Nicola Losito: I Pensieri e Le Divagazioni del Signor Giacomo

Oggi, mio caro lettore, ti propongo l’intervista che ho fatto a Nicola Losito, scrittore e blogger, che con i suoi scritti e la sua ironia ha colpito il mio interesse.

Buona lettura!

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho studiato in diverse scuole dell’Emilia-Romagna: Elementari a Lavino di Mezzo (BO), medie a Bologna, liceo Scientifico a Lugo di Romagna, ingegneria elettronica all’Università di Bologna, questo perché mio padre, sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, a ogni avanzamento di grado, doveva cambiare sede.

Essendo nato in Puglia mi reputo, a tutti gli effetti, un emigrante della cultura di base.

Quali sono state le tue esperienze lavorative?

Subito dopo la laurea ho trovato lavoro a Milano alla General Electric Information System poi acquisita dalla Honeywell, concorrente principale della IBM.

Dopo due anni in questa società, sono stato cooptato nell’industria cartotecnica di mio suocero. Una volta informatizzata la contabilità e la direzione commerciale, sono stato dirottato alla produzione: qui, per 24 anni, ho svolto la funzione di direttore di fabbrica. Da elettronico mi sono trasformato in meccanico. Oltre alla testa ho imparato a usare le mani, cosa piuttosto impegnativa per una persona inesperta, ma è stato divertente imparare a far funzionare le macchine alla massima velocità consentita.

L’avvento del fax e della posta elettronica rese matura la nostra produzione (fornivamo buste commerciali a quasi tutte le banche della Lombardia e del Piemonte) e così abbiamo dovuto chiudere l’azienda. Per arrivare alla pensione (mi mancavano 12 anni) ho aperto un’attività commerciale in Milano a cui ho dato il nome, molto significativo, di Punto a Capo.

Come nasce la tua passione per la scrittura?

In modo molto naturale anche se intervallata da lunghissimi periodi di completa dimenticanza.

Da piccolo leggevo molto e molto presto ho cominciato a usare la penna: il primo romanzo di 20 pagine l’ho scritto a 12 anni, il secondo a 28, prima della laurea. Due esperimenti da dimenticare.

L’anno dopo, in attesa di trovare lavoro, nacque il mio amore per i fumetti d’autore. Il Signor Giacomo con i suoi pensieri e le sue divagazioni, risale proprio a quel lontano periodo della mia vita.

Ho ricominciato a scrivere con impegno e costanza una volta terminato il lavoro attivo.

Come le tue esperienze di vita si riverberano nei tuoi scritti?

Praticamente i miei scritti in tarda età seguono la naturale evoluzione delle quattro stagioni degli esseri umani: l’infanzia/adolescenza, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia, stagioni da me rivissute mentalmente e rielaborate con la fantasia.

I primi anni di un bambino durante le vacanze estive nella masseria dei nonni in Puglia li racconto nel mio romanzo d’esordio scritto nel 2004.

Le esperienze di un giovane sposo si trovano nei racconti stilati fra il 2004 e il 2006. In questi brevi scritti parlo dell’amore, del sesso, del matrimonio, delle scappatelle, vere o inventate, di un marito e di molti altri argomenti.

Da un’assidua frequentazione del mondo virtuale di Internet di un uomo maturo, nasce il mio secondo romanzo.

Infine, le problematiche della vecchiaia, osservata con occhio ironico e, allo stesso tempo, realistico le affronto nel mio ultimo libro.

Cosa pensi del panorama editoriale italiano?

Attualmente, il panorama editoriale italiano è tristissimo. Si pubblica troppo e male.

Sui banconi delle librerie ci sono sempre gli stessi scrittori e, proprio per questo, non sono per nulla invogliato ad acquistare dei libri.

Il grosso di ciò che viene stampato in Italia è rappresentato da quegli autori stranieri che hanno già venduto parecchio all’estero, ma che ormai hanno smesso di accendere il mio interesse.

Da tempo non mi fido più delle recensioni che leggo sulla stampa o ascolto in TV. Quasi sempre si tratta di marchette prezzolate.

