[Lettura Consigliata]: Zero Concorrenti

Oggi, mio caro lettore, ti parlerò di un libro che ogni imprenditore e libero professionista dovrebbe studiare.

Il testo di cui parlo è Zero Concorrenti di Marco De Veglia, il più grande esperto italiano di brand positioning, l’uomo che ha contribuito, con le sue competenze, a portare al successo diversi imprenditori.

Un nome fra tutti: Alfio Bardolla.

Sua, ad esempio, l’idea del maglione arancione che ha reso estremamente riconoscibile quest’ultimo.

Buona lettura!

* * *

ZERO CONCORRENTI

Questo libro è suddiviso in sei capitoli ed è un manuale pratico rivolto alla media, piccola e micro impresa italiana.

Infatti, il suo autore dopo aver appreso il brand positioning direttamente da coloro che hanno gettato le fondamenta di questa disciplina, Al Ries e Jack Trout (in fondo al testo trovi un’intervista fatta a quest’ultimo da Marco De Veglia in vista della pubblicazione di Zero Concorrenti, n.d.r.) e averlo applicato in vari contesti per oltre venticinque anni, negli ultimi quattro si è dedicato, esclusivamente, ai piccoli imprenditori italiani.

Questo vuol dire che quello che apprenderai studiando questo libro è calibrato per il nostro contesto socio-economico dove il 95% delle imprese sono medie, piccole o micro.

Anche gli interessanti casi di studio analizzati nell’ultimo capitolo sono tutti tratti dal nostro attuale contesto e ti permetteranno di capire i giusti passi per applicare il brand positioning alla tua attività.

Ma andiamo con ordine.

Come dicevo poc’anzi il libro è suddiviso in sei capitoli.

I primi quattro sono dedicati a spiegare che cos’è il brand positioning.

Il primo capitolo ti dà le basi del brand positioning e spiega perché è così importante per il business.

Il secondo è dedicato al rapporto tra il brand positioning e il marketing.

Il terzo mette a confronto il brand positioning e il personal branding.

Il quarto mostra come un uso corretto di questo strumento permette alla piccola media impresa italiana di azzerare la concorrenza e di assumere la leadership di mercato.

Il quinto insegna come applicare al proprio contesto la “Brand Positioning Formula”. È un capitolo molto pratico che spiega in modo semplice la sequenza di azioni che si devono mettere in opera per realizzare il proprio brand positioning.

Il sesto, come ho già detto, è dedicato ai casi di studio.

Qui ti consiglio di soffermare la tua attenzione sulle “case history” di: SilenzioCasa, Atum, Fidagel e Camperis.

A questo punto, mio caro lettore, ti chiederai: “Ma che cos’è il brand positioning e perché è così importante che io lo applichi al mio business?”

Il brand positioning è la strategia che porta alla creazione di quel messaggio che differenzia il proprio prodotto da quello dei concorrenti posizionandolo nella mente del potenziale cliente come la prima scelta per una determinata categoria di prodotto.

La nostra mente è limitata, odia la confusione e non vuole cambiare idea.

Ecco, perché è indispensabile applicare le strategie che si trovano in questo libro alla propria attività se si vuole far emergere il proprio brand dal mare magnum delle informazioni pubblicitarie che la bombardano ogni giorno cercando di catturare la sua attenzione.

La formula ideata da Marco De Veglia si basa su quattro step.

  1. Analisi del contesto competitivo

  2. Idea differenziante

  3. Validazione dell’idea differenziante

  4. Creazione del brand positioning statement

L’autore non solo insegna come realizzare quanto sopra, ma fa vedere come ha applicato su un suo cliente la sua “Brand Positioning Formula”.

Questo passaggio è molto utile per fissare nella mente del lettore le varie azioni che dovrà compiere.

CONCLUSIONI

Zero Concorrenti di Marco De Veglia è un testo che non può mancare nella libreria di un imprenditore, un consulente o un libero professionista.

Il marketing è una guerra per conquistare le menti dei consumatori che basa il suo successo non sulla realtà dei fatti, ma sulle percezioni dei consumatori.

Emblematica, a questo riguardo, la vicenda delle due birre brasiliane Antarctica e Brahma riportata a pag. 95 del libro che dimostra come un’ottimo brand positioning statement basato sull’idea differenziante de “il numero uno” possa ribaltare una data situazione.

Nel volume l’autore, oltre a identificare i tre tipi di idee differenzianti alla base di un brand positioning vincente, spiega quali idee non sono per nulla differenzianti come, ad esempio, l’idea del prezzo basso (una iattura che molto spesso è l’anticamera del fallimento poiché erode i margini delle aziende, n.d.r.) oppure quella della qualità del prodotto.

Infatti, in quest’ultimo caso se non sei un profondo conoscitore del prodotto che vai ad acquistare, come fai a determinarne la qualità?

Ciò detto, se dopo aver letto questa mia breve recensione, mio caro lettore, non sei ancora convinto riguardo all’importanza di acquistare e studiare questo libro, ti lascio meditare su quest’ultima affermazione: in Italia poche imprese conoscono e applicano correttamente il brand positioning, quindi se tu farai tue queste conoscenze e le applicherai correttamente, sbaraglierai facilmente tutti i tuoi concorrenti.

Da ultimo, voglio ricordarti che a supporto del libro vi è un sito dedicato e un gruppo su Facebook dove imprenditori, consulenti e liberi professionisti s’incontrano ogni giorno per discutere dell’argomento e approfondire la materia sotto la vigile e partecipe direzione di Marco De Veglia.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Annunci

Mimmo Mastronardi: Millennium Copy

Mimmo Mastronardi

Mimmo Mastronardi – Copywriter

Oggi, mio caro lettore, attraverso la mia intervista ti presenterò Mimmo Mastronardi, fondatore di Millennium Copy, un progetto destinato, a mio avviso, a cambiare il volto del copywriting in Italia.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ciao Federico e grazie per avermi invitato per questa intervista.

Ho 36 anni e vivo in Puglia, a Monopoli. Il gioco da tavola (pugliese) più famoso al mondo.

Monopoli è una località che si trova a circa 40 km a sud-est di Bari e insieme ai paesi che la circondano è una zona molto visitata dai turisti, soprattutto nella stagione estiva.

Vivo in una bella cittadina di poco più di 50.000 abitanti con un paesaggio molto bello e vasto, fatto di un mare e delle spiagge stupende e di bellissime campagne.

Qual è stato il tuo percorso scolastico?

Il mio percorso scolastico comprende, dopo la scuola dell’obbligo, lo studio presso l’Istituto Tecnico Commerciale (la vecchia Ragioneria). Studi svolti nel mio paese.

In seguito, a Bari, ho frequentato la facoltà di Economia e Commercio.

Ma non sarebbe stata quella la mia strada. E l’ho capito quando una mattina, prima di andare all’Università, mi sono fermato a Bari in una libreria Feltrinelli e ho sfogliato e, poi, acquistato il libro di Alfio Bardolla dal titolo: ”I soldi fanno la felicità”.

Da lì ho iniziato a maturare altre convinzioni. Ma ho comunque finito gli studi.

Quali sono state le tue esperienze lavorative antecedenti all’attuale e cosa hai imparato da esse?

Ora, mi occupo di copywriting a risposta diretta, nello specifico.

Che non vuol dire solamente SCRIVERE, come erroneamente in molti pensano.

Nel passato ho svolto per parecchio tempo, nei week end, la mansione di cameriere presso ristoranti e sale ricevimenti.

Ho fatto, inoltre, il venditore in un sistema di vendita del tipo Network Marketing. E poi ho avuto esperienza anche nella vendita di aspirapolvere.

Infine, sono passato a fare consulenza marketing per attività ristorative.

Prima, appunto, di focalizzarmi sul copywriting a risposta diretta in svariati settori.

Cosa ho imparato dalle esperienze precedenti?

Col cameriere ho imparato a sentire le esigenze dei clienti e a trattare con la gente. E come ognuno è diverso dall’altro.

Un po’ anche dalla vendita, ovviamente, ho tratto gli stessi insegnamenti.

Ma soprattutto mi sono reso conto che non mi piaceva svolgere quel lavoro fatto senza uno straccio di marketing.

Io mi ero creato il mito del venditore e di quanto fosse bello fare vendite. In realtà il vero lavoro di vendita che a me è piaciuto al volo è stato un altro.

