Stefano Bersanetti: Pensieri strani…eri

Oggi, mio caro lettore, ti presento attraverso la mia intervista Stefano Bersanetti, autore del blog Pensieri strani…eri, che, oltre ad essere una ricca miniera di informazioni per tutti coloro che stanno meditando di lasciare l’Italia, è un luogo dove il lettore viene educato all’amore verso le diverse culture e da cui si possono estrapolare degli utili insegnamenti da calare nella nostra realtà italiana.

Buona lettura!

Quanti anni hai?

38 anni.

Qual è stato il tuo percorso scolastico?

Dopo il diploma di Maturità Classica, mi sono iscritto al Politecnico di Torino, facoltà di Ingegneria Chimica.

Quali sono state le tue esperienze lavorative e quali paesi ti hanno portato a visitare?

La prima parte della mia esperienza professionale è stata legata al mondo Operations, in particolare Industrializzazione e Produzione. Sono cresciuto nel duro mondo dell’Automotive, vera palestra di formazione.

Dopo un passaggio nel mondo del fashion e del lusso in un’azienda orafa di Torino, sono passato nella mia attuale azienda, Carel Industries Spa, leader nel settore della regolazione dei sistemi di condizionamento e refrigerazione, per la quale lavoro da quasi dieci anni.

Dopo i primi tre anni come responsabile dello stabilimento italiano, ho trascorso i successivi tre anni in Cina, come responsabile Operations del Plant (stabilimento locale, n.d.r.). Di ritorno dall’esperienza nella Terra di Mezzo, per poco più di un anno ho ricoperto il ruolo di Responsabile Logistico Corporate, con la possibilità di viaggiare tra gli altri plant e filiali del gruppo (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, Stati Uniti, per citarne alcune).

Dove vivi e lavori, ora?

Attualmente, sono il Chief Executive Officer di un laboratorio specializzato in test e misure elettriche in provincia di Padova, città nella quale risiedo.

Come influisce sulla tua visione dell’Italia e del mondo la tua esperienza da Expat?

Fare un’esperienza da Expat (colui che risiede all’estero per lavoro o per studio, n.d.r.) dovrebbe diventare una milestone della vita di tutti i giovani italiani.

Abbiamo ancora una cultura troppo provinciale, che ci porta a non chiederci cosa ci possa essere al di là della porta di casa.

Andare all’estero permette di vivere la relatività: in prima analisi si capisce bene cosa significhi essere stranieri in terra d’altri, basti pensare alla necessità di farsi comprendere; poi, ci si trova costretti a confrontarsi con usi e costumi diversi, tradizioni che si scontrano con il nostro modo di pensare.

E, nonostante, ci si chieda “ma perché fanno queste cose?”, non è giusto cercare di darsi delle risposte: occorre solo accettare ed adattarsi.

Un esempio? Per i cinesi, utilizzare il fazzoletto di stoffa per soffiarsi il naso è maleducato e schifoso, perché lo si ripone sporco all’interno della tasca.

Quando e perché hai aperto il tuo blog?

Il mio blog è nato poco più di tre anni fa. Mi piaceva l’idea di condividere riflessioni e considerazioni che maturavano dalla mia esperienza di Expat.

Non avevo l’obiettivo di raccontare gli episodi che ci capitavano tutti i giorni (di blog così e anche molto divertenti ce ne sono tantissimi), ma di estrapolare da essi insegnamenti o possibilità di confronto con la nostra realtà italiana.

Quali sono le finalità del tuo blog?

Pensieri strani…eri era nato, come dicevo prima, con l’obiettivo di mettere a confronto due modi di vivere, due mondi.

Oggi, ovviamente, il focus del blog è parzialmente cambiato. Mi piace condividere aspetti legati alla società e alla cultura: ogni persona è un “animale” sociale, che deve convivere con il resto del mondo, accettandone le peculiarità, non additandole semplicemente come differenze.

E poi, la cultura, per sua natura richiede un continuo scambio e confronto.

Come nasce l’idea della tua rubrica “Si viene e si va”?

Un giorno mi sono chiesto: quanti amici o conoscenti o semplici lettori stanno meditando di scappare dall’Italia, ma non sanno bene cosa fare e dove andare?

