Stefano Bersanetti: Pensieri strani…eri

Oggi, mio caro lettore, ti presento attraverso la mia intervista Stefano Bersanetti, autore del blog Pensieri strani…eri, che, oltre ad essere una ricca miniera di informazioni per tutti coloro che stanno meditando di lasciare l’Italia, è un luogo dove il lettore viene educato all’amore verso le diverse culture e da cui si possono estrapolare degli utili insegnamenti da calare nella nostra realtà italiana.

Buona lettura!

Quanti anni hai?

38 anni.

Qual è stato il tuo percorso scolastico?

Dopo il diploma di Maturità Classica, mi sono iscritto al Politecnico di Torino, facoltà di Ingegneria Chimica.

Quali sono state le tue esperienze lavorative e quali paesi ti hanno portato a visitare?

La prima parte della mia esperienza professionale è stata legata al mondo Operations, in particolare Industrializzazione e Produzione. Sono cresciuto nel duro mondo dell’Automotive, vera palestra di formazione.

Dopo un passaggio nel mondo del fashion e del lusso in un’azienda orafa di Torino, sono passato nella mia attuale azienda, Carel Industries Spa, leader nel settore della regolazione dei sistemi di condizionamento e refrigerazione, per la quale lavoro da quasi dieci anni.

Dopo i primi tre anni come responsabile dello stabilimento italiano, ho trascorso i successivi tre anni in Cina, come responsabile Operations del Plant (stabilimento locale, n.d.r.). Di ritorno dall’esperienza nella Terra di Mezzo, per poco più di un anno ho ricoperto il ruolo di Responsabile Logistico Corporate, con la possibilità di viaggiare tra gli altri plant e filiali del gruppo (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, Stati Uniti, per citarne alcune).

Dove vivi e lavori, ora?

Attualmente, sono il Chief Executive Officer di un laboratorio specializzato in test e misure elettriche in provincia di Padova, città nella quale risiedo.

Come influisce sulla tua visione dell’Italia e del mondo la tua esperienza da Expat?

Fare un’esperienza da Expat (colui che risiede all’estero per lavoro o per studio, n.d.r.) dovrebbe diventare una milestone della vita di tutti i giovani italiani.

Abbiamo ancora una cultura troppo provinciale, che ci porta a non chiederci cosa ci possa essere al di là della porta di casa.

Andare all’estero permette di vivere la relatività: in prima analisi si capisce bene cosa significhi essere stranieri in terra d’altri, basti pensare alla necessità di farsi comprendere; poi, ci si trova costretti a confrontarsi con usi e costumi diversi, tradizioni che si scontrano con il nostro modo di pensare.

E, nonostante, ci si chieda “ma perché fanno queste cose?”, non è giusto cercare di darsi delle risposte: occorre solo accettare ed adattarsi.

Un esempio? Per i cinesi, utilizzare il fazzoletto di stoffa per soffiarsi il naso è maleducato e schifoso, perché lo si ripone sporco all’interno della tasca.

Quando e perché hai aperto il tuo blog?

Il mio blog è nato poco più di tre anni fa. Mi piaceva l’idea di condividere riflessioni e considerazioni che maturavano dalla mia esperienza di Expat.

Non avevo l’obiettivo di raccontare gli episodi che ci capitavano tutti i giorni (di blog così e anche molto divertenti ce ne sono tantissimi), ma di estrapolare da essi insegnamenti o possibilità di confronto con la nostra realtà italiana.

Quali sono le finalità del tuo blog?

Pensieri strani…eri era nato, come dicevo prima, con l’obiettivo di mettere a confronto due modi di vivere, due mondi.

Oggi, ovviamente, il focus del blog è parzialmente cambiato. Mi piace condividere aspetti legati alla società e alla cultura: ogni persona è un “animale” sociale, che deve convivere con il resto del mondo, accettandone le peculiarità, non additandole semplicemente come differenze.

E poi, la cultura, per sua natura richiede un continuo scambio e confronto.

Come nasce l’idea della tua rubrica “Si viene e si va”?

Un giorno mi sono chiesto: quanti amici o conoscenti o semplici lettori stanno meditando di scappare dall’Italia, ma non sanno bene cosa fare e dove andare?