Per questo dopo aver studiato innumerevoli materiali sulla vendita sono passato al marketing e, infine, al copywriting a risposta diretta.

Il lavoro di vendita di cui ho avuto esperienza era di scarsa qualità ed efficienza.

Nonostante, ci fossero bravissime persone a farlo con cui ho fatto esperienza.

Sono però certo che si poteva svolgere in maniera più efficiente e efficace se ci fosse stata una fase di marketing preparatoria.

Quegli stessi venditori potevano performare ancora meglio se ci fosse stato un buon marketing a sostenerli e a precederli nella fase di vendita vera e propria generando dei lead qualificati.

Come sei approdato al copywriting?

Come sono approdato al copywriting? L’ho già accennato prima.

Non mi piaceva come era svolta la vendita classica.

Per me doveva essere la competenza principale per diventare un imprenditore.

Invece, era un’attività orribile svolta senza un’azione di marketing precedente.

Quindi potremmo dire che la vera abilità fondamentale è quella di saper usare al meglio il marketing e la vendita in concomitanza.

Devono andare di pari passo.

Ero alla ricerca della miglior forma di marketing esistente sul pianeta.

Io sono un tipo con la mente da matematico, anche se, spesso, di un copywriter non si direbbe.

Quindi ero alla ricerca di un marketing scientifico.

Sono giunto al copywriting a risposta diretta e su consiglio di Marco De Veglia ho iniziato a studiare tutti gli autori americani (quasi tutti) o inglesi che mi consigliava e che aveva studiato lui stesso nel passato.

Preferisco sempre studiare testi in lingua inglese perché quasi tutti i formatori e scrittori italiani copiano o scimmiottano gli originali (appunto spesso americani o comunque testi di autori in lingua inglese).

Ovviamente seguendo Marco De Veglia ho acquisito un bagaglio tecnico in merito al brand positioning di tutto rispetto.

Soprattutto, considerando che nel mondo se ne ha poca o nessuna conoscenza.

Ed io, in Italia, osservo da anni il miglior esperto su piazza (parlo di Marco, ovviamente).

Il positioning è molto utile per chi si occupa di svolgere lavori di copywriting.

Che cosa ti appassiona di più di questa scienza?

Mi appassiona tutto.

Io la definisco in parte scienza e in parte arte.

Puoi, a livello strategico, prendere una persona che cerca qualcosa e portarla docilmente all’acquisto.

Oppure puoi stimolare le persone risvegliando in loro un desiderio da appagare o un problema da risolvere, che è sopito da tempo, e portarle all’acquisto.

Puoi fare questo senza squilli di trombe e senza esagerare nei toni, come fanno in molti.

Effettuare quella che io definisco una vendita gentile.

Inoltre, puoi continuare con loro un dialogo e vendergli, nel tempo, ancora più prodotti o servizi.

In questo modo hai un estremo controllo di tutta la parte marketing e vendita.

Non è tanto l’aspetto dello scrivere che mi appassiona, ma quanto più l’aspetto strategico che c’è dietro.

Poi è chiaro che il mio lavoro si conclude con la scrittura vera e propria.

Ma a molte aziende serve molto altro prima del semplice copy.

Serve una vera struttura di marketing ideata secondo i vecchi dettami del copywriting a risposta diretta.

E direi che, nonostante tutta la formazione che esiste in giro nel mondo e in Italia, poche realtà sono davvero ben organizzate.

In Italia di certo, ma non solo. Anche fuori dai confini italiani non c’è tutta questa grande organizzazione per supportare una struttura di marketing a risposta diretta.

Come sta andando la tua attività di copy?

La mia attività di copywriting sta andando bene. Io scrivo copy per diversi clienti.

Sono, in Italia, Il professionista  di questa disciplina.

Oltre al lavoro da copywriter professionista che svolgo ormai da oltre 4 anni, ora ho realizzato il mio sogno di lavorare con veri professionisti che sono specialisti, tra i migliori in Italia, in altre specialità del marketing.

Penso, ad esempio, al traffic manager che alcuni chiamano media buyer, parliamo di chi porta traffico ben targettizzato al copy.

Penso ad un esperto di video, sempre più utile grazie a YouTube e le promozioni tramite video di Facebook Ads.

Ho un grafico a mia disposizione e una persona che mi aiuta a mettere tutto online.

Il tutto in maniera organizzata.

Invece, da libero professionista spesso il mio lavoro si fermava all’aspetto strategico e del copy finale.

Poi erano altri professionisti che intervenivano, interni all’azienda mia cliente o freelancer come me.

Lavorando con un team e con una mia propria agenzia ora sono in grado di controllare tutto il funnel marketing del mio cliente.

Quindi posso realmente capire se il mio copy funziona o meno.

Perché so di poter contare su persone estremamente competenti.

Dopo l’estate 2017 lanceremo il nostro brand.

Ora, stiamo lavorando con clienti che già ci conoscono. E lavoriamo solo con alcuni tipi di clienti che vogliono fare un certo tipo di lavoro.

Abbiamo creato un format di servizi alternativi rispetto a quelli che alcuni svolgono in Italia.

E posso affermare, senza paura di essere smentito, di un livello nettamente più alto.

Ma a deciderlo saranno i clienti, ovviamente.

In sintesi lavoriamo prevalentemente a performance quando riusciamo a trovare un accordo.

Come stanno andando i tuoi progetti Millennium Copy e il Ginnasio del Copy?

Ho già accennato al mio progetto da freelancer e a quello con la mia agenzia.

Per Millennium Copy e il relativo Ginnasio, che è un progetto collegato, sono un po’ fermo.

Il lavoro per i clienti è tanto e, quindi, i miei progetti personali li ho messi un pochino da parte.

Qual è la Mission che si cela dietro a questi due progetti?

Sostanzialmente, Millennium Copy nel mio immaginario futuro sarà l’unica vera Enciclopedia Gratuita sul copywriting in Italia.

Questa, almeno, è la mia visione del progetto che vuole diffondere la scienza e l’arte del copywriting a risposta diretta.

Il tutto realizzato da un professionista che giorno dopo giorno lavora a stretto contatto con clienti veri che devono vendere i loro prodotti e servizi.

Non mi piace fare il formatore di professione.

Preferisco che a farlo siano altri.

A me piace portare risultati concreti.

Qual è la situazione attuale del copywriting nel panorama italiano?

Qual è la situazione attuale del copywriting in Italia? Non lo so.

Ti faccio io una domanda. Ci sono copywriter in Italia?

Intendo dire veri professionisti al servizio di clienti?

Parlo di veri professionisti che svolgono il lavoro al livello di certi americani.

Secondo me ce ne sono pochi, pochissimi.

Io, almeno, non ne conosco poi tanti.

Secondo me tutto deriva da una struttura errata delle aziende in Italia.

Come dico anche in Millennium Copy le aziende italiane non sono ancora strutturate per far lavorare bene un copywriter e di conseguenza i copywriter bravi che potrebbero nascere restano nell’ombra a prendere spiccioli.

Spesso, invece, il copywriter in USA, lavora nel reciproco vantaggio per sé e l’azienda cliente.

Ritengo che questa sia una questione di competitività del mercato italiano rispetto a quello straniero.

Le aziende italiane sono in media piccole o piccolissime quindi non in grado di lavorare bene con veri copywriter, tanto meno con agenzie come quella che ho creato di recente col mio team.

Infatti, noi selezioniamo una manciata di clienti con cui lavorare.

Tre blog sul copywriting che un aspirante copywriter dovrebbe leggere assiduamente?

Il primo sicuramente è quello di Roy Furr, un ragazzo di 35 anni che è un fenomeno.

Sono sicuro che tra 10-15 anni sarà considerato il miglior copywriter al mondo. Già da anni lavora con aziende che fatturano, almeno, 10 milioni di dollari.

È famoso per aver iniziato la sua carriera avendo sfidato e battuto il copy del suo cliente, un famoso internet marketer.

Il blog di Roy è a questo indirizzo:

http://www.breakthroughmarketingsecrets.com/blog/

Poi te ne do uno che riguarda la scienza del CRO, conversion rate optimization.

Per me ogni copywriter non può esserlo veramente se non conosce bene l’arte di ottimizzare il lavoro realizzato.

Qui posto il blog più seguito al mondo sull’argomento: https://conversionxl.com/blog/

Il fondatore è Peep Laja.