Io mi ritengo un former expat fortunatissimo: la mia azienda mi ha supportato in tutto e per tutto, dalle pratiche per il visto, alla ricerca dell’alloggio, all’ottenimento della patente.

Chi, invece, deve partire munito solo di valigia e speranza ha necessità di sapere cosa lo aspetti all’estero: fornire esperienze di Expat è il modo migliore per percepire la viva quotidianità.

In che modo individui le persone da intervistare nella rubrica “Si viene e si va”?

Nella prima stagione, ho cercato di toccare tutti i punti del globo, quindi c’è stato un primo aspetto prettamente geografico.

Il secondo è stato di natura professionale, cioè ho cercato di mostrare di che cosa si occupano gli italiani all’estero e devo dire che ho scoperto davvero una grande varietà di occupazioni.

La seconda stagione, che è in fase di preparazione, sarà un po’ diversa: ma non anticipo nulla, vi lascio la sorpresa!

Cosa vuol dire: “Laowai”?

Laowai è il termine cinese per indicare lo straniero. È un po’ paragonabile al nostro extracomunitario. Con la stessa accezione vagamente negativa.

Che cos’è per te la diversità?

La diversità è una ricchezza grandissima. Se non ci fosse diversità di vedute, di gusti, di colori, di piaceri, se tutte le persone amassero le stesse cose, ci troveremmo di fronte ad una realtà stile Blade Runner.

Eppure proprio in quel film gli stessi androidi dimostrano quanto sia necessario provare delle emozioni.

Confrontarsi con culture, tradizioni, cibi diversi è linfa per il nostro cervello, perché ha la possibilità di avere input variegati e quindi affinare le proprie scelte.

Chi la pensa diversamente da me o chi ha una vita diversa dalla mia, è il benvenuto nel mio blog, perché mi fa conoscere un altro punto di vista.

Come sei entrato a far parte del progetto #adotta1blogger e cosa ne pensi?

Ho conosciuto il progetto frequentando alcuni blog che riportavano il logo, così mi sono interessato e alla fine mi sono proposto.

Credo sia molto interessante, soprattutto per un blogger dilettante come me. Ci si confronta con blogger professionisti o, comunque, con uno stuolo di lettori molto più corposo del mio, per cui si può solo imparare.

Spero di riuscire a portare un po’ del mio pensiero (tempo permettendo!) e, soprattutto, spero che qualcuno cominci a partecipare attivamente alle mie discussioni. Quello per me sarebbe il più grande risultato. Preferisco avere qualche lettore in meno, ma attivo: questo significherebbe per me aver smosso un po’ la voglia di discutere. E di pensare.

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L’Italia ed il turismo

Recentemente, è stata pubblicata la classifica dei paesi più visitati al mondo dai turisti nel 2013 in cui l’Italia si è classificata in quinta posizione. Al primo posto della suddetta si trova la Francia, al secondo gli USA, al terzo la Spagna ed al quarto la Cina.

Apriti cielo! Subito sui giornali, nei Tg e nei talk show televisivi si sono alzate le solite voci critiche pronte a denunciare come anche nel settore turistico il Paese avesse imboccato la via del declino, poiché non è pensabile che la nazione col più grande patrimonio artistico e culturale del mondo sia così indietro rispetto agli altri competitor.

Ora, tali considerazioni mi sembrano del tutto esagerate e fuorvianti.

Nel mondo ci sono 204 nazioni [fonte Wikipedia] e quindi essere il quinto paese più visitato, anche se con un ampio distacco dal primo classificato, non è certo un risultato disprezzabile tenuto conto del nostro gap infrastrutturale, della mancanza di un’efficace politica dei visti turistici e della mancanza di un’efficiente Agenzia statale dedita alla promozione turistica del nostro Paese.

Qualcuno potrà obiettare che negli anni ’70 occupavamo una posizione migliore. A costoro rispondo che in più di quarant’anni il mercato turistico ha ampliato la sua offerta. Paesi che prima non erano nostri competitor ora lo sono. Si pensi al blocco delle nazioni dell’est Europa oppure alla Cina o agli Emirati Arabi.

Fatta questa doverosa premessa penso che ci si debba dare da fare per migliorare la qualità della nostra offerta prendendo come benchmark proprio la Francia.

