Come Buttare I Soldi Nel Cesso Con La Pubblicità D’Immagine

Oggi, mio caro lettore con un po’ di grana, ti spiegherò come buttare i soldi nel cesso con la pubblicità d’immagine.

Questo tipo di pubblicità il cui scopo è quello di far memorizzare alla gente il nome di un brand e che aveva senso in passato quando c’era poca concorrenza.

Oggigiorno, in un mercato super affollato non ha ragione d’essere perché il consumatore non si fida più della voce delle aziende.

Ha preso troppe “sole” (fregature in romanesco, n.d.r.).

Chi si fida più delle banche? Nessuno.

Ma in passato non era così.

Oggi, il consumatore si fida della voce degli altri consumatori. Si è passati da un approccio verticale (azienda-consumatore) ad un approccio orizzontale (consumatore-consumatore).

C’è una tribalizzazione del consumatore che si riunisce in:

  • reti

  • gruppi

  • centri focali

  • Le reti sono caratterizzate dal rapporto 1 a 1 e sono tipiche dei social network.
  • I gruppi vedono le persone aggregarsi attorno ad un’idea o a dei valori comuni.
  • I centri focali, invece, sono le aggregazioni che si formano attorno ad un leader o a un brand (ad esempio, i fan della Apple).

Le imprese, quindi, per vendere i loro prodotti o servizi devono trovare la loro tribù.

COME BUTTARE I SOLDI NEL CESSO CON LA PUBBLICITÀ D’IMMAGINE

Ma torniamo all’oggetto di questo articolo.

Se anche tu qualche volta guardi le TV locali, magari del circuito “7 Gold” perché ti piace seguire il calcio, avrai visto gli spot pubblicitari di qualche imprenditore locale con un po’ di grana da buttare.

Questi imprenditori sicuramente ottengono un risultato. Quello di far conoscere il loro brand al telespettatore e di fissarlo nella loro mente. Questo avviene solamente dopo ripetuti passaggi in TV che bruciano letteralmente migliaia di euro.

Però, questa strategia può andare bene per un brand come Coca Cola che è un prodotto, una commodity, che trovi dappertutto oppure per la Samsung o la Apple che sono presenti in numerosi punti vendita ed hanno ingenti capitali da investire in pubblicità.

Sono aziende miliardarie che sfruttano la loro diffusione capillare e che possono permettersi di bruciare milioni di euro in pubblicità che raggiungono anche persone non interressate al loro prodotto.

Perché il vero problema dietro lo spot televisivo è questo.

Si raggiungono persone che non sono i clienti ideali del brand pubblicizzato o perché non possono permetterselo o perché non hanno alcun interesse al prodotto o servizio.

In pratica, si utilizza un sistema di pesca a strascico.

Questo discorso vale anche per i volantini, le brochure e la cartellonistica stradale.

Ma soffermiamoci sugli spot televisivi che passano sulle TV locali:

  • Ogni passaggio ha un valore di migliaia di euro.

  • Per posizionare la marca nella mente dello spettatore servono più passaggi.

  • Si raggiungono persone per nulla interessate al prodotto o servizio promosso dal brand.

  • Non si ha la certezza del ritorno economico dell’investimento pubblicitario (numero di spettatori raggiunti convertiti in clienti, n.d.r.).

Io che sono un appassionato di calcio e son tifoso del Milan mi diverto a seguire i programmi televisivi in cui è presente Tiziano Crudeli (giornalista tifoso dei rossoneri, n.d.r.).

Ebbene, nel seguirlo su una TV locale, “7 Gold”, sono venuto a conoscenza dell’esistenza di diverse aziende di cui non penso che comprerò mai i prodotti.

Quelle che si sono posizionate meglio nella mia mente sono:

  • Zanatta Vetro

  • Zetahaus

  • Capozi

  • Mobilificio Caramel

Gli spot di queste ultime due aziende mi hanno colpito particolarmente.

Quelli di “Capozi – Autotrasporti” mi sono piaciuti per due motivi:

  1. Hanno Tiziano Crudeli come protagonista.

  2. Cercano di posizionarsi nella mente del potenziale cliente per un elemento differenziante rispetto alla concorrenza: la puntualità.

Il martellare sul suddetto concetto ha lo scopo di differenziare Capozi dai concorrenti:

Noi siamo puntuali. Gli altri no.