E poi voglio raccomandare 2 blog che non vengono più aggiornati, ma che sono stati scritti dai 2 migliori copywriter attualmente in vita.

Gary Bencivenga (oggi in pensione): http://marketingbullets.com/archive/ (contiene 29 articoli che sono i principi base sul copywriting scritti dal più grande copywriter vivente)

Clayton Makepeace (lui lavora ancora con la sua azienda RESPONSE INK): http://www.makepeacetotalpackage.com/ (blog scritto dal 2005 al 2010).

Tre libri che un aspirante copywriter dovrebbe studiare?

È difficile darti solo 3 titoli ma ci provo:

  1. Ca$hvertising di Drew Eric Whitman

  2. The Adweek Copywriting Handbook di Joseph Sugarman (il primo libro sul copywriting che ho letto).

  3. Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahneman premio nobel per l’economia nel 2002 anche se tratta di psicologia cognitiva.

Prendo l’ultimo libro per rappresentare la voglia di ogni copywriter di studiare l’aspetto cognitivo dell’essere umano, il suo cervello, il modo di pensare.

L’irrazionalità dell’essere umano.

È questo che ti renderà libero di scrivere del copy vero e non scimmiottare copy scopiazzati in giro per il web.

Il copy scopiazzato è un errore madornale che vedo fare a quasi tutti.

Come identifichi il cliente target?

Anzitutto, faccio compilare al mio cliente un BRIEF.

Un documento per me utile per ottenere tutte le informazioni del caso: sul prodotto o sul servizio, sull’azienda, sul cliente target, su chi influenza la decisione del cliente e le promozioni realizzate in passato.

Poi guardo tutti i siti, i canali social e i materiali del cliente. Tra cui le testimonianze, positive e negative.

Se riesco a parlare con i clienti ancora meglio.

E poi faccio mie ricerche sul pubblico target leggendo articoli che lo riguardano, scopro i gruppi online in cui si confronta e cerco di essere la persona a cui andrò a vendere. Sia essa uomo o donna, bambino o anziano.

Se non riesci a empatizzare col target non riuscirai mai a fare un copy veramente efficace.

Qual è il segreto dietro un’offerta a prova di stupido?

Non sono sicuro di aver capito la domanda.

Ma se per ”offerta a prova di stupido” intendi la semplicità con cui grazie a una determinata offerta un potenziale cliente acquista facilmente il tuo prodotto o servizio, non esiste alcun segreto.

Devi semplicemente capire quale può essere la migliore maniera di presentare il tuo prodotto o servizio affinché sia quanto più facile possibile per il tuo cliente acquistarlo e per te sia molto profittevole venderlo.

A volte, potresti scegliere di fargli compiere tanti piccoli passi per fargli acquistare solo piccole parti del prodotto o servizio, a volte, potresti vendergli tutto direttamente.

In realtà non esistono regole precise. È l’esperienza che si acquisisce sul campo che ti aiuta.

Molto spesso le regole vengono smentite quando ti metti al lavoro.

Però è ovvio che quanto meno sforzo o impegno richiedi al tuo potenziale cliente, più è semplice per lui effettuare l’acquisto.

Questo vale soprattutto quando il tuo Brand non è così tanto forte e non hai una grossa fiducia da parte del mercato.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Progetti futuri?

Mi vedo sempre impegnato nel migliorare le mie capacità di copywriter lavorando sia per clienti come freelancer… ma sempre più presente col nuovo progetto di agenzia che ho lanciato da pochissimi mesi.

Ovviamente lato editoriale voglio impegnarmi a essere più presente con Millennium Copy.

Può sembrare che le informazioni sul copywriting in Italia siano arrivate in abbondanza ma in realtà sono davvero scarse e di bassa qualità.

Inoltre, c’è soprattutto una scarsa capacità di mettere in azione nelle aziende i concetti appresi.

Per questo l’agenzia di cui faccio parte entra nelle aziende e lavora in partnership con l’imprenditore con cui abbiamo scelto di collaborare.

Credo che in giro ci sia un po’ troppa capacità di chiacchierare e poca reale capacità di aiutare le aziende per davvero.

Per questo l’attuale progetto mi eccita e allo stesso tempo mi fa guardare al futuro con entusiasmo.

Mi piace migliorare costantemente le mie capacità e questo progetto mi permette di farlo alla grande.

Grazie ancora dell’intervista, Federico.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Alessandro Pozzetti. Due anni dopo

Alessandro Pozzetti

Alessandro Pozzetti – Instagram Marketer

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista ad Alessandro Pozzetti.

Lo avevo intervistato esattamente 2 anni fa e da allora di acqua ne è passata sotto i ponti e Ale ha fatto un bel balzo in avanti nella sua carriera professionale.

Sei curioso di sapere cosa è successo?

Beh, non ti resta che buttarti a testa bassa nella lettura di questo post.

* * *

Com’è cambiata la tua vita dal 19 maggio 2015 data in cui mi hai rilasciato la tua prima intervista?

Ciao Fede, innanzitutto lasciami dire che è un piacere essere di nuovo intervistato da te.

Sai che ho sempre avuto molta stima della tua persona.

Le cose sono decisamente cambiate dal 19 maggio 2015.

Il momento di massimo picco familiare è avvenuto il 4 settembre 2015, quando è nato il mio piccolo Nicolò. Che, a oggi, è quasi un ”duenne”.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, ho deciso di concentrare gran parte dei miei sforzi su un unico tema: l’Instagram Marketing.

E penso che questo abbia portato un’ulteriore svolta – positiva – alla mia vita professionale.

Allora, nell’ultima risposta che mi avevi dato nella prima intervista mi parlasti del tuo sogno di vivere di sola scrittura. Quindi la domanda è d’obbligo: hai già pubblicato qualche libro?

No, a oggi no. E questo è forse un tasto dolente. È un sogno che è lì, che custodisco ma non dimentico.

La verticalizzazione su Instagram mi ha portato a delle scelte, per fortuna o purtroppo.

Però, però… posso darti due notizie a riguardo: presto comincerò a scrivere di Digital su un quotidiano italiano e, a fine 2016, ho preso i primi contatti con un noto editore per scrivere appunto un libro dedicato all’Instagram Marketing.

Sto aspettando solo lui per partire, dunque…

Tra i vari progetti di cui ti sei occupato mi aveva colpito in particolar modo Eureka 360, l’agenzia di comunicazione verticalizzata sul settore Food. Come sta andando quest’avventura?

L’agenzia funziona bene, si è evoluta, e ad oggi conta anche un componente in più.

Invero, io sono sempre stato un collaboratore esterno, seppur mi sentissi molto dentro al progetto.

Un esterno che ha traghettato – per parte del 2015 e tutto il 2016 – verso nuovi orizzonti questa bellissima realtà e che l’ha portata a contatto coi primi progetti importanti.

Da inizio 2017, per scelta esclusivamente personale, non la seguo più dal punto di vista dello sviluppo.

Il mio obiettivo, come collaboratore, era quello di lanciarla nel mondo del web marketing. E ci sono riuscito.

Oggi Eureka 360 sta navigando in buone acque, verso nuovi orizzonti, con i giusti marinai.

E io posso dedicarmi ulteriormente al mio brand. Cosa che desideravo più di tutte.

Da Eureka 360 è nata anche Eureka Food. Che cos’è? Come sta andando?

Sì, nacque anche Eureka Food: un eCommerce ma, soprattutto, un prestigioso showroom dedicato anche alla degustazione di prodotti tipici modenesi.

La bellissima notizia è che da fine 2016 si è ulteriormente sviluppata, trasformandosi da brand a società vera e propria (Bottega Modena Srl), vedendo anche l’ingresso di 4 nuovi soci (importanti imprenditori della zona) a supporto del progetto.

La presentazione ufficiale alla stampa c’è stata in marzo: un successo inaspettato, tanto quanto la partecipazione all’evento di autorità provinciali e regionali, oltre a rinomati giornalisti.

Sono davvero contento per Eureka 360, è una bella soddisfazione!

Tu sei un noto esperto di Social Media Marketing. Di recente, ti sei verticalizzato su Instagram. Come mai questa scelta?

Come spiegavo anche nella mia recente intervista su Millionaire ”da sempre avevo la passione per la fotografia, ma non trovavo mai il tempo per svilupparla, attraverso corsi specifici, ad esempio”.

Così ho unito la mia pigrizia alle mie competenze, cominciando dunque a scattare da smartphone e a sviluppare un personale progetto fotografico.