Io mi ritengo un former expat fortunatissimo: la mia azienda mi ha supportato in tutto e per tutto, dalle pratiche per il visto, alla ricerca dell’alloggio, all’ottenimento della patente.

Chi, invece, deve partire munito solo di valigia e speranza ha necessità di sapere cosa lo aspetti all’estero: fornire esperienze di Expat è il modo migliore per percepire la viva quotidianità.

In che modo individui le persone da intervistare nella rubrica “Si viene e si va”?

Nella prima stagione, ho cercato di toccare tutti i punti del globo, quindi c’è stato un primo aspetto prettamente geografico.

Il secondo è stato di natura professionale, cioè ho cercato di mostrare di che cosa si occupano gli italiani all’estero e devo dire che ho scoperto davvero una grande varietà di occupazioni.

La seconda stagione, che è in fase di preparazione, sarà un po’ diversa: ma non anticipo nulla, vi lascio la sorpresa!

Cosa vuol dire: “Laowai”?

Laowai è il termine cinese per indicare lo straniero. È un po’ paragonabile al nostro extracomunitario. Con la stessa accezione vagamente negativa.

Che cos’è per te la diversità?

La diversità è una ricchezza grandissima. Se non ci fosse diversità di vedute, di gusti, di colori, di piaceri, se tutte le persone amassero le stesse cose, ci troveremmo di fronte ad una realtà stile Blade Runner.

Eppure proprio in quel film gli stessi androidi dimostrano quanto sia necessario provare delle emozioni.

Confrontarsi con culture, tradizioni, cibi diversi è linfa per il nostro cervello, perché ha la possibilità di avere input variegati e quindi affinare le proprie scelte.

Chi la pensa diversamente da me o chi ha una vita diversa dalla mia, è il benvenuto nel mio blog, perché mi fa conoscere un altro punto di vista.

Come sei entrato a far parte del progetto #adotta1blogger e cosa ne pensi?

Ho conosciuto il progetto frequentando alcuni blog che riportavano il logo, così mi sono interessato e alla fine mi sono proposto.

Credo sia molto interessante, soprattutto per un blogger dilettante come me. Ci si confronta con blogger professionisti o, comunque, con uno stuolo di lettori molto più corposo del mio, per cui si può solo imparare.

Spero di riuscire a portare un po’ del mio pensiero (tempo permettendo!) e, soprattutto, spero che qualcuno cominci a partecipare attivamente alle mie discussioni. Quello per me sarebbe il più grande risultato. Preferisco avere qualche lettore in meno, ma attivo: questo significherebbe per me aver smosso un po’ la voglia di discutere. E di pensare.

Paolo Orlandi: Marketing Pandemico

Oggi, mio caro lettore, con questa intervista ti presento Paolo Orlandi, che attraverso il suo blog Marketing Pandemico cerca di innovare in Italia la cultura del marketing.

Buona lettura!

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 48 anni e vivo a Fermo, nelle Marche.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Nel 1986 ho conseguito la maturità scientifica a Fermo presso il Liceo Scientifico T. C. Onesti.

Dopodiché mi sono laureato presso l’Università Cà Foscari di Venezia nel 1994 in Economia Aziendale.

Successivamente, dopo oltre un decennio, ho conseguito il Master in Fashion Marketing e Merchandising presso il Polimoda di Firenze, corso semestrale.

Poi nel 2005 mi sono iscritto presso Ist. Teologico Marchigiano e ho conseguito nel 2010 la baccalaurea e nel 2012 la licenza in Teologia Pastorale presso la Pontificia Univ. Lateranense, che è equivalente alla laurea in Teologia.

Quali esperienze lavorative hanno maggiormente contribuito a formarti?

Dal 1992 al 2005 sono stato dirigente dell’azienda Calzaturificio Mandolesi.

Esportavamo quasi il 90% della nostra produzione di scarpe donna con un pricing di fascia media.

Dopo l’avvento dell’euro abbiamo deciso di chiudere poiché non eravamo più competitivi con i prezzi e non avevamo le skill per produrre all’estero.

Dal 2005 al 2007 sono stato disoccupato. In quel periodo ho affrontato oltre 20 colloqui di lavoro (ricordo 5 incontri alla Chicco a Como senza esito, un incubo).

Qual è la tua professione attuale?