Gli spot del Mobilificio Caramel, invece, mi hanno colpito per:

  • La voce dello speaker che è caratteristica.

  • Il concetto che i loro mobili sono fatti di legno “bio”.

Soffermiamoci, mio caro lettore, per un momento su quest’ultimo elemento e prova a rispondere a questa mia domanda:

Quali tipi di legno non biologici conosci?”

La risposta corretta è… nessuno.

Infatti, tutti i tipi di legno derivano dagli alberi.

Non esistono legni sintetici.

Questa pubblicità che insegue la moda del biologico si basa su un concetto falso.

Perché, quindi, dovrei riporre la mia fiducia in quest’azienda?

Se costruiscono i loro spot su una bugia, chissà che cosa mettono nei loro mobili.

Qui gli errori che ha fatto il titolare del mobilificio sono 2:

  1. Uno spot che si basa su una palese falsità (clamoroso autogol, n.d.r.).

  2. Lo spot raggiunge anche persone che non sono potenziali clienti.

LA PROMOZIONE AI TEMPI DELLA RETE

Ovviamente, per farsi conoscere un’azienda di piccole e medie dimensioni deve fare pubblicità per raggiungere i potenziali clienti. Ma lo deve fare in modo intelligente, cioè verificando il ritorno del capitale investito.

By the way, questo lo si può fare anche con uno spot televisivo se si inserisce una chiara call to action.

Però, il modo più efficace è quello di sfruttare la Rete entrando in contatto con le giuste “tribù”, cioè quelle che manifestano interesse per la tipologia di prodotto o servizio che è venduto dall’azienda.

Una volta entrati in contatto bisognerà prima creare un rapporto di fiducia coi membri della “tribù” partecipando alle loro discussioni e solo in un secondo momento vendere attraverso il “marketing diretto”.

Questo presuppone che l’utente avendo acquisito fiducia nel brand gli dia i suoi dati di contatto e che l’azienda sfrutti questa possibilità, in primo luogo, per fornire valore al suo contatto e, successivamente, per promuovere i suoi prodotti o servizi.

Fornire valore al potenziale cliente significa educarlo. Bisogna cioè preparare il terreno per la futura vendita facendo capire al contatto che il prodotto o servizio che gli si offre, oltre ad essere di valore, appaga un suo desiderio, un suo bisogno o una sua ansia.

Bisogna parlare contemporaneamente a mente, cuore e spirito del consumatore.

Questo approccio per l’azienda è molto vantaggioso poiché:

  1. Si comunica il proprio messaggio a persone realmente interessate al prodotto o servizio che si vende.

  2. Si verifica in modo preciso se l’investimento in promozione sta portando dei risultati concreti.

  3. Si possono fare dei test per capire quale messaggio e quale canale porta più conversioni da potenziale cliente a cliente reale. E quindi si può aggiustare il tiro della comunicazione.

Ovviamente, non si ottengono dei risultati dalla sera alla mattina. Ci vuole molta pazienza. Però il costo di questo tipo di promozione è molto inferiore a quella dei passaggi televisivi che si traduce in un aumento dei margini per le aziende dovuti ai risparmi conseguiti.

CONCLUSIONE

Fare pubblicità attraverso gli spot televisivi è costoso e non porta risultati verificabili in termini di ritorno sull’investimento.

Le piccole e medie aziende dovrebbero evitare questo strumento per pruomuovere i loro prodotti o servizi.

Invece, dovrebbero investire nel marketing diretto che:

  • raggiunge solo le persone veramente interessate al prodotto o servizio;

  • porta forti risparmi che si trasformano in un aumento dei margini per l’impresa;

  • permette di aggiustare il tiro della comunicazione fino a trovare il messaggio che converte di più i contatti in clienti reali.

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito ad iscriverti alla mia newsletter o a richiedere una mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

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Federico

Come Funziona il Processo d’Acquisto degli Italiani nel 2015

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Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 è divenuto molto più complesso che nel passato.

Infatti, se prima dell’avvento degli smartphone, dei Tablet e l’ampia diffusione del web 2.0, che nel nostro Paese si può far risalire al 2008 con il boom di Facebook, la maggioranza dei consumatori aveva solo due modi per informarsi su di un prodotto o servizio:

  1. La pubblicità.

  2. Le informazioni raccolte tra i parenti, gli amici e i conoscenti che lo avevano già sperimentato.

Oggigiorno, non è più così.