Proprio in quel momento, guarda caso, Instagram stava dando i primi segnali di sviluppo del lato business.

Le nostre strade si sono semplicemente incrociate, trasformandosi in un meraviglioso matrimonio. Che, a oggi, oserei dire più che azzeccato

Quale consiglio daresti a un’azienda o a un freelancer che si avvicina a Instagram per promuovere la sua attività?

In particolar modo gli donerei due consigli:

  • il primo, quello di sviluppare sin da subito un progetto fotografico basato sulle sue passioni e sugli obiettivi che desidera raggiungere.

  • Il secondo, di non soffermarsi al solo utilizzo dei bot per sperare in una crescita di visibilità, perché posso capire che siano una manna dal cielo – soprattutto ora che Instagram sta continuando ad aggiornare i suoi algoritmi – ma l’interazione umana è quella che col tempo porterà il suo profilo a fare la differenza rispetto a quello di un competitor.

Quali vantaggi ci sono per i brand nell’utilizzare Instagram Stories rispetto a Snapchat?

Innanzitutto, i brand possono inserire spazi pubblicitari all’interno delle Instagram Stories, cosa che fino a qualche tempo fa non era possibile.

Poi, un altro dato a favore delle storie rispetto agli snap è il ventaglio di pubblico raggiungibile decisamente più ampio all’interno di un social network che ricopre gran parte delle fasce di età disponibili (dai 18 ai 44 anni all’incirca).

Se pensiamo che non meno di qualche settimana fa ha raggiunto i 700mln di utenti attivi ogni mese, di cui gli ultimi 200mln in una decina di mesi.

Ciò non toglie che con Snapchat le aziende hanno la possibilità di arrivare a un pubblico ancor più giovane, che va dai 13 ai 17 anni.

Che cosa non bisogna assolutamente fare su Instagram?

Pensare di ottenere successo pubblicando foto da catalogo, o ancor peggio, da manifesto pubblicitario.

Instagram è nato per ”raccontare”, da sempre.

Raccontare, attraverso contenuti visual da Instagram.

Tieni corsi di formazione sui social e in particolare su Instagram?

Assolutamente sì, ed è sempre più frequente la richiesta di corsi sul tema dell’Instagram Marketing, sia da parte di aziende che da privati.

Pensa che, almeno una volta a settimana, mi capita di svolgere consulenze via Skype a utenti che desiderano impostare la giusta comunicazione attraverso questo canale, che sta divenendo sempre più protagonista.

Quali progetti hai per il tuo futuro?

Nel breve periodo ho un trasloco di casa e questo porterà ulteriori nuovi stimoli, ne sono certo.

Mentre per il 2017 l’obiettivo primario è iniziare a scrivere il mio libro.

Inoltre, mi piacerebbe rinnovare il mio blog e imparare a usare Photoshop, lato fotografia, per portare nuova linfa nella mia gallery di Instagram.

Nel medio-lungo periodo, invece, come ben sai, ho l’ambizione di vivere scrivendo.

Già nelle prossime settimane intraprenderò il percorso di giornalista pubblicista!

Sarà poi il tempo a rivelarmi ulteriori risposte 😉

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Francesco Ambrosino. Un anno dopo

Francesco Ambrosino

Francesco Ambrosino – founder Socialmediacoso

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista a Francesco Ambrosino, esperto Social Media Manager, Content Marketer e noto blogger campano, che ho già avuto il piacere di ospitare sul mio blog tempo fa.

Buona lettura!

* * *

Che cosa era Effea Solutions e di cosa si occupava?

Quando ho aperto la Partiva Iva nel 2012 decisi di creare un brand che offrisse due servizi: sviluppo siti web, del quale si occupava mio cognato, e comunicazione e marketing.

Ero troppo immaturo, probabilmente, ma quel percorso ha perso molto velocemente fascino, e dopo un anno l’ho messo da parte, facendo solo qualche lavoretto, e mi sono concentrato su altro e ho studiato.

Quando sono tornato, era nato Socialmediacoso.

Come mai quella esperienza è finita e cosa hai imparato da quell’avventura?

Per colpa mia. Non era quello che volevo fare e non avevo ancora le competenze adatte per fare il freelancer in modo adeguato.

Pessimo tempismo. Ma mi ha aiutato molto perché mi ha fatto capire cosa volevo fare davvero.

A differenza di molti altri professionisti del web non hai puntato sul personal branding ma hai creato il brand con cui sei conosciuto in Rete “Socialmediacoso”, come mai hai fatto questa scelta strategica?

Non è proprio così, io ho puntato tutto sul personal branding, solo che non ho voluto costruire un posizionamento basato solo sul mio nome e cognome, perché a me piace lavorare sui progetti. Ma che dietro Socialmediacoso ci sia io è palese ed evidente ovunque, perché è il mio progetto.

Ho sempre considerato Socialmediacoso come un hub. Un elemento centrale dal quale far partire tutte le mie collaborazioni con altri professionisti.

Infatti, oggi offro servizi avvalendomi del prezioso contributo di colleghi che, però, lavorano su di un cliente di Socialmediacoso.

Quali vantaggi si hanno nell’avere un brand piuttosto che nell’essere un personal brand?

Ripeto, il mio progetto è personal branding puro, solo che l’ho veicolato attraverso un naming e un brand riconoscibili.

Il 2016 è stato per te l’anno della svolta. Quali sono stati i cambiamenti rispetto al 2015?

Ho capito con chi non volevo lavorare, e questo è stato imporante.

Poi ho iniziato a pensare in grande, a stringere collaborazioni con agenzie e freelancer in modo tale da offrire servizi più completi e complessi.

Infine, ho anche capito che dovevo provare a vivere la mia vita, quindi ho rallentato un po’ i ritmi e ho smesso di fare le nottate a lavorare.

Adesso di notte guardo Netflix. Ne ho guadagnato di salute.

Quali sono state le ragioni alla base di questo pivoting (cambiamento nel gergo delle startup, n.d.r.)?

Non volevo essere schiavo del mio lavoro, volevo anzi rendermi ancora più indipendente.

Infatti, ho anche lasciato l’azienda di famiglia, dando le dimissioni lo scorso settembre.

Volevo vivere del mio lavoro, ma volevo anche farlo con entusiasmo e passione, e per fare questo avevo bisogno di riorganizzare la mia vita.

Lo sto facendo e piano piano ci riuscirò.

Quali risultati hai ottenuto e, soprattutto, sei soddisfatto di ciò?

Io non sono mai soddisfatto di nulla. Vivo a blocchi semestrali poiché ho sempre bisogno di evolvermi e puntare a qualcosa di nuovo, altrimenti mi annoio. Sono contento di come si è sviluppata la mia carriera professionale, ma non mi accontento.

Il giorno che lo farò, smetterò di fare questo mestiere.

In futuro pensi di creare una società che detenga il brand “Socialmediacoso”?

Penso ad una società, ma non credo con il brand Socialmediacoso, perché se giungo alla decisione di passare da freelancer a imprenditore, allora dovrà essere per un progetto nuovo.

Altrimenti, resto come sto. Che schifo non mi fa.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Come Buttare I Soldi Nel Cesso Con La Pubblicità D’Immagine

Oggi, mio caro lettore con un po’ di grana, ti spiegherò come buttare i soldi nel cesso con la pubblicità d’immagine.

Questo tipo di pubblicità il cui scopo è quello di far memorizzare alla gente il nome di un brand e che aveva senso in passato quando c’era poca concorrenza.

Oggigiorno, in un mercato super affollato non ha ragione d’essere perché il consumatore non si fida più della voce delle aziende.

Ha preso troppe “sole” (fregature in romanesco, n.d.r.).

Chi si fida più delle banche? Nessuno.

Ma in passato non era così.

Oggi, il consumatore si fida della voce degli altri consumatori. Si è passati da un approccio verticale (azienda-consumatore) ad un approccio orizzontale (consumatore-consumatore).

C’è una tribalizzazione del consumatore che si riunisce in:

  • reti

  • gruppi

  • centri focali

  • Le reti sono caratterizzate dal rapporto 1 a 1 e sono tipiche dei social network.
  • I gruppi vedono le persone aggregarsi attorno ad un’idea o a dei valori comuni.
  • I centri focali, invece, sono le aggregazioni che si formano attorno ad un leader o a un brand (ad esempio, i fan della Apple).