Per comprare un libro oggi mi affido al passaparola di amici e conoscenti.

Ti hanno pubblicato o ti sei auto-pubblicato?

Non ho mai inviato manoscritti a case editrici: l’unico che mi è stato chiesto espressamente da un editore conosciuto a una cena fra amici e, in seguito, anche da un responsabile della B.C.Dalai Editore, incontrato alla Cattolica durante una conferenza, è stato il romanzo Alla bisogna tango si balla, entrambi attratti dal titolo, un azzeccatissimo palindromo. Nel primo caso l’editore era alle prime armi e chiuse i battenti per sopravvenute difficoltà economiche, nel secondo caso, non so che fine fece il manoscritto: so solo che la casa editrice B.C.Dalai, in gravi difficoltà, venne venduta e cambiò ragione sociale in Baldini & Castoldi.

Non vorrei che si pensasse che sia stato il mio libro a fare fallire i due editori: entrambi non fecero in tempo a metterlo in stampa… ahahahah!

Dopo questa disarmante esperienza, l’estate scorsa, terminato il mio ultimo romanzo, ho deciso di auto-pubblicare sotto forma di e-book, predisponendone anche la versione cartacea, tutto ciò che la mia fantasia aveva partorito negli anni.

Da qualche mese, infatti, cinque mie opere sono presenti su Amazon Italia e sono scaricabili a prezzi decisamente abbordabili. Comunque, a chi me le chiede “con gentilezza”, sono disponibile a cederle gratuitamente.

Quanti romanzi hai scritto?

Ne ho scritti tre, nell’ordine: Ossi di Pollo, Alla bisogna tango si balla e Io e Agata. Le altre due mie pubblicazioni sono: I pensieri e le divagazioni del Signor Giacomo, una raccolta di fumetti umoristici e Piani Incrociati, una miscellanea dei miei migliori racconti.

Quando nasce il tuo blog e perché?

Il mio blog I pensieri e le divagazioni del Signor Giacomo nasce quattro anni fa quando scopro l’esistenza della piattaforma WordPress.

In passato avevo tenuto un blog di successo all’interno del social network Netlog, un antesignano di Facebook. Uscito da Netlog, avevo promesso a me stesso di chiudere con i social network ma, dopo una disintossicazione durata due anni, ho cominciato a scrivere su WordPress dove, a mio parere, la vita virtuale è meno aggressiva e i pericoli di sbandate sentimentali sono minori.

Se ti fai i fatti tuoi e non polemizzi con altri blogger, riesci persino a divertirti pubblicando le tue cose e puoi anche fare amicizia con un sacco di persone simpatiche.

Su questa piattaforma è possibile “postare” quando e come ti pare, cioè decidere tu la frequenza e le tematiche.

All’inizio pubblicavo cosucce umoristiche, le strisce del Signor Giacomo, qualche mio racconto, e recensioni dei libri che avevo letto e che mi erano piaciuti.

In seguito, avendo iniziato a viaggiare all’estero, ho iniziato a pubblicare a puntate anche i reportage e i filmati da me girati nei luoghi appena visitati.

Cosa ti ha portato la tua esperienza come blogger?

Immagino che tu voglia una risposta sincera.

Allora, anche a rischio di ricevere bacchettate dagli amici che mi leggono, ti dico che, finalmente, ho capito la mentalità di chi, come me, porta avanti un blog in Rete.

Per avere un buon riscontro devi tu stesso commentare il blog di chi ti segue. Devi, cioè, contraccambiare chi ha preso l’impegno di frequentarti. Se non lo fai, l’amicizia virtuale dura poco.

Io leggo volentieri i blog degli altri e, sorpresa delle sorprese, in questo modo ho incontrato persone davvero interessanti!

Certo, “contraccambiare” comporta stare molte ore attaccato a Internet, ma io mi sono dato una tempistica ferrea: alla Rete dedico solo due giorni alla settimana e poi faccio altro.

