Elena Manzoni: Dal Fachiro al 730

Oggi, mio caro lettore, ti guiderò alla scoperta di Elena Manzoni giovane autrice che, di recente, ha pubblicato la sua prima opera che s’intitola Dal fachiro al 730.

Questo libro, che mi è stato regalato da una mia cliente, è un ritratto comico-amaro del mondo del lavoro a cui molti giovani si affacciano con la testa piena di sogni e belle speranze per poi essere triturati dalla grigia realtà.

Buona lettura!

Quanti anni ha?

Ho 31 anni, compiuti il 16 dicembre 2014.

Che tipo di percorso scolastico ha seguito?

Ho conseguito il diploma di maturità presso il liceo classico statale Berchet di Milano e la laurea, sia triennale che magistrale, presso l’Università Bocconi.

Quella triennale in “Economia e management delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali” è stata conseguita nel 2005 a 21 anni, mentre la magistrale l’ho conseguita nel 2007 a 23 anni in “Economia e management dell’arte, della cultura e della comunicazione”.

Sottolineo l’età, poiché è estremamente importante, a mio avviso, laurearsi giovani, sia per poter competere coi laureati stranieri sia per potersi fare un solido bagaglio di esperienze da poter rivendere in giovane età: il classico “giovane con esperienza”.

Qual è stato il suo percorso lavorativo?

Avendo conseguito la laurea specialistica nel luglio 2007 ho sperimentato sulla mia pelle la Crisi che ha cambiato il modo standard con cui ci si approcciava al lavoro.

Un tempo, un neolaureato di un prestigioso ateneo riceveva diverse telefonate dalle aziende per fissare un colloquio di lavoro e aveva l’imbarazzo della scelta, mentre per me non è stato così.

Ho svolto due stage durante il periodo universitario: uno presso il Consolato Australiano e l’altro presso Calvin Klein Jeans, ma di assunzione non si parlava.

Ho poi collaborato post lauream, nel settore marketing e commerciale, con Carrefour e Coty.

Successivamente, nel 2009, per caso, ho ricevuto l’offerta di collaborare col primo studio commercialista e, fino ad aprile 2014, ho sempre lavorato nell’ambito della consulenza fiscale, in studi via via più prestigiosi e strutturati.

Ciò che faccio attualmente lo rimando alle prossime risposte…

Come nasce la sua passione per la scrittura?

Come molte passioni la mia è innata.

Sono sempre stata la prima della classe in italiano e scrivere un tema per me non era un compito in classe bensì un premio.

Dalle elementari fino all’università ho tenuto un diario perché scrivere, come parlare, è il mio modo di comunicare il mio essere.

L’idea del Fachiro è nata quasi quattro anni fa. Quindi sono seguiti i primi capitoli abbozzati e l’involucro della sua struttura… le esperienze poi si sono accumulate ed hanno intessuto la trama, ma la vera stesura definitiva è avvenuta da marzo a luglio 2014.

Legge molto? Quali sono i suoi generi preferiti?

Non mi definirei un’accanita lettrice. Sono una lettrice costante, ma soprattutto di piccole cose come ad esempio un articolo su una rivista. Non divoro un romanzo dopo l’altro.

I miei generi preferiti sono da sempre il fantasy, per cui nutro una passione smodata anche in versione cinematografica, e, negli ultimi anni, i libri di psicologia.

Senza dubbio Louise Hay è per me grande fonte di ispirazione.

Nel suo primo libro Dal fachiro al 730 descrive la sua esperienza del mondo del lavoro e lancia un messaggio a tutti i suoi lettori che si può condensare così: “Segui i tuoi sogni. Non farti imprigionare nel grigiore di una vita che ti è imposta da altri e realizza te stesso”. Lei è riuscita a fare ciò che dice? Ha lasciato lo studio di commercialisti di cui parla nel libro?

Adesso posso rispondere! 😉

Sì, certo! Non apprezzo molto le persone che predicano bene e razzolano male. Sarei poco credibile se, dopo aver scritto il Fachiro, vivessi ancora una vita che non mi appartiene.

Ad aprile 2014 ho abbandonato la vita di studio, senza avere un lavoro in mano, senza conoscenze o Santi in Paradiso e con un mutuo sulle spalle: la sofferenza era davvero troppa e il corpo e l’anima non tolleravano oltre di essere massacrati.

Mi sono quindi trovata a casa, a 30 anni, avendo davanti a me tutta la vita da giocare e non sapendo esattamente come farlo.

Gli step successivi sono stati, quindi: dormire qualche ora in più la mattina per riacquistare lucidità, ritagliare un paio di ore al giorno per l’invio di CV (rigorosamente non a studi di commercialisti, ma a mansioni radicalmente opposte) e, finalmente, riordinare tutta la documentazione scritta negli anni e concludere il Fachiro.