Le imprese, quindi, per vendere i loro prodotti o servizi devono trovare la loro tribù.

COME BUTTARE I SOLDI NEL CESSO CON LA PUBBLICITÀ D’IMMAGINE

Ma torniamo all’oggetto di questo articolo.

Se anche tu qualche volta guardi le TV locali, magari del circuito “7 Gold” perché ti piace seguire il calcio, avrai visto gli spot pubblicitari di qualche imprenditore locale con un po’ di grana da buttare.

Questi imprenditori sicuramente ottengono un risultato. Quello di far conoscere il loro brand al telespettatore e di fissarlo nella loro mente. Questo avviene solamente dopo ripetuti passaggi in TV che bruciano letteralmente migliaia di euro.

Però, questa strategia può andare bene per un brand come Coca Cola che è un prodotto, una commodity, che trovi dappertutto oppure per la Samsung o la Apple che sono presenti in numerosi punti vendita ed hanno ingenti capitali da investire in pubblicità.

Sono aziende miliardarie che sfruttano la loro diffusione capillare e che possono permettersi di bruciare milioni di euro in pubblicità che raggiungono anche persone non interressate al loro prodotto.

Perché il vero problema dietro lo spot televisivo è questo.

Si raggiungono persone che non sono i clienti ideali del brand pubblicizzato o perché non possono permetterselo o perché non hanno alcun interesse al prodotto o servizio.

In pratica, si utilizza un sistema di pesca a strascico.

Questo discorso vale anche per i volantini, le brochure e la cartellonistica stradale.

Ma soffermiamoci sugli spot televisivi che passano sulle TV locali:

  • Ogni passaggio ha un valore di migliaia di euro.

  • Per posizionare la marca nella mente dello spettatore servono più passaggi.

  • Si raggiungono persone per nulla interessate al prodotto o servizio promosso dal brand.

  • Non si ha la certezza del ritorno economico dell’investimento pubblicitario (numero di spettatori raggiunti convertiti in clienti, n.d.r.).

Io che sono un appassionato di calcio e son tifoso del Milan mi diverto a seguire i programmi televisivi in cui è presente Tiziano Crudeli (giornalista tifoso dei rossoneri, n.d.r.).

Ebbene, nel seguirlo su una TV locale, “7 Gold”, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di diverse aziende di cui non penso che comprerò mai i prodotti.

Quelle che si sono posizionate meglio nella mia mente sono:

  • Zanatta Vetro

  • Zetahaus

  • Capozi

  • Mobilificio Caramel

Gli spot di queste ultime due aziende mi hanno colpito particolarmente.

Quelli di “Capozi – Autotrasporti” mi sono piaciuti per due motivi:

  1. Hanno Tiziano Crudeli come protagonista.

  2. Cercano di posizionarsi nella mente del potenziale cliente per un elemento differenziante rispetto alla concorrenza: la puntualità.

Il martellare sul suddetto concetto ha lo scopo di differenziare Capozi dai concorrenti:

Noi siamo puntuali. Gli altri no.

Gli spot del Mobilificio Caramel, invece, mi hanno colpito per:

  • La voce dello speaker che è caratteristica.

  • Il concetto che i loro mobili sono fatti di legno “bio”.

Soffermiamoci, mio caro lettore, per un momento su quest’ultimo elemento e prova a rispondere a questa mia domanda:

Quali tipi di legno non biologici conosci?”

La risposta corretta è… nessuno.

Infatti, tutti i tipi di legno derivano dagli alberi.

Non esistono legni sintetici.

Questa pubblicità che insegue la moda del biologico si basa su un concetto falso.

Perché, quindi, dovrei riporre la mia fiducia in quest’azienda?

Se costruiscono i loro spot su una bugia, chissà che cosa mettono nei loro mobili.

Qui gli errori che ha fatto il titolare del mobilificio sono 2:

  1. Uno spot che si basa su una palese falsità (clamoroso autogol, n.d.r.).

  2. Lo spot raggiunge anche persone che non sono potenziali clienti.

LA PROMOZIONE AI TEMPI DELLA RETE

Ovviamente, per farsi conoscere un’azienda di piccole e medie dimensioni deve fare pubblicità per raggiungere i potenziali clienti. Ma lo deve fare in modo intelligente, cioè verificando il ritorno del capitale investito.

By the way, questo lo si può fare anche con uno spot televisivo se si inserisce una chiara call to action.

Però, il modo più efficace è quello di sfruttare la Rete entrando in contatto con le giuste “tribù”, cioè quelle che manifestano interesse per la tipologia di prodotto o servizio che è venduto dall’azienda.

Una volta entrati in contatto bisognerà prima creare un rapporto di fiducia coi membri della “tribù” partecipando alle loro discussioni e solo in un secondo momento vendere attraverso il “marketing diretto”.

Questo presuppone che l’utente avendo acquisito fiducia nel brand gli dia i suoi dati di contatto e che l’azienda sfrutti questa possibilità, in primo luogo, per fornire valore al suo contatto e, successivamente, per promuovere i suoi prodotti o servizi.

Fornire valore al potenziale cliente significa educarlo. Bisogna cioè preparare il terreno per la futura vendita facendo capire al contatto che il prodotto o servizio che gli si offre, oltre ad essere di valore, appaga un suo desiderio, un suo bisogno o una sua ansia.

Bisogna parlare contemporaneamente a mente, cuore e spirito del consumatore.

Questo approccio per l’azienda è molto vantaggioso poiché:

  1. Si comunica il proprio messaggio a persone realmente interessate al prodotto o servizio che si vende.

  2. Si verifica in modo preciso se l’investimento in promozione sta portando dei risultati concreti.

  3. Si possono fare dei test per capire quale messaggio e quale canale porta più conversioni da potenziale cliente a cliente reale. E quindi si può aggiustare il tiro della comunicazione.

Ovviamente, non si ottengono dei risultati dalla sera alla mattina. Ci vuole molta pazienza. Però il costo di questo tipo di promozione è molto inferiore a quella dei passaggi televisivi che si traduce in un aumento dei margini per le aziende dovuti ai risparmi conseguiti.

CONCLUSIONE

Fare pubblicità attraverso gli spot televisivi è costoso e non porta risultati verificabili in termini di ritorno sull’investimento.

Le piccole e medie aziende dovrebbero evitare questo strumento per pruomuovere i loro prodotti o servizi.

Invece, dovrebbero investire nel marketing diretto che:

  • raggiunge solo le persone veramente interessate al prodotto o servizio;

  • porta forti risparmi che si trasformano in un aumento dei margini per l’impresa;

  • permette di aggiustare il tiro della comunicazione fino a trovare il messaggio che converte di più i contatti in clienti reali.

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito ad iscriverti alla mia newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Ueh Paleo! Ti Piace Perdere Facile

Ueh, Paleo! Ti piace perdere facile.”

Sì, ce l’ho proprio con te che stai tutto il giorno a lamentarti con gli altri “Dinosauri” che ti circondano di una “Crisi” inesistente.

Certo che se gestisci la tua attività come si faceva nel ‘900 e cerchi di generare una domanda per il tuo prodotto o servizio con strategie di marketing dei primi anni ’80, sei finito.

Internet, i social media, gli smartphone e i tablet sono per la tua attività l’equivalente del grande meteorite che colpendo la crosta terreste ha decretato la fine dei dinosauri.

Ueh, Paleo! Ti piace perdere facile.”

Dammi retta! Se ti fai ancora promozione col volantino, la brochurina e il sito web “vetrina”, cala la saracinesca e utilizza i tuoi risparmi per goderti la vita in un paese in via di sviluppo. Così spenderai i tuoi soldi in modo intelligente.

Ora, li stai buttando nel cesso.

Inoltre, alimenti il buco nell’ozono, la deforestazione, il riscaldamento globale, la fame nel mondo e l’aumento della tassa sui rifiuti per le attività commerciali.

Sai raccogliere quei cazzo di volantini che lordano le strade delle nostre città e smaltirli non è a costo “zero”.

Cosa?”

Mi stai dicendo che tu li fai distribuire da delle belle gnocche proprio per evitare questo problema!

Ueh, Paleo! Certo che ne hai di “Danè” da sbatter via.”

Come si dice a Milano.

Intanto, in questo modo fai incazzare le mogli, le compagne e le fidanzate degli “animali” che si fanno irretire dalla sirena di turno e voltato l’angolo gettano il volantino o la brochurina per terra.