Da gennaio 2008 ho iniziato, improvvisamente, due lavori. Prima mi assume la Modiano come Responsabile Marketing per i circoli di carte (burraco, texas hold’em ecc. ) e poi assumo la cattedra come supplente presso un liceo scientifico di Fermo fino al 2010.

Dal 2014 collaboro parzialmente con la Modiano e mi dedico a consulenze varie per le start-up.

Tu sei un docente. Che cosa insegni e dove?

Insegno religione cattolica. Dal 2010 ho l’incarico presso I.I.S. V. Bonifazi di Civitanova Marche.

Inoltre, dal 2012 insegno Marketing Pandemico presso la L.A.B.A. di Rimini e il Poliarte di Ancona.

In qualità di docente cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Cerco di far crescere la fiducia in loro stessi. Più che trasmettere cose cerco di seminare qualcosa che cresca nel futuro. Sono pieni di mille nozioni ma hanno le gambe fragili su cui poggiare. Io tento di irrobustirle.

Qual è stata la tua soddisfazione maggiore come insegnante?

La loro vicinanza sempre. Il fatto che ti rispettino e ti considerino importante per il loro essere persona.

Spesso, incontro ragazzi per strada, ovviamente non li ricordo tutti (ho quasi mille allievi all’anno in totale) e sono loro a salutarmi, a parlarmi, a raccontarmi e, a volte, mi ricordano frasi che ho detto loro e di cui io non ho ricordo.

Come nasce la tua passione per il marketing?

Ho imparato a vendere piano piano. Poi dall’eccitazione che mi provocava ho capito che mi piaceva da matti e che per vendere occorre grande preparazione.

Il marketing, appunto, sono tutte quelle fasi che servono affinché la vendita sia superflua: il più è a monte.

Per questo ho voluto fortemente il master dopo 10 anni in cui vendevo calzature.

Esperienza dura, in quanto lavoravo, ma proficua.

Il marketing è una disciplina assai complessa. Non è pubblicità come spesso dicono i faciloni italiani oppure coloro che indicano un prodotto scadente come: “Questo prodotto è da marketing”.

No, esso è un processo molto, ma molto difficile, sempre nuovo, in grado di aprire un mercato, ma anche no.

Inoltre, come dico spesso la storia del marketing serve a poco o niente. La ricerca iniziale, invece, è tutto.

Come nasce il tuo blog e qual è il suo fine?

Il mio blog Marketing Pandemico nasce alle fine del 2013 dopo un corso di web marketing.

Lì mi hanno dato l’input per iniziare e sono partito.

Pubblicavo poco e, spesse volte, solo come pro-memoria per le mie lezioni. Ad un certo punto iniziai ad avere i primi riscontri.

Però, molti mi dicevano che scrivevo in un linguaggio troppo difficile, per addetti ai lavori.

Allora, cominciai a semplificare i concetti e cercai di indirizzare i post a due tipi di pubblico: i miei studenti e le persone che intendono creare il proprio mercato con la propria impresa.

Negli ultimi tempi tento sempre di non essere troppo complicato e di parlare ai potenziali neoimprenditori.

Ti assicuro che è difficilissimo. Infatti, temo di avere tra i miei lettori molti consulenti e pochissimi imprenditori, ahimè!

Come promuovi il tuo blog?

In genere tramite LinkedIn, Facebook, Twitter e Google+. Direi in maniera costante, ma posso dedicare solo scampoli di tempo durante l’anno, un po’ di più da luglio ad agosto.

Che ruolo assume il tuo blog nella tua strategia di comunicazione?

Centrale, direi.

Tutte le mie idee di marketing e di organizzazione del lavoro passano da qui.

Allego sempre il blog ai cv e quando intervengo su varie discussioni, se ho temi interessanti.

Quali social network usi per promuovere il tuo “Personal Brand”?

Direi, in primis, Facebook e LinkedIn.

Qual è il tuo metodo di lavoro?

Tanto studio, tanta ricerca, poi riflessione ed, infine, scrivere.

Scrivendo mi vengono le idee, da sole come richiamate dallo schermo.

Ipotiziamo che tu debba gestire un cliente difficile. Come ti comporti?

Tutti i clienti sono difficili. In genere non ascoltano i consulenti.

Ricordo che dei miei report alla Modiano, circa 200, nessuno dico nessuno è stato messo in pratica, temo nemmeno letti.