Oggi, mio caro lettore, il potenziale cliente prima di mettere mano al portafoglio si dedica ad una vera e propria operazione d’intelligence acquisendo informazioni sul venditore, oltre che sul prodotto o servizio, tramite Google o un altro motore di ricerca oppure sui blog o nei forum.

Il tempo che intercorre tra la fase di ricerca e l’acquisto vero e proprio si è dilatato. Quindi per i venditori è sempre più importante essere presenti nella mente del potenziale acquirente durante tutto il processo d’acquisto.

La pubblicità tradizionale è meno efficace di un tempo. Con essa si può far conoscere il proprio brand o il proprio prodotto/servizio, cioè si farà del semplice posizionamento, e sarà tanto più efficace quanto più a lungo s’investirà nelle campagne pubblicitarie.

Capisci che per far ciò devi essere una grossa azienda con un ingente budget destinato all’advertising. Infatti, dovrai essere presente nella mente del cliente nel momento in cui si deciderà all’acquisto che non si sa, di preciso, quando avverrà.

Questo semplice concetto, però, è difficile da far passare tra molti imprenditori e professionisti.

Me ne sono reso conto parlando, ultimamente, con diversi potenziali clienti.

Infatti, a prescindere dalla loro età anagrafica e dalla loro collocazione geografica, la maggioranza degli intervistati ha in essere attività promozionali obsolete quali volantini, brochure, pubblicità sui giornali, sia offline che online, o cartellonistica stradale.

Il classico messaggio sparato nel mucchio nella speranza di ottenere qualche cliente.

Ma perché questi imprenditori e professionisti si comportano in un modo così “antico” sprecando i loro soldi?

In primis ciò, è dovuto ad una mancanza di comprensione dell’attuale processo d’acquisto seguito dal cliente.

In secondo luogo, poiché non vogliono uscire dalla loro “comfort zone” provando una via nuova.

Quindi trovano diverse giustificazioni per avvalorare la loro fallimentare strategia di comunicazione che porta scarsi risultati che, ovviamente, imputano alla crisi.

Un esempio ti renderà più chiaro il concetto che ho appena esposto.

Io vivo a Ponti sul Mincio, un paese di poco più di duemila anime di cui la maggioranza sono anziani.

Ora la classica strategia promozionale dell’imprenditore della zona è il volantino nella casella della posta che finisce, spesso e volentieri, nel cestino della carta per la raccolta differenziata o la pubblicità su alcuni giornali distribuiti gratuitamente a livello locale oppure la sponsorizzazione di qualche sagra o di un altro evento dal forte potere attrattivo.

Il risultato finale è scarso. Loro dicono per colpa della crisi. Io dico perché le persone hanno sviluppato gli anticorpi a queste forme pubblicitarie.

Quando ho provato a spiegare loro che, magari, facendo Lead Generation avrebbero ottenuto dei risultati migliori mi è stato risposto che sono cose che vanno bene in città non qui dove la popolazione è formata da anziani.

Beh, si sbagliano di grosso perché molti di quegli anziani hanno uno smartphone o un Tablet e, spesso, lo usano per fare ricerche con Google e quelli che proprio non sono avvezzi alla tecnologia si fanno aiutare dai nipoti o da persone più esperte di loro.

Come so queste cose?

Perché alcuni mi hanno chiesto il favore di fare delle ricerche al posto loro o perché gli ho insegnato ad utilizzare il Tablet oppure lo smartphone ed ho notato che una volta appresi i primi rudimenti sfruttano questi strumenti con cognizione di causa. Certo non sono ai livelli di una persona più giovane, ma vedere un’ottantenne che si organizza una vacanza con Internet sono soddisfazioni.

Ma torniamo al nostro imprenditore.

Quando gli faccio notare la cosa risponde che sono delle eccezioni. Allora, provo a cambiare strategia e gli chiedo come s’informa su un prodotto o servizio che vuole acquistare.

Il più delle volte mi dice che usa Internet.

Quindi, mi chiedo, se lui per primo utilizza la Rete e butta via i volantini pubblicitari e non degna di attenzione la pubblicità sui giornali, perché gli altri non dovrebbero fare altrettanto?

Se io fossi, ad esempio, il titolare di un’agenzia immobiliare locale invece che lamentarmi che non si vendono case per colpa delle tasse sfrutterei Facebook Ads per promuovere gli immobili che ho in carico in Germania, UK e Olanda giacché d’estate i cittadini di questi paesi, letteralmente, invadono la zona.