Per prima cosa dobbiamo capire che tipo di turista vogliamo conquistare.

Infatti, si può pensare di competere sul prezzo per cercare di attirare più turisti, ma a quel punto non dovremmo stupirci se tra questi ultimi ci saranno persone che scambiano le nostre città d’arte per dei parchi giochi dove tutto è permesso come, ad esempio, fare il pediluvio nelle fontane o nelle calli oppure urinare nei cestini della spazzatura a Piazza San Marco a Venezia.

Oppure, potremmo pensare di agire nello stesso modo in cui opera la Apple mirando a conquistare un turista più evoluto e con una maggior disponibilità finanziaria. Questa azienda, infatti, non si preoccupa se il prezzo dei suoi prodotti è più alto rispetto a quello delle aziende sue concorrenti poiché punta tutto sulla qualità del suo prodotto, sull’esperienza emozionale che i suoi clienti vivono quando visitano un Apple Store e sul customere care.

Ecco in Italia, a mio avviso, non ci si dovrebbe preoccupare se i nostri prezzi sono più alti rispetto agli altri paesi del Mediterraneo poiché per l’appunto abbiamo un prodotto che per qualità non ha rivali nel mondo e, quindi, ci possiamo permettere di farlo pagare di più.

Quello su cui dobbiamo, invece, lavorare è:

  1. Il marketing. Bisogna trasformare il viaggio nel nostro Paese in uno status symbol. Un bene aspirazionale. Un must to have nella wishing list di tutte le persone che vogliono apparire.

    Perché non pensare di inserire all’interno dei nostri principali aeroporti delle aree museali gratuite con i reperti che, attualmente, giacciono nei magazzini delle nostre istituzioni culturali, magari facendo ruotare, nel tempo, gli oggetti esposti, in modo da offrire ai passeggeri in transito un’esperienza unica al mondo?

    Perché non creare un canale su YouTube dove vengano raccolti i migliori programmi che valorizzano il nostro territorio, il nostro patrimonio artistico, il nostro stile di vita e la nostra cucina trasmessi dalle TV digitali italiane?

    Ovviamente, tali programmi dovrebbero quanto meno essere sottotitolati in inglese in modo da moltiplicare per mille l’effetto che ha ottenuto il film La Grande Bellezza.

    Perché non collegare l’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma con un bus navetta alla più vicina area archeologica facendo pagare un biglietto d’ingresso da € 15-20 come accade per certe realtà in Francia?

  1. La logistica. Dobbiamo migliorare tutte le nostre infrastrutture.

  2. Il Customere Care. Dobbiamo diffondere negli italiani la mentalità che il turista è una ricchezza per tutti. Non solo per coloro che vivono di turismo. In modo che ognuno di noi si trasformi in un ambasciatore dell’accoglienza che renda il soggiorno dei nostri ospiti un’esperienza unica ed indimenticabile.

  3. La ristrutturazione del territorio e del patrimonio culturale. Ci sono intere zone del Paese che col tempo si sono spopolate e che potrebbero essere riportate a nuova vita seguendo la strada tracciata dal sindaco di Gangi in provincia di Palermo, uno dei borghi più belli d’Italia, che ha messo in vendita ad € 1,00 alcune abitazioni del centro storico a patto che vengano ristrutturate ed adattate ad uso abitativo o ricettivo.

    Curare il territorio, oltre a permettere alle future generazioni di godere della bellezza del patrimonio che c’è stato lasciato in eredità dai nostri antenati, sarebbe un’ulteriore occasione di creazione di posti di lavoro non delocalizzabili.

Questo elenco non è certo esaustivo di tutte le cose che si potrebbero fare al posto di piangerci addosso e di perderci in sterili chiacchiere su classifiche che trovano il tempo che trovano.

E voi, miei cari lettori, cosa ne pensate? Quali azioni intraprendereste per sfruttare al meglio le potenzialità del nostro bellissimo Paese?

L’Africa è la nuova Cina!

 

Di recente, ho fatto da tramite tra un’azienda nigeriana e la filiale, in Nigeria, di una nota ditta italiana di costruzioni. Grazie a ciò sono entrato in confidenza con l’ingegnere italiano che è a capo di tutte le operazioni in quel paese e che mi ha raccontato che, in questo momento, sta costruendo 20.000 immobili, tra residenziali e commerciali, del valore di alcuni miliardi di Niara (la moneta locale, n.d.r.).