Da qui la scrittura, la ricerca di un grafico per la copertina (a costo zero, non avendo budget) la ricerca di una piattaforma che si sposasse bene con le mie idee di self publisher e alla fine la revisione della bozza (sette revisioni!) fatta da mia madre, editor di fiducia e a ottimo prezzo. 😉

Ad ottobre 2014 il Fachiro ha visto la luce in formato ebook e, poi, per coloro che lo desideravano, ho provveduto alla stampa del cartaceo on demand.

Sempre nello stesso mese ho realizzato un altro sogno nel cassetto: mi sono iscritta ad un corso professionale per Sommelier e, tra meno di un anno, dovrei essere abilitata ufficialmente alla pratica della professione.

In questa ottica di cambio rotta e fiducia nelle proprie capacità, a luglio un’agenzia per il lavoro interinale mi ha contattata per una sostituzione di soli sette giorni presso una società di Milano a cui ho risposto con entusiasmo.

I sette giorni si sono trasformati in mesi e, ancora oggi, lavoro presso quella azienda con buone prospettive di assunzione diretta. Entro fine marzo saprò il mio destino.

Svolgo, al momento, una mansione abbastanza semplice, ma a stretto contatto con il pubblico, il che mi piace molto. Inoltre, ho un orario di lavoro classico, la qual cosa che mi permette per coltivare le mie innumerevoli passioni anche extra ufficio.

Per questo mi sento di consigliare ai giovani di accettare con entusiasmo anche lavori che paiono sciocchi e senza prospettive, perché da cosa nasce cosa.

Adesso, è felice?

La parola felicità è molto ambigua per un carattere come il mio sempre alla ricerca di nuovi stimoli ma, ultimamente, mi sono fermata a pensare che in 12 mesi ho rivoluzionato completamente la mia vita.

Da sola e senza spintarelle o favoritismi.

Solo con un’incrollabile fede nell’Universo e nelle mie potenzialità.

Un anno fa non esisteva nulla di ciò che ora ho e quindi credo che con altri 12 mesi io possa fare altrettanto. Figuriamoci in più anni!

Mi piace vedere la vita come un puzzle: il soggetto lo devi scegliere tu, ma man mano che aggiungi tasselli scopri i dettagli e, spesso, sono ancora migliori di come te li eri figurati.

Al momento, affinché la mia felicità possa dirsi compiuta manca un contratto a tempo indeterminato con la mia attuale società e la risposta delle università a cui ho scritto per poter presentare il mio libro.

Io adoro fare attività di aula ed il Fachiro è nato per essere presentato ai giovani nelle scuole e nelle università o tramite caffè letterari e circoli culturali. Per ora, però, non ho ancora ricevuto gli spazi che mi sono prefissata di ottenere.

La TV, poi, sarebbe un ottimo trampolino di lancio, così come la radio o qualche recensione sulla stampa.

Lancio, quindi, un appello a tutti coloro che leggeranno la mia intervista: contattatemi alla mail emanzoni83@gmail.com e non ve ne pentirete! 😉

Inoltre, voglio assolutamente tradurre il libro in inglese e per questo motivo avvierò un crowdfunding per poterlo fare.

Diciamo che la strada verso la felicità appare intrapresa.

Questa sua opera prima come le ha cambiato la vita?

Credo che nulla sia in grado di cambiare la nostra vita tranne noi stessi.

Per me il Fachiro è stato lo strumento per non cadere mai in depressione o perdere il coraggio.

Nei tre mesi in cui sono stata a casa senza lavoro, dopo aver passato l’aspirapolvere la mattina ed aver mandato i CV, scrivere è stato il mio lavoro.

Quindi (stipendio a parte) vivevo la casa con un rigore da ufficio, pausa pranzo e stop, poi PC ed almeno cinque ore di lavoro quotidiano alla tastiera.

In questo senso il libro è stato un salvagente ed uno strumento catartico che mi ha permesso di vivere e rivivere esperienze, anche di sofferenza, della mia vita e rielaborarle in maniera costruttiva.

Questi mesi, poi, sono stati fantastici poiché ho ricevuto diversi messaggi (riportati sul blog legato al Fachiro) di persone che mi ringraziano per aver dato loro speranza o quel pizzico di coraggio in più per poter tentare di essere realmente se stesse.

Questo ha cambiato la mia vita: avere l’emozione e l’onore di essere un modello.

Credo dovrebbe essere l’obiettivo di tutti noi: essere un modello positivo per gli altri e spronarli a dare il meglio.

Sta già lavorando ad un sequel?

In questo periodo le mie giornate iniziano alle 6.30 di mattina e si chiudono alle 23.30 con la lezione serale da Sommelier. Per questo motivo ho davvero poco tempo da dedicare alla scrittura, ma ovviamente una scrittrice ha bisogno di scrivere e non può restare con le dita ferme.

L’idea per il prossimo libro c’è. Non è esattamente un sequel del Fachiro nel senso che non ho intenzione di scrivere un’opera su come ho realizzato i miei sogni. Quella semmai costituirà solo un’introduzione, il mio sarà un romanzo più sociologico… Per saperne di più dovrete leggerlo!