Il cliente difficile è quello poi che pretende che di punto in bianco si possa ottenere moltissimo successo. Partendo da zero e con zero investimenti.

La cultura del marketing in Italia è, praticamente, nulla.

Pertanto, e scusa se mi ripeto, tutti i clienti sono difficili e ci vuole molta pazienza per fargli capire le cose da fare, nel giusto ordine, per cercare di ottenere i primi successi, e piano piano aumentare il lavoro.

In genere i clienti difficili che non si “convertono”, mi abbandonano subito.

Come stabilisci il prezzo di una tua consulenza?

Io preferisco un rapporto di crescita continuativa.

Stabilisco un minimo fisso mensile più una parte variabile sulla base dei risultati.

Vedo che questo piace molto, perché non abbandono il cliente al solo report di azione, ma lo seguo passo passo in modo costante nel tempo.

Spesso, offro un report iniziale gratuito come analisi di base di partenza, in omaggio, prima di firmare il contratto.

Quali tool non possono mancare nella cassetta degli attrezzi di un buon marketer?

Tanta passione che ti porta a ricercare.

Curiosità e voglia di cambiare il mondo con i tool necessari a realizzare i desideri delle persone.

Cambiano a secondo del tempo e dello spazio.

Insomma, non ci sono ricette fisse, ma se c’è la passione questa ti suggerirà i tool che devi assolutamente avere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento, sto cercando di crearmi una mia clientela di start-upper. Sto studiando meglio il web marketing e spero di iniziare da settembre una presentazione del mio nuovo blog per aiutare le imprese a nascere e a guadagnare, e perché no fare impresa in prima persona.

Ho qualche progetto ma ancora in stato embrionale. Rimangono due sogni: consulente marketing e imprenditore.

Come vedi il panorama imprenditoriale italiano da qui a 10 anni?

Difficile molto, ma molto difficile. Non ci sono incentivi per essere imprenditore. Tutto concorre a disilludere.

Non parlo solo della burocrazia. Ma tutto l’ambiente vede male l’imprenditore.

Concordo con le parole di Brian Cohen (Chairman di New York Angels, società di business  angel che opera sulla Costa Est degli USA, n.d.r) che ho pubblicato pochi giorni fa.

Manca la cultura del fallimento, che è la base per ogni imprenditore di successo.

Qui se fallisci una volta, sei out a vita.

Più che una legge incentivante l’impresa occorrerebbe una legge per sapere cosa mi succede se fallisco.

L’avevo scritto tempo fa. Secondo me, potrebbe essere un nudge efficace per far sì che le persone con una minimo voglia di imprendere facciano impresa, sapendo prima, nel caso peggiore, a cosa andranno incontro.

Andreas Voigt: Innovando

Oggi, mio caro lettore, ti propongo l’intervista ad Andreas Voigt colui che attraverso il suo blog è stato per me fonte d’ispirazione e di riflessione.

Andreas è una mente raffinata, un connubio tra mentalità tedesca ed italiana che fanno di lui un professionista di tutto rispetto oltre che un fine umanista.

Purtroppo, è anche uno di quei cervelli in fuga di cui si parla tanto.

Infatti, di recente è emigrato in Svizzera con la sua famiglia e la sua azienda alla ricerca di un futuro migliore.

Buona lettura!

Quanti anni hai?

Ho 47 anni suonati …

Mi avvicino ai 50 e non capisco il perché!

Qual è stato il tuo percorso scolastico? Si è svolto tutto in Italia?

No, ho fatto solo elementari, medie e superiori in Italia; diplomandomi come perito elettronico.

Non sono mai stato uno studente modello, anzi, direi uno di quelli turbolenti.

Avevo voti discreti e ottimi, ma ero turbolento dal punto di vista comportamentale.

Poi, mi sono messo a studiare e mi sono laureato in sociologia e comunicazione alla Goethe a Frankfurt am Main.

Quali sono state le tue esperienze lavorative?

Inizialmente, mi sono occupato prevalentemente di abbigliamento, mondo del fashion e comunicazione.

Per i primi 21 anni ho lavorato, dapprima, come responsabile del controllo qualità e, poi, anche come responsabile agli acquisti di una nota azienda multinazionale di abbigliamento (oggi, purtroppo, inglobata in una ancora più nota e grossa).