Ovviamente, mi attrezzerei assumendo un collaboratore che parla inglese, tedesco ed olandese o mi darei da fare per imparare, almeno, due di queste lingue.

Facendo così mi creerei un mercato con scarsissima concorrenza e venderei o affitterei più immobili.

A questo punto, ti chiederai come funziona il processo d’acquisto degli italiani nel 2015.

Presto detto, esso si distingue in 5 fasi:

  1. Nascita di un problema, di un interesse o di un’esigenza (PIE);

  2. Ricerca della soluzione in Internet;

  3. Valutazione delle informazioni raccolte;

  4. Identificazione della soluzione migliore compatibile col budget a disposizione;

  5. Acquisto.

Se tu sarai presente nella mente del tuo cliente ideale durante tutto il percorso, allora avrai buone possibilità di vendergli il tuo prodotto o servizio.

Per far ciò devi sfruttare la Lead Generation. Dovrai partire dalla costruzione di un sito web adatto a questa forma di promozione. Successivamente, dovrai utilizzare Facebook Ads o Google Adwords per generare dei contatti interessati che atterrino sul tuo sito web dove avrai creato una landing page con una precisa Call-to-Action.

Dal momento in cui il contatto interessato esegue la Call-to-Action da te predisposta entra nel tuo funnel.

Da qui in poi il tuo compito sarà quello di fornirgli valore a titolo gratuito in modo che egli ti identifichi come quella persona o azienda esperta di cui si ricorderà al momento di passare all’acquisto del prodotto/servizio.

Ricordati che si preferisce sempre concludere degli affari con chi si conosce da tempo piuttosto che con l’ultimo arrivato di cui non si sa nulla.

I metodi per distribuire valore ai tuoi potenziali clienti sono vari, ad esempio: i video, i blog, le newsletter, i webinar, i teleseminar, le email ecc. .

Tutti gli strumenti suddetti sono volti a conquistare la fiducia dei potenziali clienti e a creare la tua reputazione.

Certo il processo richiede tempo poiché non saprai mai il momento esatto in cui il potenziale cliente deciderà di mettere mano al portafoglio, però avrai una probabilità maggiore di convertirlo in cliente rispetto ad un processo di vendita tradizionale basato sulla strategia promozionale di sparare nel mucchio nella speranza che qualcuno cada nella tua rete.

Inoltre, il metodo che si basa sulla Lead Generation ha dei costi nettamente inferiori rispetto alla pubblicità tradizionale.

Conclusione

Il processo d’acquisto degli italiani nel 2015 si basa essenzialmente sulla ricerca di soluzioni via Internet.

Quindi se si vuole aumentare il numero delle vendite bisogna farsi trovare lì dove si trova il consumatore.

Per far ciò la Lead Generation è uno strumento migliore rispetto a tutti i tipi di pubblicità tradizionali, compreso il caro e ormai vecchio banner, per cui i consumatori hanno sviluppato delle vere e proprie difese mentali.

I tempi per avere i primi risultati sono, forse, più lunghi, però i costi pubblicitari nel lungo periodo sono inferiori rispetto alle forme pubblicitarie tradizionali ed i tassi di conversione da potenziale cliente a cliente sono più alti.

A questo punto, mio caro lettore, ti ho dato molto materiale su cui riflettere. Quindi non mi resta che salutarti dandoti appuntamento al mio prossimo post.

Ma ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Photo Credits: I Love Creativity 

Il sito web e la strategia “hub & spoke”

Oggigiorno, avere un sito web ed essere presenti sui social network è di vitale importanza per qualsiasi attività in quanto tale sinergia permette alle aziende non solo di far conoscere ad un vasto pubblico i propri beni o servizi ma anche di ottenere utili feedback per il loro miglioramento. Questa è la famosa bidirezionalità della comunicazione web 2.0 di cui tanto si parla ultimamente.