Pensa di proporre i suoi libri ad una casa editrice italiana o continuerà ad autopubblicarsi?

La scelta della autopubblicazione è stata dettata da un lato dall’immediatezza della pubblicazione e dal fatto di poterlo fare senza filtri, dall’altro dalla possibilità di avere un guadagno “decente” dalle vendite.

Francamente, scrivere per poi dare tutto il profitto ad una casa editrice non mi allettava particolarmente.

Tuttavia devo ammettere che un editore mi sarebbe molto utile per far arrivare il mio libro in libreria, per aiutarmi con la pubblicità e con l’ottenimento di spazi per la sua presentazione al pubblico.

In questo senso potrei valutare la proposta di una casa editrice seria, ma solo se fosse veramente intenzionata a pubblicizzarlo come si deve.

Ho inviato il libro a due case editrici.

Da una ho ricevuto una manifestazione d’interesse, ma a conti fatti mi offriva, a pagamento, ciò che la mia piattaforma di autopubblicazione mi ha offerto gratis, quindi ho declinato l’offerta.

La seconda si è data 90 giorni per darmi una risposta, ne mancano ancora 60; vi farò sapere.

Cosa pensa del panorama editoriale italiano?

Premetto di essere nuova di questo mondo, quindi, non ho la conoscenza necessaria per poter rispondere esaustivamente a questa domanda.

Da quello che ho potuto vedere le case editrici succhiano tutto il guadagno della tua fatica e, a meno che tu non sia Stephen King, con tirature abnormi, attaccato non ti resta quasi nulla di guadagno.

Ho inviato decine di mail a tutte le librerie di Milano che organizzano presentazioni di libri, ma i pochi che si sono degnati di rispondermi, non prendono in considerazione testi autopubblicati ma solo libri editi da case editrici.

Ho quindi tentato anche con la libreria di Peschiera del Garda, ma anche lì nessuna risposta, nonostante sia una realtà piccola.

Io credo si debba dare spazio ai giovani scrittori, ma vedo che le librerie già traboccano di libri, quindi capisco vi sia un problema di iper produzione di testi.

Perciò direi che, probabilmente, si dovrebbe investire in figure professionali che valutino i manoscritti con grande attenzione, poiché non è detto che un autore famoso scriva tutti libri belli.

Può accadere che un emergente batta un big e quindi si meriti di avere la chance di essere pubblicato.

E poi, francamente, vorrei tanto leggere cose di qualità, che facciano riflettere senza essere pesanti.

Va bene le Cinquanta sfumature di grigio, ma anche le 50 sfumature di pensiero sarebbero gradite. Ma questo non è un problema solo italiano, purtroppo è mondiale.

Come utilizza Internet ed i social network per promuovere la sua attività di scrittrice?

Premetto che prima di pubblicare non ho mai avuto un profilo Facebook, né utilizzato la rete per scopi di promozione personale.

Questo perché ho sempre ritenuto molto più appagante avere amici reali che mi chiamassero per raccontarmi la propria vita, piuttosto che avere un calderone dove tutti dicono tutto di tutti.

Il libro mi ha costretta a scendere in campo, ma sono ancora all’inizio del mio percorso di scoperta.

Per prima cosa ho creato (da sola, senza avvalermi di professionisti del settore) un sito internet: www.ellymanzoni.jimdo.com, in cui mi presento e introduco anche la mia opera. Dal sito è poi possibile accedere direttamente alla sezione dedicata al blog del libro nella quale i lettori possono lasciare liberamente i propri commenti (da me molto apprezzati!).

Di seguito, ho aperto una pagina Facebook che ha il titolo del libro Dal fachiro al 730 nella quale aggiorno la situazione della sua distribuzione e le collaborazioni che intreccio.

Prossima tappa è interagire con altri blogger (cosa che, grazie a te, sto facendo ora) e rendere più attrattiva la mia pagina Facebook, trovando il tempo di aggiornarla più spesso.

Annunci

Frank Iodice: Breve dialogo sulla felicità

Oggi, mio caro lettore, ti propongo l’intervista che ho fatto a Frank Iodice, italiano, nizzardo d’adozione, autore del blog Articoliliberi, di alcuni romanzi e di un interessante progetto Breve dialogo sulla felicità che vuole coinvolgere gli studenti delle scuole italiane per farne dei cittadini più consapevoli.

Buona lettura!

Quanti anni hai?

Trentatre. Inizia come un interrogatorio!

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Sono laureato in Lingue e letterature straniere. Una laurea pressoché inutile.

Come nasce la tua passione per la scrittura?

Da bambino copiavo i grandi: Hemingway, Jack London e Joseph Conrad. Trascrivevo interi brani su un quaderno, poi cambiavo il finale. E leggevo moltissimo.

Da quanti anni vivi all’estero e cosa ti ha portato a lasciare l’Italia?