Successivamente, nel 2000 ho fondato Innovando e mi sono ritrovato a fare quello che ho sempre voluto fare: comunicazione.

Come nasce la tua passione per il web?

Nasce dalla curiosità. I primi vagiti di Netscape e di un PC collegato in Rete in uno stand fieristico mi hanno portato lì dentro da subito.

Praticamente, la mia passione per il web è nata nel 1996, proprio agli albori e non è passata più.

Il web per me è vita, ormai. Mi definisco essere umano 2.0.

Non voglio dire con questo che sono solo sul e “nel” web, c’è anche la mia vita privata, ma ho di fatto una vita pubblica, sotto gli occhi di tutti e questo in qualche modo aiuta il mio ego. Ci sto bene, mi ci sento a casa e so cosa devo dire e cosa devo fare.

Siccome, non posso portare tutta la gente a casa mia, vado io in mezzo alla gente.

Quando ti sei messo in proprio?

Correva l’anno 2000. In realtà anche prima sebbene parzialmente.

Ho, infatti, ereditato l’aziendina di famiglia.

Un’agenzia di abbigliamento pur lavorando come dipendente per un’azienda tedesca, sempre di abbigliamento.

Mi è servito, perché ho capito che avrei sempre lavorato in proprio.

Qual è il tuo metodo di lavoro?

Beh, non faccio fatica a rispondere a questa domanda.

Efficienza tedesca e ordine italiano. Sembra un controsenso, ma sono così. Sono piuttosto efficiente.

Quando per 20 anni hai fatto il dirigente in una azienda multinazionale, quando hai aperto fabbriche all’estero e comprato tonnellate di jeans, l’efficienza diventa non solo metodo ma modus vivendi.

Però, non sono fatto a compartimenti stagni e adoro “l’ordine” italiano fatto spesso di improvvisazione e di capacità cognitive e intuitive che nessun altro popolo al mondo ha.

Mi piace non essere accentratore, cioè la delega la conosco bene e anche le sue problematiche di gestione.

Però, pretendo molto da me stesso e dagli altri.

Spesso, mi si definisce incontentabile. Pazienza, nessuno è perfetto.

Come stabilisci il prezzo delle tue prestazioni?

Semplice. Modello, margine operativo, costi di gestione, imprevisti, budget, obiettivi.

Come gestisci i clienti difficili o che fanno richieste assurde?

Una volta tacevo e, a testa bassa, incassavo. Adesso non più. Sono, forse, anche più maturo ed esperto. Non lo so ma la butto sul ridere.

Cerco, quindi, di mantenere un atteggiamento allegro e spensierato anche perché inutile creare ulteriori problemi e scontri quando già il cliente è problematico.

Per le richieste assurde uso un tono flemmatico e rispondo sempre così: Pardon?!

Che cosa è Innovando e qual è stata la sua evoluzione nel corso del tempo?

Questa è una domandona.

Innovando è un’esperienza.

Certo ha personalità giuridica, è una società di capitali, piccola, ma io l’ho sempre vista come un’esperienza e questa esperienza ho cercato di trasferirla a tutti coloro che in modo diretto o indiretto hanno avuto a che fare con me.

Infatti, si chiama Innovando e la sua evoluzione è continua.

Definire, però, il percorso di Innovando un percorso evolutivo su una linea temporale standard e rigida, quasi come fosse scandita da un orologio, non è così.

Le linee temporali sono diverse, molteplici e si intersecano con realtà esterne anch’esse diverse.

Ecco perché dico che sì, Innovando è un’esperienza e, anzi, è la sommatoria di tante esperienze diverse. Questa è la nostra forza.

Come mai ti sei trasferito in Svizzera ad Appenzello e non nella Svizzera italiana?

Hai presente il caso? Quello!

Volevo tornare in Germania. Son capitato qua grazie ad un conoscente, amico che vive in Svizzera, a Lugano.

Ci è piaciuto molto il posto, abbiamo posato le valigie e siam rimasti, io e mia moglie.

E siamo molto felici di questo. E’ stato come una cosa naturale, come se fosse già tutto scritto.

Ti è capitato anche in Svizzera che un potenziale cliente ti chiedesse di

realizzare ad una cifra irrisoria un social network sul modello di Facebook per

il nipotino (mi è rimasta impressa questa storia che scrivesti tanto tempo fa

sul tuo blog)?