Da volontario insegno italiano agli stranieri, seguo un cineforum, leggo libri, faccio il dog sitter al cane di mia figlia, sono iscritto a un corso bisettimanale di ginnastica per la terza età (la mia), curo il prato nella casa di campagna (ho quasi vinto la mia guerra con i sassi), ascolto musica. Insomma ho la settimana piuttosto impegnata.

Il blog, per me, è un grosso impegno mentale e fisico. Non essendo un poeta che in pochi secondi d’ispirazione sforna versi di grande pregio, ma uno scrittore di prosa che ama approfondire i problemi, i miei post sono quasi sempre lunghi, forse troppo lunghi, frutto di ore e ore passate davanti a un computer.

Essendo molto lento a scrivere, ti puoi immaginare quanta fatica mi costa ogni singolo post che pubblico.

I blog che vanno per la maggiore, invece, sono tutti di un’invidiabile brevità. Il vero successo in Rete arriva quando la concisione si coniuga con la capacità di proporre ogni volta temi di grande interesse. A questi blogger va tutta la mia ammirazione.

Oltre al blog utilizzi anche i social network per promuoverti?

WordPress permette automaticamente di promuovere i post su Facebook, Twitter, Pinterest, Linkedin, Google+ ma, se devo dire la verità, non credo di avere molti follower su queste piattaforme. Il mio zoccolo duro è su WordPress. Qui ho diversi amici che mi seguono fedelmente da anni e a loro rinnovo il mio grazie più sincero.

Sei soddisfatto dei risultati ottenuti dai tuoi scritti?

Sono soddisfatto dei miei scritti. Per quanto riguarda i risultati, che dire? Mi basta sapere che qualcuno, al di fuori della ristretta cerchia di amici e parenti, legge i miei libri e i miei post e apprezza la fatica e l’impegno che ci ho messo a scriverli.

I soldi e la gloria mi affascinano parecchio, ma so che difficilmente busseranno alla mia porta. Ma questo banale pensiero, alla mia età, ha smesso di turbarmi il sonno. Giuro.

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Come il Milanese Imbruttito ti lancia il suo pub

 

L’altro giorno stavo chattando su Facebook con una ragazza di 25 anni che ha realizzato il suo sogno di aprire una birreria.

Essendo figlia di ristoratori ed avendo maturato sei anni di esperienza lavorando nei pub in Italia e all’estero pensava di riuscire a lanciare abbastanza facilmente, nonostante la crisi, la sua attività. Così non è stato e, come mi ha scritto, è stata costretta a convertire la birreria in bar/trattoria.

Quando ho letto queste sue ultime parole ho subito pensato: “Che linguaggio datato! Fa troppo anni ’70“.

Dopodiché ho immaginato quello che, invece, mi avrebbe scritto il Milanese Imbruttito (per coloro che non conoscono questo mitico personaggio consiglio una visita alla sua fan page su Facebook, n.d.r.). Più o meno sarebbe stato così: “Visto che il mercato non rispondeva come avevo sperato, ho convertito il pub in un TrattoBar. Da quel momento gli affari hanno iniziato ad andare alla grande!”.

A questo punto ho voluto immaginare tutto il percorso seguito dal Milanese Imbruttito per aprire e lanciare il suo locale.

All’incirca sarebbe stato il seguente:

PREMESSA

Il Milanese Imbruttito non ha alcuna esperienza di cucina, al massimo ha frequentato qualche corso serale in quanto cucinare è la moda del momento, e non conosce nulla di come si gestisce un pub, sebbene sia un grande frequentatore di Happy Hour, Sushi Bar, Chiringuito e di tutti i locali che fanno tendenza.

Il Milanese Imbruttito ha un lavoro cool nel fashion, in pubblicità oppure nel design. Guadagna bene ma è stressato. Vuol cambiare vita ed il suo giudizio è influenzato dai programmi televisivi che vede sui nuovi canali digitali: Cielo, Real Time, D-Max, Fine Living e La Effe.

Il Milanese Imbruttito ha snasato che il food è il futuro e ci si butta a capofitto. Ma non essendo un pirla (nota espressione dialettale milanese che sta ad indicare uno stupido, n.d.r.), fa le cose con giudizio.