La mia è una famiglia di emigranti. Mia madre è nata in Venezuela. Metà dei parenti vive all’estero e fin da ragazzino andavo via periodicamente, ora da questo ora da quello zio. Per questo motivo non ho mai sviluppato un vero attaccamento a una città precisa, neanche a quella in cui sono nato.

Mio nonno, emigrante nei duri anni ’40, diceva sempre che se il posto in cui sei nato non ti piace devi cambiarlo, altrimenti lui cambierà te. Così sono partito anch’io, definitivamente intorno ai ventun anni, ma senza dimenticare né rinnegare le mie origini.

Oggi sento che con i messaggi contenuti nei miei scritti posso aiutare gli altri a migliorare lo stato delle cose, mostrando loro ciò che non va e di cui non mi sarei accorto se fossi rimasto a casa.

La crisi attuale è una crisi di valori. Nasce nella politica, siamo d’accordo, ma a essere minacciata è la parte cui dovremmo tenere di più, la nostra testa. Per salvare questa, io conosco soltanto un modo: leggere, esigere la conoscenza che da lassù provano a negarci, perché conoscenza vuol dire libertà personale, e per i governanti le persone libere sono scomode da gestire.

Vivere all’estero non significa abbandonare il mio Paese, anzi, proprio perché lo amavo troppo, non potevo assistere passivamente alla sua rovina. Noi emigranti lottiamo per costruire una vita migliore, grazie agli strumenti offerti da altri posti più vivibili, ma lo facciamo anche per dare un esempio a chi, più coraggioso di noi, è rimasto a combattere in prima linea.

Come questa tua esperienza di vita da expat si riflette nella tua scrittura?

Georges Simenon diceva che le storie sono sotto casa, non c’è bisogno di cercarle altrove.

I miei libri sono quasi tutti ambientati qui, nel sud della Francia; non potrei fare diversamente, ho bisogno della realtà che mi circonda per dare autenticità ai sentimenti che descrivo.

Cosa pensi del panorama editoriale italiano?

Non posso giudicare perché non sono un editore. Credo che le case editrici italiane stiano affrontando un momento davvero difficile. La loro è una guerra contro la politica dell’anti-cultura. Di certo, se ci fossero più lettori, non saremmo qui a parlarne.

Se andiamo all’origine del problema, arriviamo nelle famiglie e nelle scuole, i due luoghi in cui bisognerebbe far riscoprire ai bambini e ai ragazzi l’importanza della lettura: leggendo si mettono in moto dei meccanismi grazie ai quali impari a esprimere quello che pensi e con le giuste parole, oltre ad ampliare la tua cultura personale.

La cultura non può restare in tasca, nel telefonino, ma devi imparare a coltivarla con la curiosità necessaria per una ricerca costruttiva, una ricerca che inizia con la lettura.

Purtroppo c’è un intero sistema che si muove in senso inverso, imponendo un ritmo frenetico, giustificato dalla mancanza di tempo.

Il tempo: ci accorgiamo della sua importanza soltanto quando ci viene a mancare e preferiamo fare altro perché ormai giudichiamo improduttivo trascorrere un pomeriggio leggendo un bel libro o chiacchierando di quelli già letti.

Ma perché in Italia si legge sempre meno? A chi fa comodo che la gente trascorra intere giornate immersa nei social network? Perché il prezzo dei gingilli tecnologici scende sempre di più, anzi, adesso si regalano addirittura, mentre quello dei libri aumenta di anno in anno? Finché non troviamo risposte a domande come queste, è inutile lamentarci perché le maggiori proposte editoriali sono quelle con i faccioni televisivi in bella mostra in copertina. Mass media uno, letteratura zero.

Forse il vero problema in questo momento è che anche il libro è diventato un oggetto di consumo e, come le leggi del mercato impongono, è destinato ad avere una vita breve. Questo, secondo il punto di vista di chi li vende.

Secondo il mio, esistono libri finti e libri veri, tutto qui.

Come sei riuscito a farti pubblicare?

Ho iniziato soprattutto con i racconti brevi, su varie riviste italiane e francesi, alcune abbastanza rinomate.

A breve uscirà in Francia il mio nuovo romanzo, per un editore della mia città.

Come sfrutti Internet e i social network per promuovere i tuoi libri e le tue iniziative?

Ho creato un blog: Articoliliberi, su cui non scrivo con cadenza regolare ma soltanto quando ho qualcosa da dire.

Parlaci del tuo ultimo progetto: Breve dialogo sulla felicità.

Tutte le storie che scrivo hanno dietro una storia.

L’anno scorso, di questi tempi, sono partito per Montevideo, non avevo neanche i soldi per il biglietto di ritorno, soltanto un indirizzo e il quaderno degli appunti.

L’idea era quella di incontrare l’ex presidente dell’Uruguay José Mujica per scrivere, col suo consenso, una storia ispirata alla sua vita, da diffondere tra i giovani per risvegliare in loro un sentimento di reazione contro ciò che è ingiusto.

