ha colpito tutti i clienti che hanno aderito al nuovo piano. Questo disservizio, ho scoperto più tardi parlando con un altro operatore, è stato causato da un bug nel sistema informatico dell’azienda.

La soluzione prospettatami era quella di pagare la bolletta con l’importo errato e nelle bollette successive mi sarebbero stati riaccreditati i € 100,00 pagati in più rispetto a quanto dovuto.

Dopo averci riflettuto un po’ sono giunto alla conclusione che tale soluzione nascondeva un finanziamento involontario da parte mia e di tutti gli altri clienti vittime del medesimo disservizio alla Vodafone, la qual cosa non mi andava proprio giù.

Quindi contatto, di nuovo, il servizio clienti per chiedere l’emissione di una nota di credito a mio favore per quanto non dovuto. Mi viene risposto che la politica aziendale non prevede tale possibilità. Al che io ho risposto che non avevo nessuna intenzione di finanziare una ricca società telefonica che mi aveva causato un disguido in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo.

Conclusione: tutti gli operatori con cui ho parlato mi hanno dato ragione. Io non pagherò la bolletta attuale e salderò quanto effettivamente dovuto solo nella successiva. In pratica dovrò auto-tutelarmi giacché l’azienda non può venirmi incontro.

Tutta questa esperienza ha confermato l’opinione che nel corso degli anni mi sono fatto sugli addetti del servizio clienti aziendali della Vodafone: sono gentili e preparati. Ma mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. 

A questo punto ho voluto fare un piccolo esperimento riproponendo il mio reclamo via Facebook e Twitter per capire come sarebbe stato gestito.

Per prima cosa ho visitato la pagina di Vodafone Italia su Facebook per capire cosa si diceva del disservizio che mi era capitato, visto che non ero stato l’unica vittima.

Con mia sorpresa l’azienda non aveva anticipato i clienti aziendali spiegando loro quello che era accaduto e la soluzione che aveva adottato per risolvere la cosa.

Molto strano visto che avevo saputo dagli operatori che avevano ricevuto l’input di contattare le vittime del disservizio prima che questi inondassero di proteste i call center.

Inoltre, non c’erano post di clienti infuriati per quanto gli era successo. Cosa ancora più strana.

La pagina principale della loro fan page è essenzialmente dedicata alla promozione dei prodotti. Ma se la si scorre con attenzione si noterà che diversi commenti ai post sono lamentele di clienti insoddisfatti a cui l’azienda risponde, il più delle volte, con un messaggio standard contenente il link ad un’app per la compilazione di un form al fine di inoltrare il reclamo al servizio clienti.

Le lamentele dei clienti si trovano in un settore più appartato. Quello dei messaggi all’azienda che risponde col messaggio standard di cui sopra. Ora, quest’area seminascosta se fosse utilizzata meglio potrebbe dare numerosi spunti per migliorare il servizio offerto. Attualmente, manca totalmente di empatia. Chi risponde al cliente non si immedesima nel disagio che esso subisce e la risposta standardizzata sortisce come unico effetto quello di far irritare ancora di più l’interlocutore portandolo ad abbandonare Vodafone. 

Tra l’altro alcuni ex clienti dell’operatore telefonico nei loro commenti evidenziano come una volta passati ad un nuovo operatore vengano molestati dai commerciali dell’azienda al fine di farli tornare sui loro passi.

Quindi ho agito nel seguente modo. Ho pubblicato il mio reclamo sulla pagina principale avvisando l’azienda che se non avessi ottenuto soddisfazione avrei continuato la mia battaglia sia online sia offline. Ho fatto ciò per capire come la situazione di crisi sarebbe stata gestita dai loro PR digitali.

Dopodiché ho fotografato il post e l’ho twittato con i seguenti hashtag: #VodafoneIT e #crisi. 

Risultati ottenuti in 24 ore: il post su Facebook è stato cancellato e il mio tweet non ha avuto risposta.

A questo punto la mia reazione è stata quella di twittare il mio disappunto per la cancellazione del post.

Risultato finale: nessuno dell’azienda s’è fatto vivo con me. In compenso ho catturato l’attenzione di diverse persone.

Ho voluto fermare qui l’esperimento poiché, ormai, era ovvio che il presidio dell’azienda sui social network era quasi inesistente ed inadeguato. 

A mio avviso, se un problema tecnico causa un disservizio a molti clienti si può ragionevolmente presumere che troverà una valvola di sfogo sui social network e che ciò danneggerà, se mal gestito, la reputazione del brand.