No, ma mi aspetto che arrivi. Tanto lo so che arriva. L’idiozia non ha passaporto.

Quali sono le differenze tra Italia e Svizzera?

La differenza più sostanziale? Qui sono luterani/calvinisti. Qui in Svizzera il diritto alla buona fede è sancito in Costituzione. Qui in Svizzera c’è una democrazia diretta e, soprattutto, qui niente Euro e niente Unione Europea, mai!

Il resto son quisquilie.

Di recente, mi è sembrato di capire che anche tua moglie si è unita al tuo

team di professionisti. Com’è lavorare in coppia? Come vi siete divisi le

competenze?

La scelta più intelligente che potessi fare!

Mia moglie è svizzera dentro. E’ efficiente, precisa, sicura.

E’ uno di quei motori diesel che vanno sempre, che se li alimenti a banane vanno lo stesso e, soprattutto, ha un colpo d’occhio femminile e una sensibilità che mancava in Innovando.

E, poi, è mia moglie, un contrappeso importante nella gestione del potere.

Chi sono i membri del team di professionisti che nel tempo hai creato?

Siamo in tanti, ormai.

Pietro Suffritti, Andrea Papotti e Andrea Iotti per la parte di infrastruttura e capocentro CED; Alex di Chiara per la parte di progettazione in campo SEO; Gabriele Romanato per lo sviluppo web, solo per citarne alcuni.

C’è Paolo Cervari che è il mio filosofo personale; c’è Susanna Baraldi per il design e Fabrizio Loschi per l’art direction.

Oramai, siamo un team piuttosto importante.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Non lo so. E poco mi importa. Qualcosa sarà e sarà, comunque, bello.

Fashion & Design: 9 errori da evitare nella costruzione del proprio sito web

Oggi analizzerò gli errori presenti nel sito web di un brand, che s’è appena affacciato sul mercato fashion degli accessori, in modo che possiate evitare di ripeterli nella costruzione del vostro sito aziendale.

Il sito in questione è il seguente: http://www.tak-ori.com

[N.d.R.: In data 30 giugno 2013 il sito qui recensito ha apportato alcune modifiche che vanno nella direzione da noi auspicata. Permangono, comunque, evidenti errori dovuti alla mancanza di un piano editoriale ed alla poca conoscenza della lingua inglese da parte del copywriter.]

Errore n. 1: sulla home page non è riportato il numero della partita IVA. Questo è gravissimo in primo luogo poiché si viola l’art. 35 comma 1 del DPR 633/72, la qual cosa comporta una sanzione amministrativa pecuniaria che va da un minimo di € 258,23 ad un massimo di € 2065,83; in secondo luogo poiché è un chiaro segno di mancanza di trasparenza.

Errore n. 2: la pagina denominata Made in Italy è un insieme di immagini che non ha alcuna corrispondenza con il titolo suddetto. Infatti, la produzione ivi rappresentata potrebbe svolgersi in qualsiasi parte del mondo. Meglio avrebbero fatto ad utilizzare un video in cui avrebbero dovuto mostrare la località italiana in cui si producono i cappelli, l’esterno della fabbrica e tutti i passaggi produttivi che portano alla realizzazione del prodotto finale.

La medesima cosa si può fare anche con una sequenza di fotografie come in questo caso dove l’enfasi è stata messa sulla produzione artigianale del prodotto:

http://www.cbmadeinitaly.com/pages/production.html

Errore n. 3: tutte le fotografie presenti sul sito sono prive di didascalie esplicative che renderebbero più facile la vita del visitatore, specie per coloro che vorrebbero collegare l’immagine di un cappello ad un nome o ad un codice per poterlo, successivamente, acquistare. Di sicuro, il webmaster che ha fatto questo lavoro non ha provveduto a rinominare le immagini prima di pubblicarle. Grave errore. Infatti, forse non tutti sanno che le fotografie non vengono viste dai motori di ricerca e quindi non servono per il posizionamento. Invece, i loro nomi vengono letti da Google Immagini e questo può portare visite al vostro sito.