Dopo diversi mesi di avventure, sono riuscito a parlare col presidente “povero”, senza nessun supporto né da parte dell’Ambasciata italiana, del Consolato o dell’Istituto di Cultura Italiana di Montevideo, a cui mi ero rivolto al mio arrivo e che mi hanno voltato le spalle perché in quel periodo in Uruguay c’era molta tensione, dovuta all’avvicinarsi delle elezioni, e nessuno ha voluto impegnarsi nell’avallare un lavoro scritto da uno sconosciuto.

Ho vissuto perlopiù nei cantegriles, presso alcune famiglie incontrate laggiù, e devo ammettere che il mio aspetto non era dei migliori, quindi era comprensibile che negli uffici del centro non si fidassero di me: potevo essere uno scrittore matto, perfettamente mimetizzato tra la popolazione locale, oppure un pazzo e basta.

Il mio, comunque, è stato un approccio filosofico: sono partito alla ricerca di una storia, volevo incontrare l’uomo, non il politico.

Credo che non avrei scritto lo stesso testo se avessi ottenuto un appuntamento ufficiale presso il suo ufficio presidenziale e dormito in un hotel sulla Rambla, perché la vera letteratura è fatta di vita vera, non soltanto di parole.

Stando lì, mi sono reso conto che avevo bisogno di vivere tra la gente vera per provare una certa gamma di emozioni che precedono il concepimento di una storia e la rendono verosimile.

L’idea di diffondere gratuitamente questo pamphlet – all’incirca 44 pagine molto fitte –, poi, mi sembra coerente con le tematiche affrontate: amore per la vita sobria, per le piccole cose e per il proprio tempo, ma soprattutto amore per la propria libertà.

In questo marasma di letteratura Mujiquiana, che prenderà sempre più piede nel panorama editoriale italiano, il Breve dialogo sulla felicità, pubblicato col suo benestare, una fusione delle sue parole con le mie, un dialogo in parte reale e in parte no, è per il momento l’unico testo diffuso gratuitamente nelle scuole.

Per come la vedo io, sarebbe contraddittorio guadagnare soldi pubblicando un testo su José Mujica, a meno che non si devolvano in beneficenza.

Ma io sono un idealista e la mia parola per molti non conta niente.

Che riscontro ha avuto e quale obiettivo ti sei prefissato di raggiungere con questa iniziativa?

Il testo è nato in spagnolo, Breve diálogo sobre la felicidad, pubblicato inizialmente presso la rivista della Biblioteca Nazionale, a Montevideo, nel mese di maggio 2014, e, soltanto dopo, l’ho tradotto in italiano.

Le prime 1.000 copie, stampate a mie spese, sono state regalate nel corso dei primi incontri nel 2014, da settembre a dicembre. In molti, adulti e ragazzi, hanno apprezzato la storia e l’hanno diffusa a loro volta, forse perché non è un semplice elogio delle buone azioni del presidente povero, ma un’analisi approfondita che mette in risalto gli aspetti psicologici che ci sono dietro. Ho spiegato soprattutto come la mancanza di una figura paterna ha influenzato il suo percorso umano.

Recentemente, abbiamo creato un Crowdfunding per stamparne altre copie, sempre destinate alla distribuzione gratuita tra i giovani pensatori.

Le copie che stiamo diffondendo nelle scuole sono in formato tascabile. Le ho create con l’idea che i ragazzi se le passino sotto i banchi durante le lezioni, preparando la loro rivoluzione culturale.

L’entusiasmo di alcuni insegnanti ha fatto sicuramente la differenza.

L’entusiasmo e la determinazione fanno sempre la differenza.

Quando gli studenti hanno letto il testo che ho inviato loro in formato Pdf prima di incontrarmi e ricevere le copie cartacee, il dibattito è stato più produttivo e arricchente per loro quanto per noi.

Parlo al plurale perché accanto a me c’è Eleonora, la mia fidanzata; senza di lei sarebbe difficile organizzare tutto ciò, già solo per il tempo che occorre per le telefonate, le email, la diffusione degli inviti, i contatti con le scuole… Dovrei smettere di scrivere per diventare una specie di promotore editoriale.

Eleonora mi ha permesso di non perdere di vista la mia attività letteraria, la quale, tra il tavolino della brasserie e il tavolo di casa, richiede almeno dieci ore al giorno, e di mantenere la concentrazione necessaria per vivere costantemente in un altro mondo, come faccio io.

Insomma, come mi ha insegnato una certa persona che conosco, è meglio che ognuno faccia il proprio mestiere.

Ivano Mingotti. Una vita per i libri

Oggi, mio caro lettore, ti propongo l’intervista ad Ivano Mingotti, giovane scrittore che ho scoperto vagabondando per la Rete. Di lui, oltre alla giovane età, mi ha colpito la sua grande passione per la scrittura che trasuda da tutto il suo essere.