La soluzione migliore sarebbe stata quella di allertare il proprio ufficio di Pubbliche Relazioni per fargli monitorare la Rete e pubblicare sui vari social in cui si è presenti delle scuse, la spiegazione di ciò che era accaduto e la soluzione proposta dall’azienda per risolvere i problemi causati ai suoi clienti aziendali.

Se voi foste stati al posto della Vodafone come vi sareste mossi?

Fashion & Design: 9 errori da evitare nella costruzione del proprio sito web

Oggi analizzerò gli errori presenti nel sito web di un brand, che s’è appena affacciato sul mercato fashion degli accessori, in modo che possiate evitare di ripeterli nella costruzione del vostro sito aziendale.

Il sito in questione è il seguente: http://www.tak-ori.com

[N.d.R.: In data 30 giugno 2013 il sito qui recensito ha apportato alcune modifiche che vanno nella direzione da noi auspicata. Permangono, comunque, evidenti errori dovuti alla mancanza di un piano editoriale ed alla poca conoscenza della lingua inglese da parte del copywriter.]

Errore n. 1: sulla home page non è riportato il numero della partita IVA. Questo è gravissimo in primo luogo poiché si viola l’art. 35 comma 1 del DPR 633/72, la qual cosa comporta una sanzione amministrativa pecuniaria che va da un minimo di € 258,23 ad un massimo di € 2065,83; in secondo luogo poiché è un chiaro segno di mancanza di trasparenza.

Errore n. 2: la pagina denominata Made in Italy è un insieme di immagini che non ha alcuna corrispondenza con il titolo suddetto. Infatti, la produzione ivi rappresentata potrebbe svolgersi in qualsiasi parte del mondo. Meglio avrebbero fatto ad utilizzare un video in cui avrebbero dovuto mostrare la località italiana in cui si producono i cappelli, l’esterno della fabbrica e tutti i passaggi produttivi che portano alla realizzazione del prodotto finale.

La medesima cosa si può fare anche con una sequenza di fotografie come in questo caso dove l’enfasi è stata messa sulla produzione artigianale del prodotto:

http://www.cbmadeinitaly.com/pages/production.html

Errore n. 3: tutte le fotografie presenti sul sito sono prive di didascalie esplicative che renderebbero più facile la vita del visitatore, specie per coloro che vorrebbero collegare l’immagine di un cappello ad un nome o ad un codice per poterlo, successivamente, acquistare. Di sicuro, il webmaster che ha fatto questo lavoro non ha provveduto a rinominare le immagini prima di pubblicarle. Grave errore. Infatti, forse non tutti sanno che le fotografie non vengono viste dai motori di ricerca e quindi non servono per il posizionamento. Invece, i loro nomi vengono letti da Google Immagini e questo può portare visite al vostro sito.

Errore n. 4: le immagini proposte nelle pagine Inspiration Stars & Friends sono troppe, specie se si pensa che ci troviamo davanti alla prima stagione. Inoltre, le foto presenti nella pagina dedicata ai VIP si caricano troppo lentamente. Questo vuol dire che non si è tenuto conto che non tutti i potenziali visitatori sono dotati di connessioni veloci e del fatto che chi naviga utilizzando chiavette, smartphone o tablet può trovarsi in una zona con scarsa copertura. In questo caso immagini troppo pesanti rendono il loro caricamento talmente esasperante che dopo poco secondi, in genere 4″, il visitatore abbandonerà il sito per non tornarci più.

Errore n. 5: il visitatore che giunge sulle pagine Press ReleaseCollection trova la medesima dicitura il che è alquanto spiazzante. Inoltre, il testo contenuto nella prima delle due pagine non presenta i bottoni che permettono di salvarlo sul proprio PC, ingrandirlo o stamparlo ed in più contiene errori grammaticali e di ortografia. A voi miei cari lettori il compito di individuare quali.

Errore n. 6: i testi presenti sono scritti in caratteri troppo piccoli e soprattutto solo in inglese. La trovata non è geniale in quanto se entriamo in Press scopriamo che le uniche riviste di moda che al momento hanno prestato attenzione a questo brand sono quelle russe. Da ciò deduco che il principale mercato di sbocco di questi prodotti è la Russia. Quindi sarebbe stato un gesto cortese presentare i testi anche in russo. Infine, visto che il marchio si definisce Made in Italy sarebbe stato bello ritrovare i contenuti anche nella nostra lingua.