E poi sai cosa succede?

Nooo!

Il tuo Comune aumenta la tassa sui rifiuti per le attività commerciali.

E quando ti arriva il bollettino da pagare tu bestemmi per giorni e giorni perché non sai dove trovare i soldi per pagarlo.

Ueh, Paleo! Ti piace perdere facile.”

Hai appena scoperto Facebook Ads e ti senti il più “figo del bigonzo”.

Beh, ti do una brutta notizia o affidi la gestione ad un professionista che sa il fatto suo, non al solito “Cuggino” oppure al fuffaiolo a basso costo di turno, o studi bene come si utilizza lo strumento investendo tempo e denaro in libri e corsi oppure farai la fine di un chirurgo plastico di mia conoscenza che ha speso più di € 5000,00 in pubblicità online senza tirar su neanche un nuovo cliente.

Avrebbe fatto meglio a farsi una bella vacanza con quei soldi. Non trovi?

Perché se fai pubblicità su Facebook come si faceva 20 anni fa, cioè la classica pubblicità d’immagine che serve a far ricordare il Brand e che interrompe le persone mentre si stanno rilassando facendosi i cazzi degli altri sul social di “zio” Mark, non otterrai nemmeno un cliente.

L’unico risultato che avrai sarà quello di arricchire le tasche di Facebook e di impoverire le tue.

Un esempio di come si possono buttare via i soldi con Facebook Ads solo per farsi sbertucciare è il seguente:

 

Seac Apnea - Adv Fail

Una pubblicità su Facebook senza CTA

Seac Apnea - Epic Fail 2

Ecco cosa succede se si fa fare la pubblicità su Facebook al “Cuggino” o ad un fuffaiolo a basso costo.

(Dopo il mio commento la situazione è peggiorata vedi qui)

Ueh, Paleo! Vedo che sei sbiancato in volto.”

Lo so!

Adesso, il criceto che hai tra le orecchie si è messo in moto preso da un’attacco di panico per trovare una soluzione ai danni causati dalle varie strategie che ha messo in piedi.

La buona notizia è che, forse, non è troppo tardi per salvare il tuo tempo e il tuo denaro.

Infatti, hai davanti a te due strade:

  • Mi contatti per avere una consulenza. In soli 6 mesi sono sicuro di rimetterti in carreggiata. Ti porterò nel XXI secolo.

  • Ti metti a studiare tutto quello che ho imparato io, acquistando libri e navigando in Internet.

Ah, dimenticavo c’è una terza soluzione: “Decidi di non decidere”.

In quest’ultimo caso rilassati e “Stai sereno!”.

The end is near!”

A questo punto, mio caro Paleo, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito ad iscriverti alla mia newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici “Dinosauri”. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Come Funziona il Processo d’Acquisto degli Italiani nel 2015

IMG_4246

Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 è divenuto molto più complesso che nel passato.

Infatti, se prima dell’avvento degli smartphone, dei Tablet e l’ampia diffusione del web 2.0, che nel nostro Paese si può far risalire al 2008 con il boom di Facebook, la maggioranza dei consumatori aveva solo due modi per informarsi su di un prodotto o servizio:

  1. La pubblicità.

  2. Le informazioni raccolte tra i parenti, gli amici e i conoscenti che lo avevano già sperimentato.

Oggigiorno, non è più così.

Oggi, mio caro lettore, il potenziale cliente prima di mettere mano al portafoglio si dedica ad una vera e propria operazione d’intelligence acquisendo informazioni sul venditore, oltre che sul prodotto o servizio, tramite Google o un altro motore di ricerca oppure sui blog o nei forum.

Il tempo che intercorre tra la fase di ricerca e l’acquisto vero e proprio si è dilatato. Quindi per i venditori è sempre più importante essere presenti nella mente del potenziale acquirente durante tutto il processo d’acquisto.

La pubblicità tradizionale è meno efficace di un tempo. Con essa si può far conoscere il proprio brand o il proprio prodotto/servizio, cioè si farà del semplice posizionamento, e sarà tanto più efficace quanto più a lungo s’investirà nelle campagne pubblicitarie.

Capisci che per far ciò devi essere una grossa azienda con un ingente budget destinato all’advertising. Infatti, dovrai essere presente nella mente del cliente nel momento in cui si deciderà all’acquisto che non si sa, di preciso, quando avverrà.

Questo semplice concetto, però, è difficile da far passare tra molti imprenditori e professionisti.

Me ne sono reso conto parlando, ultimamente, con diversi potenziali clienti.

Infatti, a prescindere dalla loro età anagrafica e dalla loro collocazione geografica, la maggioranza degli intervistati ha in essere attività promozionali obsolete quali volantini, brochure, pubblicità sui giornali, sia offline che online, o cartellonistica stradale.

Il classico messaggio sparato nel mucchio nella speranza di ottenere qualche cliente.

Ma perché questi imprenditori e professionisti si comportano in un modo così “antico” sprecando i loro soldi?

In primis ciò, è dovuto ad una mancanza di comprensione dell’attuale processo d’acquisto seguito dal cliente.

In secondo luogo, poiché non vogliono uscire dalla loro “comfort zone” provando una via nuova.

Quindi trovano diverse giustificazioni per avvalorare la loro fallimentare strategia di comunicazione che porta scarsi risultati che, ovviamente, imputano alla crisi.

Un esempio ti renderà più chiaro il concetto che ho appena esposto.

Io vivo a Ponti sul Mincio, un paese di poco più di duemila anime di cui la maggioranza sono anziani.

Ora la classica strategia promozionale dell’imprenditore della zona è il volantino nella casella della posta che finisce, spesso e volentieri, nel cestino della carta per la raccolta differenziata o la pubblicità su alcuni giornali distribuiti gratuitamente a livello locale oppure la sponsorizzazione di qualche sagra o di un altro evento dal forte potere attrattivo.

Il risultato finale è scarso. Loro dicono per colpa della crisi. Io dico perché le persone hanno sviluppato gli anticorpi a queste forme pubblicitarie.

Quando ho provato a spiegare loro che, magari, facendo Lead Generation avrebbero ottenuto dei risultati migliori mi è stato risposto che sono cose che vanno bene in città non qui dove la popolazione è formata da anziani.

Beh, si sbagliano di grosso perché molti di quegli anziani hanno uno smartphone o un Tablet e, spesso, lo usano per fare ricerche con Google e quelli che proprio non sono avvezzi alla tecnologia si fanno aiutare dai nipoti o da persone più esperte di loro.

Come so queste cose?

Perché alcuni mi hanno chiesto il favore di fare delle ricerche al posto loro o perché gli ho insegnato ad utilizzare il Tablet oppure lo smartphone ed ho notato che una volta appresi i primi rudimenti sfruttano questi strumenti con cognizione di causa. Certo non sono ai livelli di una persona più giovane, ma vedere un’ottantenne che si organizza una vacanza con Internet sono soddisfazioni.

Ma torniamo al nostro imprenditore.

Quando gli faccio notare la cosa risponde che sono delle eccezioni. Allora, provo a cambiare strategia e gli chiedo come s’informa su un prodotto o servizio che vuole acquistare.

Il più delle volte mi dice che usa Internet.

Quindi, mi chiedo, se lui per primo utilizza la Rete e butta via i volantini pubblicitari e non degna di attenzione la pubblicità sui giornali, perché gli altri non dovrebbero fare altrettanto?

Se io fossi, ad esempio, il titolare di un’agenzia immobiliare locale invece che lamentarmi che non si vendono case per colpa delle tasse sfrutterei Facebook Ads per promuovere gli immobili che ho in carico in Germania, UK e Olanda giacché d’estate i cittadini di questi paesi, letteralmente, invadono la zona.

Ovviamente, mi attrezzerei assumendo un collaboratore che parla inglese, tedesco ed olandese o mi darei da fare per imparare, almeno, due di queste lingue.

Facendo così mi creerei un mercato con scarsissima concorrenza e venderei o affitterei più immobili.

A questo punto, ti chiederai come funziona il processo d’acquisto degli italiani nel 2015.

Presto detto, esso si distingue in 5 fasi:

  1. Nascita di un problema, di un interesse o di un’esigenza (PIE);

  2. Ricerca della soluzione in Internet;

  3. Valutazione delle informazioni raccolte;

  4. Identificazione della soluzione migliore compatibile col budget a disposizione;

  5. Acquisto.

Se tu sarai presente nella mente del tuo cliente ideale durante tutto il percorso, allora avrai buone possibilità di vendergli il tuo prodotto o servizio.