Buona lettura!

Quale è stato il tuo percorso scolastico?

Ho studiato lingue alle scuole superiori e per questo, ora, svolgo anche qualche traduzione per alcuni editori minori.

Dopodiché ho affrontato la laurea triennale di Scienze umanistiche per la comunicazione. Ci ho messo un po’, poiché contemporaneamente lavoravo per mantenermi agli studi.

Come nasce la tua passione per la scrittura?

Penso di portarmela dietro da sempre. Da bambino parlavo poco e pensavo molto: quindi la scrittura è stata il mezzo più naturale che ho trovato per esprimermi. Ora direi che parlo e scrivo molto, il che, a volte, non è il massimo.

Quale è stato il percorso che ti ha portato dall’autopubblicazione alla pubblicazione presso una casa editrice?

In realtà, e lo dico senza vergogna perché agli inizi, non conoscendo i modi e le vie più consone – ero ancora ignaro e innocente, soprattutto perché molto giovane –, ci si finisce spesso, ho iniziato pubblicando due romanzi con un editore a pagamento.

Ovviamente, a 19 anni, era difficile capire che anche la promozione non sarebbe stata un granché, soprattutto per il fatto che un editore a pagamento tende a non farla.

Ci ho messo un po’ a comprendere il mondo dell’editoria ed alla fine, a 22 anni, ho pubblicato, senza pagare nemmeno un euro, il mio primo romanzo con un editore puro (non a pagamento, n.d.r.). S’intitolava: “Sotto un sole nero”. Da lì, non ho più smesso.

All’autopubblicazione ci sono arrivato più tardi, tenendola in parallelo con l’altro tipo di pubblicazione. Perché come ho detto prima scrivo molto e non mi va di tenere alcuni libri nel cassetto.

Cosa ne pensi del panorama editoriale italiano?

In quanto autore e presidente di un’associazione il cui scopo è la valorizzazione della letteratura direi che conosco bene l’ambiente e i suoi difetti che, essenzialmente, sono quattro: il lettore, l’editore, l’autore e le istituzioni. I quali, a dire il vero, sono tutti elementi del sistema di cui stiamo parlando.

Tutti e quattro hanno comportamenti paradossali:

  • Il lettore è schivo. Tende a non dare credito alle giovani leve e a fiondarsi sui titoli delle grandi editrici, lamentandosi però dell’offerta ripetitiva e scarna delle stesse. Poi quando viene a trovarsi davanti a nomi, titoli, o stili diversi, e per questo originali, tende al rifiuto totale. In poche parole: è chiuso e si lamenta, dichiarandosi aperto, che non c’è altro che la solita minestra.

  • L’editore puro si lamenta degli autori che ”non vendono” e ”non si prodigano”; però finisce spesso per comportarsi come gli editori a pagamento: pubblica e non fa promozione, nascondendosi dietro al fatto che ”non ci sono soldi”. I metodi gratuiti per promuovere un libro in realtà ci sono, ma viene delegato tutto all’autore e al suo proporsi (che, ovviamente, non avendo supporto, sarà fallimentare o quasi).

  • L’autore che attende la promozione dell’editore, lasciando quindi che i titoli scompaiano, non calcolati da nessun lettore. Poi, ovvio, ci sono tanti autori che si autopromuovono, ma questo parte da un’esigenza personale che scatta, se scatta, solo allorquando lo scrittore si rende conto che l’editore fa poco o nulla per promuoverlo.

  • Le istituzioni sono spaventate dagli scrittori sconosciuti al grande pubblico (non vengono fatti eventi sui piccoli autori e, quindi, non li si aiuta) e dai COSTI. Anche in questo caso, però, ci sono molti eventi a costo zero che possono essere utilizzati per promuovere la cultura e la letteratura, ma è difficile farlo capire alle istituzioni, ed ancor più difficile proporvisi da piccoli autori.

Cosa ne pensi dei premi letterari in Italia?

Ho idee contrastanti. Ci sono premi validi, che aiutano l’autore a farsi conoscere o a dargli la spinta emotiva per farlo. E poi ci sono premi inutili, atti al solo scopo di finanziare, con le iscrizioni al bando, l’associazione o l’ente che li propone. Costume molto diffuso, a dire il vero.

Che cosa è “LiberoLibro Macherio”, l’associazione culturale di cui sei Presidente?

LiberoLibro Macherio è nata il 27 novembre 2013, con l’intento, fondamentalmente, di dare una mano a risolvere tutte le problematiche di cui ho appena parlato.

È un’associazione fondata prevalentemente da autori e artisti, ed ha ormai compiuto il suo primo anno.

Cresciamo giorno dopo giorno, per fortuna. Non usiamo un solo euro pubblico, ma solo il nostro tempo e la nostra attenzione.

Ci dedichiamo a presentare libri di vari piccoli autori nelle ”serate letterarie”. Un piccolo format di un paio d’ore, il mercoledì sera, in cui tre autori presentano le loro creazioni.