Errore n. 7:  la pagina Contacts è poco trasparente. Infatti, su di essa sono riportati solo i dati dello showroom che, notoriamente, si occupa solo della distribuzione del prodotto. Mancano i dati relativi alla società proprietaria del brand.

Ricordo a tutti che le società di capitali sono obbligate ex art. 42 della L. 88/09 a pubblicare sulla home page del proprio sito le seguenti informazioni:

a) la sede sociale;

b) l’ufficio del registro delle imprese presso il quale la società è iscritta e il numero di iscrizione;

c) il capitale sociale, indicato secondo la somma effettivamente versata e quale risulta esistente dall’ultimo bilancio;

d) l’eventuale stato di liquidazione della società;

e) se, in caso di SpA o di Srl, la società ha un socio unico.

In caso di mancato rispetto di tale obbligo di legge si rischia una sanzione amministrativa pecuniaria che varia da un minimo di € 206,00 ad un massimo di € 2065,00.

Suggerisco, inoltre, di indicare tra gli indirizzi di posta elettronica la propria PEC poiché in futuro potrebbe sostituire anche tra privati le classica raccomandata A. R. .

Errore n. 8: mancano contenuti che permettano di fidelizzare il visitatore e lo trasformino in un portavoce del brand. I testi proposti sono banali e non danno informazioni utili. L’unico spunto di un qualche interesse sono i nomi dei cappelli presenti in questa prima collezione ma se poi si vuole associare un nome ad un immagine non si può poiché come ho già detto in precedenza le fotografie non riportano alcuna didascalia. Tra le altre cose se i modelli proposti sono 12 perché solo 11 sono stati battezzati?

Errore n. 9: una volta entrati nella pagina dove si può vedere l’intera collezione Autunno-Inverno 2013/2014 ci si trova di fronte ad un caos colorato che svilisce il prodotto presentato. Meglio sarebbe stato mostrare ogni singolo modello, dopo averlo associato ad un nome o ad un codice, in modo nettamente separato dal successivo. Inoltre, anziché farci vedere per ogni singolo cappello le sue varianti avrebbero dovuto mettere una sola fotografia per modello clickando sulla quale si sarebbe dovuto accedere ad una scheda con le varianti colore ognuna con un suo codice identificativo. Questo errore dimostra che il sito non è stato costruito né per facilitare il lavoro dei buyer né per il cliente finale. Chi ha progettato il tutto non ha definito in precedenza il suo target e di conseguenza non vi nessuna chiara call to action richiesta al visitatore, che dopo la prima visita avendo appagato la sua curiosità non tornerà più sul sito web aziendale.

Qualora qualcuno di voi, miei cari lettori, individuasse ulteriori errori presenti nel sito che ho analizzato, vi invito a comunicarmeli in modo da arricchire col vostro contributo la presente discussione.

Se, invece, volete migliorare la vostra comunicazione via web non fatevi scrupolo e contattatemi. 

Cubeyou. Un utile web tool per il PR 2.0

Cubeyou è un web tool italiano che permette ad un PR di coordinare la comunicazione sui vari Social Media. Nasce da un’idea di Federico e Gianluca Treu ma è partecipata dall’Andena Holding, fondo di Private Equity di Gianluca Andena, l’ex manager di Permira che firmò l’acquisizione di Valentino, e che partecipa anche in DigitPub, la piattaforma di libri digitali di BookRepublic.

Questo strumento permette con facilità di coordinare l’immagine di un brand e la sua comunicazione su più Social Network integrandole con il proprio sito istituzionale. Ciò permette di modificare in corso d’opera una campagna promozionale che non funziona oppure di calcolare il ROI di un certo tipo di comunicazione.

Si capisce che un PR od una web agency hanno tutto da guadagnarci dall’utilizzo di Cubeyou in quanto da un unica consolle possono gestire la comunicazione e l’immagine di un brand su più Social Network.

Anche il cliente del PR o della web agency ha i suoi vantaggi poiché può misurare l’efficacia del lavoro svolto da coloro che si occupano della sua promozione.

Cubeyou, comunque, non è utile solo alle imprese, piccole o grandi che siano, ma soprattutto per i piccoli esercizi commerciali poiché grazie al tour virtuale portano il loro business direttamente in casa dei potenziali clienti.