Per far ciò devi sfruttare la Lead Generation. Dovrai partire dalla costruzione di un sito web adatto a questa forma di promozione. Successivamente, dovrai utilizzare Facebook Ads o Google Adwords per generare dei contatti interessati che atterrino sul tuo sito web dove avrai creato una landing page con una precisa Call-to-Action.

Dal momento in cui il contatto interessato esegue la Call-to-Action da te predisposta entra nel tuo funnel.

Da qui in poi il tuo compito sarà quello di fornirgli valore a titolo gratuito in modo che egli ti identifichi come quella persona o azienda esperta di cui si ricorderà al momento di passare all’acquisto del prodotto/servizio.

Ricordati che si preferisce sempre concludere degli affari con chi si conosce da tempo piuttosto che con l’ultimo arrivato di cui non si sa nulla.

I metodi per distribuire valore ai tuoi potenziali clienti sono vari, ad esempio: i video, i blog, le newsletter, i webinar, i teleseminar, le email ecc. .

Tutti gli strumenti suddetti sono volti a conquistare la fiducia dei potenziali clienti e a creare la tua reputazione.

Certo il processo richiede tempo poiché non saprai mai il momento esatto in cui il potenziale cliente deciderà di mettere mano al portafoglio, però avrai una probabilità maggiore di convertirlo in cliente rispetto ad un processo di vendita tradizionale basato sulla strategia promozionale di sparare nel mucchio nella speranza che qualcuno cada nella tua rete.

Inoltre, il metodo che si basa sulla Lead Generation ha dei costi nettamente inferiori rispetto alla pubblicità tradizionale.

Conclusione

Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 si basa essenzialmente sulla ricerca di soluzioni via Internet.

Quindi se si vuole aumentare il numero delle vendite bisogna farsi trovare lì dove si trova il consumatore.

Per far ciò la Lead Generation è uno strumento migliore rispetto a tutti i tipi di pubblicità tradizionali, compreso il caro e ormai vecchio banner, per cui i consumatori hanno sviluppato delle vere e proprie difese mentali.

I tempi per avere i primi risultati sono, forse, più lunghi, però i costi pubblicitari nel lungo periodo sono inferiori rispetto alle forme pubblicitarie tradizionali ed i tassi di conversione da potenziale cliente a cliente sono più alti.

A questo punto, mio caro lettore, ti ho dato molto materiale su cui riflettere. Quindi non mi resta che salutarti dandoti appuntamento al mio prossimo post.

Ma ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Photo Credits: I Love Creativity 

Come scegliere il nome per la propria attività

Il naming, ovvero la scelta del nome della propria azienda, del proprio prodotto o servizio, non è un’operazione facile così come può sembrare a prima vista.

Infatti, molti aspiranti imprenditori non fanno una ricerca preliminare su Internet per capire se qualche altra azienda, attività o brand utilizza, già, il nome prescelto per farsi riconoscere dal proprio target di riferimento.

Diverse volte mi è capitato di essere contattato da un cliente che voleva il mio contributo come Business Designer per seguire la realizzazione del sito web aziendale oppure per organizzare la sua presenza sui vari social network e scoprire che il dominio da lui desiderato era occupato da un’altra azienda oppure che Facebook non mi permetteva di aprire una pagina fan con la denominazione prescelta poiché già aperta da qualcun altro che non necessariamente era un concorrente del mio cliente.

Il caso più complesso che mi è capitato di dover affrontare riguarda il progetto musicale dei Who Is That DJ di cui ho parlato in questo articolo.

I due dj, che si presentano in scena mascherati, avevano scelto di chiamare così il loro gruppo perché si erano immaginati la seguente scena: un ragazzo partecipa ad un loro evento musicale e rimane particolarmente colpito dalla musica proposta durante il dj set da chiedere a chi gli sta vicino “Chi è quel dj?”. Domanda che in inglese si traduce così: “Who is that dj?”.

Inizio il mio lavoro e scopro che su Facebook, il social più idoneo per intercettare gli amanti della EDM (Electronic Dance Music, n.d.r.) acquisendo così numerosi fan in modo da farsi notare da dj più famosi, etichette discografiche, organizzatori di eventi, promoter, discoteche e riviste di settore, tale denominazione è utilizzata da un competitor americano che ha creato una società la quale fornisce dj per diversi tipi di eventi che si svolgono in tutto il Nord America.

Un mercato molto appetibile che genera un gran ritorno d’immagine poiché in questo periodo l’EDM, laggiù, fa tendenza.

Così sono costretto, essendo arrivato a progetto già avviato e con delle tracce musicali pubblicate sia su SoundCloud, il servizio gratuito utilizzato da moltissimi musicisti per promuoversi, sia da due label straniere, ad aprire una fan page con l’acronimo: WTDJ.

Infatti, cambiare il nome, evidentemente, non era più proponibile in quanto avrebbe generato confusione e gettato alle ortiche il lavoro sviluppato dalle etichette discografiche.

A questo punto, per evitare sorprese in vista di una futura realizzazione del sito web dedicato al gruppo, faccio la ricerca che avrebbero dovuto fare i due dj prima di partire col loro progetto e scopro, con notevole disappunto, che il dominio wtdj.com è occupato da una società cinese, mentre è libero quello whoisthatdj.com.

Infatti, il competitor americano di cui ho parlato poc’anzi aveva acquistato il dominio: whosthatdj.com.

Ovviamente, i ragazzi procedono all’acquisto dell’unico rimasto libero. Scelta comprensibile ma che, a mio parere, potrebbe comportare futuri problemi sul mercato statunitense.

In conclusione, io consiglio vivamente a tutti coloro che vogliono lanciare un progetto di creare, prima di tutto, un elenco con le possibili denominazioni dell’azienda o del brand che si vuole promuovere.

Successivamente, si dovrà fare una ricerca con un servizio come quello messo a disposizione da GoDaddy per capire se qualcuno ha già acquistato un dominio che utilizza uno dei nomi presenti nella lista.

Avendone la possibilità consiglio di acquistate subito i domini collegati col futuro brand name che sono rimasti liberi anche se non si ha in programma di realizzare o farsi realizzare, a breve, un sito web istituzionale.

Oggigiorno, acquistare un dominio ha un costo di pochi euro ed evita spiacevoli future sorprese che costringerebbero a spese superiori per modificare la propria brand identity.

Infine, bisognerà controllare che il nome prescelto non sia utilizzato da altri come denominazione di una pagina fan o di un profilo sui social network su cui si vuole essere presenti.

Fatto tutto ciò si può iniziare a costruire la propria corporate identity cioè sito web, biglietti da visita, brochure e quant’altro dovrà rappresentare la propria immagine.

Questi sono i miei suggerimenti su come scegliere il nome per la propria attività. Se tu ne hai degli altri ti invito a condividerli con tutti noi commentando questo mio articolo. Grazie.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

 

Aziende da Incubo

 

Recentemente, mi sono confrontato con una mia collega che come me fa la consulente freelance per aziende dell’industria del lusso. L’argomento della nostra chiacchierata erano: le aziende da incubo.

Ci siamo focalizzati su due aziende di cui per ovvi motivi non posso fare i nomi.

La prima è una media azienda italiana di moda femminile, un brand molto noto in Italia ed all’estero, con un prodotto di qualità sia dal punto di vista manifatturiero che da quello creativo. Sul mercato da oltre 30 anni ha imboccato il viale del tramonto ma con l’immissione di nuovo capitale ed una nuova gestione potrebbe fare utili davvero interessanti. Tenete presente che il suo negozio nel centro di Milano in un solo giorno anche in questo periodo di crisi ha fatturato € 100.000,00.

La seconda azienda è un giovane brand di moda femminile che a marzo durante la fashion week milanese ha presentato la sua seconda collezione dai forti contenuti creativi e di cui sentirete parlare a lungo se sopravviverà al suo attuale management. Qui il problema non è la mancanza di liquidità bensì quella di esperienza delle persone messe in alcuni ruoli chiave.

A questo punto, vi chiederete che cosa hanno in comune due aziende con uno storico così agli antipodi. Presto detto: dei titolari sordi ad ogni consiglio.