Dopodiché proponiamo ad alcuni editori con cui siamo in contatto gli inediti più meritevoli che ci arrivano per il nostro progetto “Sogno nel Cassetto”. Glieli spediamo corredati da una breve relazione e dal video della serata di ‘presentazione dell’inedito’.

Oltre a ciò, facciamo informazione attraverso “Assaggi di psicologia”, un intervento mensile sul nostro sito in cui grazie all’aiuto ed alla penna della nostra collaboratrice e psicologa Silvia Guerini Rocco affrontiamo diversi temi culturali dal punto di vista della psicologia; inoltre, intervistiamo anziani e bambini appartenenti a etnie o gruppi sociali differenti e altre tipologie di persone, per il progetto “La parola a…”; stiamo, infine, organizzando il concorso LiberoLibro Macherio, che sarà bandito entro gennaio/febbraio, e collaboriamo con le altre associazioni del luogo, per far rete, su varie iniziative.

Per esempio, in quest’ultimo anno, abbiamo proposto la creazione:

  • di una bacheca da apporre per le strade di Macherio per informare la cittadinanza degli eventi culturali che si terranno nel paese che è stata avvallata dalle istituzioni ed è ”in fase di costruzione”;

  • di una piccola fiera del libro che vedrà la luce nell’estate del 2015 e per cui faccio un appello a tutti gli autori che leggono il tuo blog: “Venite a presentare i vostri romanzi alla nostra fiera!”.

  • di una festa delle associazioni da tenersi in ottobre che, per la verità, dobbiamo ancora proporre alle istituzioni.

Come s’intitola il tuo ultimo romanzo e di che cosa parla?

Il mio ultimo romanzo si intitola “Il paese dei poveri”. È una distopia, ambientata in un presente parallelo in cui la società è totalmente aggrappata al concetto di produttività e guadagno economico, e per questo non solo emargina, ma sbatte tutti coloro che non rientrano nei suoi parametri in campi di prigionia chiamati “paesi dei poveri” (molto simili ai lager nazisti, per struttura e regole). Mi pare una metafora calzante per la nostra società, prese le dovute misure.

Il protagonista è uno di questi ‘poveri’, e ci porterà a ‘visitare’ la sua prigionia e le caratteristiche di questi ‘paesi dei poveri’, che la gente di questa distopia finge di non vedere. Insomma, un parallelo anche con l’Olocausto.

Ho uno stile particolare, evolutosi ancora una volta soprattutto per questo romanzo, che invito, quantomeno, a sbirciare.

Quanti anni hai?

Ho 26 anni. E purtroppo, checché se ne dica, essere giovani, in Italia, è un difetto.

Com’è il tuo rapporto col pubblico?

Direi buono da certi punti di vista e non buono per altri. Amo la condivisione, la rete che si è venuta a creare con i miei contatti, l’affetto vero, la stima. Non amo che, dopo tutti questi anni in cui ho tessuto reti e reti, si usi più spesso il complimento che il supporto vero e proprio.

Insomma, un artista ha bisogno di vendere, e purtroppo, benché stimato e riempito di complimenti, i dati di vendita sono bassi.

È una situazione allarmante, perché, e parlo da Presidente di LiberoLibro Macherio, moltissimi autori validi, con lettori che li conoscono bene e li leggono (purtroppo gratuitamente, magari con anteprime ed altri piccoli brani), non riescono poi a vendere il loro prodotto finale.

Il lettore preferisce sempre il libro Mondadori, non c’è nulla da fare.

Il mondo dell’editoria visto con gli occhi di uno scrittore emergente: Ben Apfel

Oggi, miei cari lettori, vi propongo un’analisi dell’attuale mondo dell’editoria vista dalla prospettiva del blogger e scrittore Ben Apfel.

Chi mi segue da un po’ di tempo conosce senz’altro questo autore che ho già intervistato due volte su questo blog, poiché tra tutti coloro che mi hanno rilasciato un’intervista è uno di quelli che, al momento, sta avendo più successo nella realizzazione del suo progetto.

Buona lettura!

Com’è il rapporto tra te ed il tuo attuale editore? Come ha influito la sua visione sulla prosecuzione del tuo blomanzo?

Posso dirti che col mio nuovo editore vi è, finalmente, un rapporto vero, basato su una stima reciproca che per una volta non è “di pura facciata”. E non è poco se si considera che, oggi, sempre di più il rapporto editori/autori si fonda sul tentativo dei primi di forzare i secondi ad intraprendere i percorsi da loro ritenuti più remunerativi con buona pace della eventuale poetica degli scrittori.

Ragion per cui la sua influenza sul blomanzo non può che essere espressa in termini emotivi.

“Vuoi davvero sapere come ci si sente a completare un progetto editoriale sapendo che verrà pubblicato?”.

🙂

Come mai tu ed il tuo editore avete optato per un ebook e non avete pensato a dare al tuo blomanzo una vita su carta?