Per meglio spiegare ai miei interlocutori il rapporto che intercorre tra un sito web aziendale e i loro profili aziendali aperti o da aprirsi sui vari social network ho mutuato un’immagine dall’industria del trasporto aereo: quella dell’hub & spoke, che Wikipedia così definisce:

Il modello hub and spoke si è sviluppato negli USA in seguito alla deregulation nell’aviazione civile commerciale. L’introduzione delle regole del libero mercato e la possibilità di definire arbitrariamente il prezzo del biglietto avevano reso necessaria una revisione dell’architettura dei trasporti aerei sia passeggeri che cargo. Concentrando i collegamenti su un “hub”, il risultato è una capacità di fornire più frequenze tra due aeroporti “spoke”, il cui flusso di traffico, invece di risolversi con voli diretti, viene convogliato sull’hub. Ad esempio, a parità di flusso di traffico tra due aeroporti “spoke” (Catania e Venezia) il convogliare traffico su un hub (come può essere Roma) permette di realizzare più collegamenti in uno stesso periodo di tempo con un miglior tasso di riempimento degli aeromobili.

Ciò è possibile a causa del fatto che, per uno spoke, il convogliare tutti i flussi verso gli altri spoke sull’hub si traduce in un incremento del flusso (definito come numero di passeggeri trasportati nell’unità di tempo) spoke-hub.

Nella mia versione il sito web aziendale diviene l’hub, ovvero il fulcro, dell’immagine online che il mio interlocutore presenta al suo target. Esso, oltre a fornire all’eventuale visitatore tutte le informazioni che cerca, dovrà chiamarlo all’azione, in inglese call to action, ad es. portarlo ad iscriversi alla newsletter o al blog aziendale, ad acquistare online il bene o il servizio prodotto dall’azienda ecc. ecc. .

Gli spoke, cioè i raggi, sono i profili aziendali aperti sui vari social network. Ognuno di essi si deve differenziare per contenuti dagli altri ma tutti devono alimentare le visite al sito web aziendale.

E tu, caro collega, come spieghi al tuo cliente o al tuo prospect il rapporto che intercorre tra un sito web aziendale e i vari profili ad esso collegati aperti o da aprirsi sui social network?

Fashion & Design: 9 errori da evitare nella costruzione del proprio sito web

Oggi analizzerò gli errori presenti nel sito web di un brand, che s’è appena affacciato sul mercato fashion degli accessori, in modo che possiate evitare di ripeterli nella costruzione del vostro sito aziendale.

Il sito in questione è il seguente: http://www.tak-ori.com

[N.d.R.: In data 30 giugno 2013 il sito qui recensito ha apportato alcune modifiche che vanno nella direzione da noi auspicata. Permangono, comunque, evidenti errori dovuti alla mancanza di un piano editoriale ed alla poca conoscenza della lingua inglese da parte del copywriter.]

Errore n. 1: sulla home page non è riportato il numero della partita IVA. Questo è gravissimo in primo luogo poiché si viola l’art. 35 comma 1 del DPR 633/72, la qual cosa comporta una sanzione amministrativa pecuniaria che va da un minimo di € 258,23 ad un massimo di € 2065,83; in secondo luogo poiché è un chiaro segno di mancanza di trasparenza.

Errore n. 2: la pagina denominata Made in Italy è un insieme di immagini che non ha alcuna corrispondenza con il titolo suddetto. Infatti, la produzione ivi rappresentata potrebbe svolgersi in qualsiasi parte del mondo. Meglio avrebbero fatto ad utilizzare un video in cui avrebbero dovuto mostrare la località italiana in cui si producono i cappelli, l’esterno della fabbrica e tutti i passaggi produttivi che portano alla realizzazione del prodotto finale.

La medesima cosa si può fare anche con una sequenza di fotografie come in questo caso dove l’enfasi è stata messa sulla produzione artigianale del prodotto:

http://www.cbmadeinitaly.com/pages/production.html

Errore n. 3: tutte le fotografie presenti sul sito sono prive di didascalie esplicative che renderebbero più facile la vita del visitatore, specie per coloro che vorrebbero collegare l’immagine di un cappello ad un nome o ad un codice per poterlo, successivamente, acquistare. Di sicuro, il webmaster che ha fatto questo lavoro non ha provveduto a rinominare le immagini prima di pubblicarle. Grave errore. Infatti, forse non tutti sanno che le fotografie non vengono viste dai motori di ricerca e quindi non servono per il posizionamento. Invece, i loro nomi vengono letti da Google Immagini e questo può portare visite al vostro sito.