In entrambi i casi i fondatori non danno ascolto ai consulenti che hanno assunto. Sicuramente, potevano tranquillamente farne a meno e risparmiare i soldi spesi. Tanto a farle fallire ci stanno riuscendo anche da soli.

Nel primo caso la proprietà vive nella gloria del suo passato non capendo che dal 2008, a causa della grande crisi di sistema che stiamo tuttora vivendo, il mondo è cambiato. Per loro si è sempre agito così e si deve continuare nella medesima direzione. Il personale dell’azienda si è adeguato all’andazzo ed è demotivato. Quindi nessun investitore sano di mente potrebbe decidere di fornire capitale fresco a meno di non conquistare la maggioranza delle azioni.

Per questa società ci vorrebbe l’intervento di Tabatha Coffey la bionda parrucchiera di un fortunato programma televisivo mandato in onda da Real Time “Tabatha’s Salon Takeover”, in Italia “Tabatha mani di forbici”, il cui motto è: “Adesso, comando io. Dammi le chiavi della tua azienda”. La platinata protagonista di questa serie in una settimana, di solito, rimette in piedi ogni tipo d’impresa e la restituisce al legittimo proprietario risanata.

Nel secondo caso per gli azionisti, imprenditori di successo in altri settori, l’avventura nell’industria della moda è una semplice diversificazione dei loro business principali. Oltre a ciò ognuno di loro ha voluto mettere in un ruolo chiave un proprio referente con le conseguenze che potete immaginare, perché un’attività così complessa come quella dell’industria della moda non può essere lasciata nelle mani di manager improvvisati.

Per questa seconda azienda vedrei bene l’intervento dello Chef pluristellato Gordon Ramsay, noto per non avere peli sulla lingua ed essere alquanto irascibile. Sarebbe uno spettacolo vederlo affrontare con i suoi modi spicci il board della società e licenziare i manager incapaci.

La morale di tutta questa storia, miei cari imprenditori, è che quando assumete un consulente, che magari pagate profumatamente, dovete fidarvi di lui poiché è nel suo interesse portarvi al successo. Infatti, più bravo sarà nel fare il suo lavoro più la sua reputazione crescerà assicurandogli ottimi introiti futuri.

 

Come non gestire le lamentele attraverso la propria pagina Facebook

Di recente, ho avuto un problema con la Vodafone, operatore telefonico a cui sono legato da anni e con cui mi sono sempre trovato bene.

In breve, i fatti sono i seguenti. Il 6 dicembre 2013 fui contattato da una commerciale del servizio business che mi propose il passaggio ad un piano telefonico più vantaggioso rispetto a quello che stavo utilizzando. Feci presente alla gentile signorina del call center che non erano ancora passati i due anni dal mio ultimo cambio di piano tariffario quindi avrei aderito alla proposta solo nel caso in cui non mi fosse stata addebitata la penale prevista dal contratto in essere.

L’operatrice mi garantì che non mi sarebbe stata addebitato nessun costo oltre i € 19,00 per il cambio tariffario. Convinto accettai di fare il passaggio.

Nel medesimo giorno contattai il servizio clienti aziendali della Vodafone per chiedere una spiegazione sul nuovo piano e di nuovo, chiesi alla mia interlocutrice la conferma della non applicazione della penale per la cessazione anticipata della vecchia tariffa. Ancora una volta venni rassicurato sul fatto che non vi erano penali da pagare.

In questi giorni mi è arrivata la bolletta e con mio stupore ho scoperto che la penale oggetto della discussione di allora mi era stata addebitata. Chiamo subito il servizio clienti aziendali che mi dice che sono consci del problema che ha colpito tutti i clienti che hanno aderito al nuovo piano. Questo disservizio, ho scoperto più tardi parlando con un altro operatore, è stato causato da un bug nel sistema informatico dell’azienda.

La soluzione prospettatami era quella di pagare la bolletta con l’importo errato e nelle bollette successive mi sarebbero stati riaccreditati i € 100,00 pagati in più rispetto a quanto dovuto.

Dopo averci riflettuto un po’ sono giunto alla conclusione che tale soluzione nascondeva un finanziamento involontario da parte mia e di tutti gli altri clienti vittime del medesimo disservizio alla Vodafone, la qual cosa non mi andava proprio giù.

Quindi contatto, di nuovo, il servizio clienti per chiedere l’emissione di una nota di credito a mio favore per quanto non dovuto. Mi viene risposto che la politica aziendale non prevede tale possibilità. Al che io ho risposto che non avevo nessuna intenzione di finanziare una ricca società telefonica che mi aveva causato un disguido in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo.

Conclusione: tutti gli operatori con cui ho parlato mi hanno dato ragione. Io non pagherò la bolletta attuale e salderò quanto effettivamente dovuto solo nella successiva. In pratica dovrò auto-tutelarmi giacché l’azienda non può venirmi incontro.

Tutta questa esperienza ha confermato l’opinione che nel corso degli anni mi sono fatto sugli addetti del servizio clienti aziendali della Vodafone: sono gentili e preparati. Ma mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. 

A questo punto ho voluto fare un piccolo esperimento riproponendo il mio reclamo via Facebook e Twitter per capire come sarebbe stato gestito.

Per prima cosa ho visitato la pagina di Vodafone Italia su Facebook per capire cosa si diceva del disservizio che mi era capitato, visto che non ero stato l’unica vittima.

Con mia sorpresa l’azienda non aveva anticipato i clienti aziendali spiegando loro quello che era accaduto e la soluzione che aveva adottato per risolvere la cosa.

Molto strano visto che avevo saputo dagli operatori che avevano ricevuto l’input di contattare le vittime del disservizio prima che questi inondassero di proteste i call center.

Inoltre, non c’erano post di clienti infuriati per quanto gli era successo. Cosa ancora più strana.

La pagina principale della loro fan page è essenzialmente dedicata alla promozione dei prodotti. Ma se la si scorre con attenzione si noterà che diversi commenti ai post sono lamentele di clienti insoddisfatti a cui l’azienda risponde, il più delle volte, con un messaggio standard contenente il link ad un’app per la compilazione di un form al fine di inoltrare il reclamo al servizio clienti.

Le lamentele dei clienti si trovano in un settore più appartato. Quello dei messaggi all’azienda che risponde col messaggio standard di cui sopra. Ora, quest’area seminascosta se fosse utilizzata meglio potrebbe dare numerosi spunti per migliorare il servizio offerto. Attualmente, manca totalmente di empatia. Chi risponde al cliente non si immedesima nel disagio che esso subisce e la risposta standardizzata sortisce come unico effetto quello di far irritare ancora di più l’interlocutore portandolo ad abbandonare Vodafone. 

Tra l’altro alcuni ex clienti dell’operatore telefonico nei loro commenti evidenziano come una volta passati ad un nuovo operatore vengano molestati dai commerciali dell’azienda al fine di farli tornare sui loro passi.

Quindi ho agito nel seguente modo. Ho pubblicato il mio reclamo sulla pagina principale avvisando l’azienda che se non avessi ottenuto soddisfazione avrei continuato la mia battaglia sia online sia offline. Ho fatto ciò per capire come la situazione di crisi sarebbe stata gestita dai loro PR digitali.

Dopodiché ho fotografato il post e l’ho twittato con i seguenti hashtag: #VodafoneIT e #crisi. 

Risultati ottenuti in 24 ore: il post su Facebook è stato cancellato e il mio tweet non ha avuto risposta.

A questo punto la mia reazione è stata quella di twittare il mio disappunto per la cancellazione del post.

Risultato finale: nessuno dell’azienda s’è fatto vivo con me. In compenso ho catturato l’attenzione di diverse persone.

Ho voluto fermare qui l’esperimento poiché, ormai, era ovvio che il presidio dell’azienda sui social network era quasi inesistente ed inadeguato. 

A mio avviso, se un problema tecnico causa un disservizio a molti clienti si può ragionevolmente presumere che troverà una valvola di sfogo sui social network e che ciò danneggerà, se mal gestito, la reputazione del brand.

La soluzione migliore sarebbe stata quella di allertare il proprio ufficio di Pubbliche Relazioni per fargli monitorare la Rete e pubblicare sui vari social in cui si è presenti delle scuse, la spiegazione di ciò che era accaduto e la soluzione proposta dall’azienda per risolvere i problemi causati ai suoi clienti aziendali.

Se voi foste stati al posto della Vodafone come vi sareste mossi?