Come si dice in questi casi: “Grazie per la domanda”.

Dato per assunto che l’ebook, che una volta era considerato il terribile futuro del libro, è oramai quasi ovunque il presente, a questa tua domanda risponderò solo in termini di costi e benefici: green.

In qualunque campo tecnologia e innovazione non prescindono più dai costi sostenuti dall’ambiente ed, onestamente, ignorarli per il piacere romantico dei nostalgici della carta in un Paese con più del 12% di analfabetismo (di ritorno, n.d.r.) sarebbe una barzelletta. Purtroppo, l’ennesima.

Ma seppure la questione ambientalista non fosse rilevante, con l’ebook i costi di produzione per gli editori scendono notevolmente ed allo stesso tempo il bacino d’utenza si espande in maniera inverosimile. Ed ecco che quanto è risparmiato per la stampa ha motivo di essere reinvestito nelle traduzioni.

È un’equazione semplice e, a mio modo di vedere, vincente.

Chi non può proprio fare a meno del supporto cartaceo si prepari, in futuro, a pagare all’editore un prezzo molto più alto per la vita dell’albero da cui si estrae la materia prima per la carta.

“Perché ripulire una coscienza dovrebbe essere un’operazione a buon mercato?”.

In passato avevi già avuto a che fare con delle case editrici? Quali differenze hai notato tra il rapporto di allora e quello attuale? Che tipo di libri avevi pubblicato?

Sì, ho avuto a che fare con alcune case editrici. Sulle differenze tra questa e le altre ho accennato prima, ma insisto su un aspetto.

Bisogna che le menti degli editori siano giovani, libere ed aperte, e che abbiano l’ambizione di crescere senza doversi conformare alle vecchie regole, rivelatesi fallimentari, del “marketing editoriale” ed abbiano la certezza di saperlo fare proprio grazie ai nuovi strumenti di cui possono disporre oggi.

Che tipo di libri ho pubblicato in passato? Saggi, romanzi… tutto ciò che ho ritenuto importante dire nel dato momento col registro, a mio avviso, più efficace.

Molti blogger che ti seguono sono aspiranti scrittori. Quali suggerimenti daresti loro sul comportamento da tenere con gli editori e sulle questioni editoriali?

Come ho già detto poc’anzi i giovani autori devono salvaguardare le proprie idee avendo cura di farle crescere.

L’editore grande o piccolo che sia non è mai in cerca di un libro quanto di un autore. Insomma, non se ne fanno nulla dell’uovo, sono allevatori di galline. Solo assicuratevi di avere sempre il diritto di razzolare in libertà ed evitate le batterie come la peste se non volete che le vostre uova siano insipide e quadrate.

C’è qualcos’altro che vuoi aggiungere sul mondo dell’editoria e sulle questioni editoriali?

Non so… all’estero (Ben vive a Berlino, n.d.r.) il dibattito carta/digitale sta scivolando via come quando hanno fatto fuori la benzina normale e introdotto quella senza piombo.

La questione è dibattuta soprattutto in Italia e, visti i numeri in ballo, consiglierei ai nostri colossi dell’editoria di licenziare i loro esperti di comunicazione.

In quel campo scrivere nel curriculum: “Sono nel campo da 50 anni”, non è esattamente il massimo. Ma l’Italia è il paese dei vecchi ed a una certa età, da noi, si sa, il culo diventa pericolosamente appiccicoso.

Aggiungo: attorno a voi è tutto nuovo, osservate, studiate, ideate come si faceva una volta nel Bel Paese.

L’editoria, a tuo parere, ha un futuro roseo davanti a sé oppure intravvedi delle ombre sul suo modello di business? Che strada dovrebbe intraprendere?

Anche a questa domanda ho risposto qui sopra. La strada non è semplice. Niente lo è. Si tratta di avere il coraggio di buttare via i vecchi modelli e accollarsi dei rischi calcolati. Qual è il senso della locuzione “rischio d’impresa”? Qualche editore se lo ricorda?

Internet è una risorsa o una minaccia per gli editori?

Internet è un’incredibile risorsa.

Facciamo un piccolo esperimento mentale, cari amici editori:

  • Ritornate con la mente al 1987 quando stavate pensando di aprire una casa editrice con la mente piena di dubbi e di problemi da risolvere.

  • Se qualcuno in quel momento vi avesse detto: “Credi che avresti meno problemi se potessi raggiungere milioni di potenziali lettori pigiando tre tasti? E se potessi raggiungere milioni di scrittori? E se potessi non pagare la stampa dei libri?

  • La risposta, allora, sarebbe stata una grossa risata con quel fondo d’isteria che connota la fine del sogno allorquando s’è smesso di fantasticare e ci si ritrova immersi fino al collo nella realtà.

Qual è il vostro punto di vista riguardo al mondo dell’editoria, miei cari lettori? Fatecelo sapere con un commento in modo che si possa dare il via ad un bel dibattito. Grazie.