I costi, inoltre, sono alla portata di tutti. Si parte dai € 50,00  all’anno per il servizio base che permette solo la visita virtuale alla propria attività  ed un miglior posizionamento nei servizi di geolocalizzazione (Google Maps, Google places ecc.) e si passa ai servizi premium che danno la possibilità di gestire la comunicazione integrata sui vari Social Network, di monitorare l’efficacia delle attività di comunicazione e di integrare il tutto nel proprio sito web.

Progetto: Libreria – Profumeria “Fabio… Libri..” (Milano)

A volte le cose nascono così per caso come la mia collaborazione con Fabio Fortino, un amico di vecchia data.

Cinque anni fa, mentre mi stavo recando a fare una commissione, presi una strada diversa da quella che percorrevo di solito. Così, dopo tanto tempo, il mio amico ed io ci rivedemmo. Fabio aveva, da poco tempo, inaugurato la sua libreria. In quell’istante era alle prese con un fornitore e quindi ci salutammo, frettolosamente, con la promessa di rivederci nei giorni successivi.

Alcuni giorni dopo gli feci visita ed egli mi raccontò di  come aveva preso la decisione di mettersi in proprio dopo più di vent’anni trascorsi a lavorare per una nota libreria della zona.

Da quel giorno iniziai a frequentare, assiduamente, la libreria “Fabio… Libri..” e a dare a Fabio dei consigli, a titolo gratuito. Infatti, il mio amico come tutti coloro che hanno cominciato a lavorare da adolescenti, pur continuando a studiare fino al diploma, non aveva una formazione tale da permettergli di avere tutto sotto controllo. Ho messo, quindi, la mia esperienza al suo servizio.

Oltre a dargli alcuni consigli per una migliore gestione amministrativa, iniziai a seguirlo nell’attività di promozione della libreria. Sono nati così diversi eventi culturali (mostre e presentazioni letterarie) che hanno raccolto un discreto successo di pubblico e sono state un’ottimo veicolo pubblicitario.

La scorsa estate Fabio ed Emanuela, la sua compagna, che all’epoca lavorava per una nota catena di profumerie, mi chiesero un consiglio. La società per cui lavorava aveva cambiato proprietà e lei aveva capito che era giunto il momento di cambiar vita. Ovviamente, non aveva intenzione di fare un salto nel buio, specie in un periodo di crisi economica.

Sapendo di aver di fronte due ottimi venditori con alle spalle diversi anni di esperienza nel proprio settore, ho proposto loro di mettere insieme le proprie professionalità creando un ibrido: la libreria – profumeria.

Una premessa è d’obbligo. Esistono, già, alcune realtà del genere, però o sono cartolibrerie con una zona profumeria modello supermercato oppure librerie che vendono profumi a “marca privata”, cioè con il proprio brand.

La mia idea era quella di creare qualcosa di sofisticato, una profumeria vera e propria all’interno della libreria, con profumi top di marca ed una consulenza dedicata al cliente, poiché non si può affidare la nostra pelle ad un prodotto qualsiasi col rischio di rovinarla.  

È per questo motivo che tutto il personale delle profumerie, periodicamente, segue dei corsi di aggiornamento presso le diverse aziende cosmetiche di cui vendono i prodotti.

La mia idea fu accolta con entusiasmo. Restava, però, un piccolo problema. Non è facile aprire una profumeria, poiché le aziende di cosmetica affidano i loro prodotti attraverso delle concessioni che costano care. In questo  modo limitano l’accesso al mercato. 

Ma la fortuna ha aiutato Fabio ed Emanuela, mettendo sulla loro strada delle persone che credendo in loro gli hanno permesso di realizzare il mio progetto. Tra queste vi è l’Amministratore Delegato dell’Arval, nota azienda cosmetica svizzera,  che è divenuto un grande sostenitore  di questa mia idea. È stato lui a farci notare che siamo stati i primi in Italia a voler realizzare un’operazione di questo genere.   

Così nel gennaio 2011 è nata la Libreria – Profumeria “Fabio… Libri..”, la prima  libreria – profumeria d’Italia.

Da subito è stata un successo. Infatti, la mia idea di un luogo dove si potesse non solo curare la bellezza del corpo ma anche quella della mente è piaciuta molto alla clientela storica della libreria e ha fatto anche acquisire molti nuovi clienti.  Il fatturato ne ha tratto ottimi benefici tanto che ora si pensa all’apertura di un secondo negozio e a creare una catena di franchising.