Questo colloquio mi ha portato a fare una serie di riflessioni su come l’Africa viene percepita dalla gente comune e su qual è la reale situazione di questo ricco continente.

Lo stereotipo dell’Africa che domina il nostro immaginario deriva dalle immagini dei telegiornali e dai resoconti dei giornali che ci raccontano di guerre, povertà e di tragici viaggi della speranza attraverso il deserto ed il Mar Mediterraneo, oltre che dalle fotografie delle pubblicità con le quali le varie Onlus ci sollecitano a donare i nostri soldi per alleviare le sofferenze delle popolazioni locali colpite da carestie, siccità o qualche malattia endemica.

Non fraintendetemi, miei cari lettori, con questo articolo non voglio negare questi fatti a tutti evidenti, però, voglio affermare che si tratta solo di una parte della verità: la più tragica.

L’altra, quella che ai più viene tenuta nascosta, parla di un continente in forte crescita [le previsioni degli analisti dicono di un +5,6% nel 2014, Fonte AfDB McKinsey], giovane, con una classe media in forte espansione e con un buon potere d’acquisto, un territorio dove il numero dei laureati è in aumento e vi è una buona presenza di manodopera qualificata. 

Vi sono Stati in Africa dove le linee telefoniche tradizionali non si possono definire ottimali, mentre quelle mobili offrono un buon servizio.

Inoltre, paesi come il Sud Africa e la Nigeria hanno una loro industria aerospaziale con importanti ricadute tecnologiche su altri comparti industriali.

Chi di voi, ad esempio, sa che cos’è Nollywood?

Si tratta della seconda industria cinematografica nel mondo ed è in Nigeria.

E sapete come si è sviluppata?

Grazie al fatto che i paesi occidentali considerano l’Africa la pattumiera del mondo. Infatti, quando i DVD hanno sostituito le videocassette una quantità enorme di quest’ultime si è riversata sul mercato nigeriano. In pratica tutti i nostri fondi di magazzino.

E qui hanno avuto la brillante idea di produrre dei film che rispecchiassero i valori della cultura locale da vendere ai nigeriani in patria e nel mondo, che sono moltissimi se si tiene conto del fatto che la maggior parte degli schiavi che hanno reso ricche le Americhe provenivano da questo paese e che la Nigeria è una terra che ha esportato ed esporta manodopera intellettuale in tutti i paesi di lingua inglese e non solo. Negli USA, ad esempio, ci sono 120.000 medici di origine nigeriana tanti quanti quelli che operano nella madrepatria.

Giacché i discendenti degli schiavi e gli expat vogliono mantenere vive le loro radici culturali si è creata una nicchia di mercato così ampia che ha portato alla creazione del secondo colosso della cinematografia mondiale dopo Bollywood e prima di Hollywood.

Da qui a conquistare anche il resto del continente africano il passo è stato breve.

Attualmente, il valore della produzione cinematografica nigeriana è pari a 5,1 miliardi di dollari americani.

Ma non c’è solo questo paese o il Sud Africa tra gli stati africani che hanno tassi di crescita da far invidia all’Italia. Quasi tutto il continente cresce a ritmi per noi, al momento, impensabili.

Per questo motivo converrebbe agli industriali italiani pensare a questi nuovi mercati come ad uno sbocco per rilanciare le proprie esportazioni. Bisogna coltivare questi paesi ora che non sono ancora entrati nel mirino di molti dei nostri competitor, conquistarli e dominarli coi nostri prodotti, aprendo se del caso delle sedi commerciali in loco.

In questo modo si creerebbero posti di lavoro in Italia ed in Africa, la qual cosa arginerebbe gli esodi da queste terre. Un’operazione che vede tutte le parti in gioco vincenti.

Dal canto mio non posso che augurarmi che si vada in questa direzione ed, al limite, mettere a disposizione qualche buon contatto o dare dei consigli su come approcciare questi mercati.

Mentre tu, mio caro lettore, potresti raccontarci qualche tua esperienza a riguardo oppure se hai mai pensato di sbarcare coi tuoi prodotti e servizi in Africa e se, poi, hai dato seguito alla tua intuizione.