Errore n. 4: le immagini proposte nelle pagine Inspiration Stars & Friends sono troppe, specie se si pensa che ci troviamo davanti alla prima stagione. Inoltre, le foto presenti nella pagina dedicata ai VIP si caricano troppo lentamente. Questo vuol dire che non si è tenuto conto che non tutti i potenziali visitatori sono dotati di connessioni veloci e del fatto che chi naviga utilizzando chiavette, smartphone o tablet può trovarsi in una zona con scarsa copertura. In questo caso immagini troppo pesanti rendono il loro caricamento talmente esasperante che dopo poco secondi, in genere 4″, il visitatore abbandonerà il sito per non tornarci più.

Errore n. 5: il visitatore che giunge sulle pagine Press ReleaseCollection trova la medesima dicitura il che è alquanto spiazzante. Inoltre, il testo contenuto nella prima delle due pagine non presenta i bottoni che permettono di salvarlo sul proprio PC, ingrandirlo o stamparlo ed in più contiene errori grammaticali e di ortografia. A voi miei cari lettori il compito di individuare quali.

Errore n. 6: i testi presenti sono scritti in caratteri troppo piccoli e soprattutto solo in inglese. La trovata non è geniale in quanto se entriamo in Press scopriamo che le uniche riviste di moda che al momento hanno prestato attenzione a questo brand sono quelle russe. Da ciò deduco che il principale mercato di sbocco di questi prodotti è la Russia. Quindi sarebbe stato un gesto cortese presentare i testi anche in russo. Infine, visto che il marchio si definisce Made in Italy sarebbe stato bello ritrovare i contenuti anche nella nostra lingua.

Errore n. 7:  la pagina Contacts è poco trasparente. Infatti, su di essa sono riportati solo i dati dello showroom che, notoriamente, si occupa solo della distribuzione del prodotto. Mancano i dati relativi alla società proprietaria del brand.

Ricordo a tutti che le società di capitali sono obbligate ex art. 42 della L. 88/09 a pubblicare sulla home page del proprio sito le seguenti informazioni:

a) la sede sociale;

b) l’ufficio del registro delle imprese presso il quale la società è iscritta e il numero di iscrizione;

c) il capitale sociale, indicato secondo la somma effettivamente versata e quale risulta esistente dall’ultimo bilancio;

d) l’eventuale stato di liquidazione della società;

e) se, in caso di SpA o di Srl, la società ha un socio unico.

In caso di mancato rispetto di tale obbligo di legge si rischia una sanzione amministrativa pecuniaria che varia da un minimo di € 206,00 ad un massimo di € 2065,00.

Suggerisco, inoltre, di indicare tra gli indirizzi di posta elettronica la propria PEC poiché in futuro potrebbe sostituire anche tra privati le classica raccomandata A. R. .

Errore n. 8: mancano contenuti che permettano di fidelizzare il visitatore e lo trasformino in un portavoce del brand. I testi proposti sono banali e non danno informazioni utili. L’unico spunto di un qualche interesse sono i nomi dei cappelli presenti in questa prima collezione ma se poi si vuole associare un nome ad un immagine non si può poiché come ho già detto in precedenza le fotografie non riportano alcuna didascalia. Tra le altre cose se i modelli proposti sono 12 perché solo 11 sono stati battezzati?

Errore n. 9: una volta entrati nella pagina dove si può vedere l’intera collezione Autunno-Inverno 2013/2014 ci si trova di fronte ad un caos colorato che svilisce il prodotto presentato. Meglio sarebbe stato mostrare ogni singolo modello, dopo averlo associato ad un nome o ad un codice, in modo nettamente separato dal successivo. Inoltre, anziché farci vedere per ogni singolo cappello le sue varianti avrebbero dovuto mettere una sola fotografia per modello clickando sulla quale si sarebbe dovuto accedere ad una scheda con le varianti colore ognuna con un suo codice identificativo. Questo errore dimostra che il sito non è stato costruito né per facilitare il lavoro dei buyer né per il cliente finale. Chi ha progettato il tutto non ha definito in precedenza il suo target e di conseguenza non vi nessuna chiara call to action richiesta al visitatore, che dopo la prima visita avendo appagato la sua curiosità non tornerà più sul sito web aziendale.

Qualora qualcuno di voi, miei cari lettori, individuasse ulteriori errori presenti nel sito che ho analizzato, vi invito a comunicarmeli in modo da arricchire col vostro contributo la presente discussione.

Se, invece, volete migliorare la vostra comunicazione via web non fatevi scrupolo e contattatemi.