Errore n. 4: le immagini proposte nelle pagine Inspiration Stars & Friends sono troppe, specie se si pensa che ci troviamo davanti alla prima stagione. Inoltre, le foto presenti nella pagina dedicata ai VIP si caricano troppo lentamente. Questo vuol dire che non si è tenuto conto che non tutti i potenziali visitatori sono dotati di connessioni veloci e del fatto che chi naviga utilizzando chiavette, smartphone o tablet può trovarsi in una zona con scarsa copertura. In questo caso immagini troppo pesanti rendono il loro caricamento talmente esasperante che dopo poco secondi, in genere 4″, il visitatore abbandonerà il sito per non tornarci più.

Errore n. 5: il visitatore che giunge sulle pagine Press ReleaseCollection trova la medesima dicitura il che è alquanto spiazzante. Inoltre, il testo contenuto nella prima delle due pagine non presenta i bottoni che permettono di salvarlo sul proprio PC, ingrandirlo o stamparlo ed in più contiene errori grammaticali e di ortografia. A voi miei cari lettori il compito di individuare quali.

Errore n. 6: i testi presenti sono scritti in caratteri troppo piccoli e soprattutto solo in inglese. La trovata non è geniale in quanto se entriamo in Press scopriamo che le uniche riviste di moda che al momento hanno prestato attenzione a questo brand sono quelle russe. Da ciò deduco che il principale mercato di sbocco di questi prodotti è la Russia. Quindi sarebbe stato un gesto cortese presentare i testi anche in russo. Infine, visto che il marchio si definisce Made in Italy sarebbe stato bello ritrovare i contenuti anche nella nostra lingua.

Errore n. 7:  la pagina Contacts è poco trasparente. Infatti, su di essa sono riportati solo i dati dello showroom che, notoriamente, si occupa solo della distribuzione del prodotto. Mancano i dati relativi alla società proprietaria del brand.

Ricordo a tutti che le società di capitali sono obbligate ex art. 42 della L. 88/09 a pubblicare sulla home page del proprio sito le seguenti informazioni:

a) la sede sociale;

b) l’ufficio del registro delle imprese presso il quale la società è iscritta e il numero di iscrizione;

c) il capitale sociale, indicato secondo la somma effettivamente versata e quale risulta esistente dall’ultimo bilancio;

d) l’eventuale stato di liquidazione della società;

e) se, in caso di SpA o di Srl, la società ha un socio unico.

In caso di mancato rispetto di tale obbligo di legge si rischia una sanzione amministrativa pecuniaria che varia da un minimo di € 206,00 ad un massimo di € 2065,00.

Suggerisco, inoltre, di indicare tra gli indirizzi di posta elettronica la propria PEC poiché in futuro potrebbe sostituire anche tra privati le classica raccomandata A. R. .

Errore n. 8: mancano contenuti che permettano di fidelizzare il visitatore e lo trasformino in un portavoce del brand. I testi proposti sono banali e non danno informazioni utili. L’unico spunto di un qualche interesse sono i nomi dei cappelli presenti in questa prima collezione ma se poi si vuole associare un nome ad un immagine non si può poiché come ho già detto in precedenza le fotografie non riportano alcuna didascalia. Tra le altre cose se i modelli proposti sono 12 perché solo 11 sono stati battezzati?

Errore n. 9: una volta entrati nella pagina dove si può vedere l’intera collezione Autunno-Inverno 2013/2014 ci si trova di fronte ad un caos colorato che svilisce il prodotto presentato. Meglio sarebbe stato mostrare ogni singolo modello, dopo averlo associato ad un nome o ad un codice, in modo nettamente separato dal successivo. Inoltre, anziché farci vedere per ogni singolo cappello le sue varianti avrebbero dovuto mettere una sola fotografia per modello clickando sulla quale si sarebbe dovuto accedere ad una scheda con le varianti colore ognuna con un suo codice identificativo. Questo errore dimostra che il sito non è stato costruito né per facilitare il lavoro dei buyer né per il cliente finale. Chi ha progettato il tutto non ha definito in precedenza il suo target e di conseguenza non vi nessuna chiara call to action richiesta al visitatore, che dopo la prima visita avendo appagato la sua curiosità non tornerà più sul sito web aziendale.

Qualora qualcuno di voi, miei cari lettori, individuasse ulteriori errori presenti nel sito che ho analizzato, vi invito a comunicarmeli in modo da arricchire col vostro contributo la presente discussione.

Se, invece, volete migliorare la vostra comunicazione via web non fatevi scrupolo e contattatemi.