#1 – LA RICERCA

Il Milanese Imbruttito imposta la sua ricerca su Internet.

Il primo dei criteri da lui utilizzati per individuare il luogo dove iniziare la sua nuova avventura è la vicinanza a Milano. Infatti, ha un piano B, caso mai le cose si mettessero male, riciclarsi come freelancer nel suo vecchio giro. Un’ora e mezza in auto o in treno dal capoluogo lombardo è la distanza perfetta.

Il secondo criterio è che sia un posto turistico dove ci si possa divertire alla grande sia di giorno che di notte.

La sua scelta, per forza di cose, cade sull’area del Lago di Garda che è frequentato da 17 milioni di turisti l’anno, la maggior parte dei quali vengono da Germania, Olanda, Austria, Inghilterra e Russia, e che suo nonno e suo padre chiamano il lago giovane in contrapposizione con gli altri laghi del nord Italia che per loro sono tristi.

Trovata l’area dove trasferirsi individua il locale da prendere in gestione attraverso i siti web di Secondamano e Subito.it.

Per questioni di budget decide di rilevare la gestione di un pub a Ponti sul Mincio, un piccolo paese a cavallo di tre province (Brescia, Mantova e Verona) e a 2 Km da Peschiera del Garda dove ci sono la stazione dei treni e l’imbocco dell’autostrada A4 Milano-Venezia. Oltre a ciò questo paesino di poco più di 2200 abitanti è circondato da una stupenda campagna che tanto ricorda quella toscana.

#2 – L’INDAGINE DI MERCATO

Il Milanese Imbruttito per prima cosa studia il paese ed i suoi competitor.

Scopre così che ci sono tre circoli ricreativi, due bar, due bar/trattoria, un bar/pizzeria ed un bar nella palestra comunale.

Nel paese non c’è un locale cool che attira utenza dal circondario.

Stabilisce, quindi, i suoi obiettivi:

  • Attirare il traffico di passaggio sulla strada provinciale che passa davanti al suo locale;

  • Conquistare clienti dal paese e dal circondario, specialmente da Peschiera del Garda.

#3 – IL NAMING

Il Milanese Imbruttito sa che per avere successo, oltre a fornire un prodotto di qualità, occorre un nome accattivante ed una forte immagine online.

In onore di un noto vizio italico che, ultimamente, sembra andare per la maggiore decide di chiamare il suo locale The Bribe.

La scelta ricade su un nome in inglese poiché se il TrattoBar avrà successo il suo business plan prevede la creazione di una catena di locali. In fondo rimane sempre un milanese e la fresca (il denaro, n.d.r.) non gli fa certo schifo.

Fatte tutte le opportune ricerche trova che nessuno utilizza questo nome ed acquista il relativo dominio internet.

#4 – IL LOGO

Il Milanese Imbruttito si rivolge al suo graphic designer di fiducia e gli dà l’incarico di creare la corporate identity del suo brand. Nasce così il logo The Bribe – TrattoBar.

I mock-up del packaging, della T-shirt, delle brochure e dei biglietti da visita, ovviamente, risultano very cool.

Fatto ciò registra il marchio mettendo in cassaforte questo importante asset aziendale.

#5 – IL MARKETING

Il Milanese Imbruttito programma la sua campagna marketing ancora prima di aprire il locale.

Per quanto riguarda il marketing online, oltre al sito istituzionale che sarà creato da un suo amico web designer di provata esperienza, la comunicazione si svilupperà su: Facebook con una fan page dedicata, Google+ con una pagina business, Instagram e Pinterest.

Inoltre, contatterà tutti i food blogger della zona con l’intento di trasformarli in sneezer in modo che promuovano la sua ideavirus.

Seth Godin docet!

Mentre per il marketing offline opterà per operazioni di co-marketing con gli agriturismi che non offrono servizi di ristorazione, i bed & breakfast, le residenze e gli zimmer frei, cioè coloro che affittano le stanze ai turisti di passaggio. Inoltre, durante il periodo estivo sguinzaglierà alcuni PR per le spiagge del basso Garda.

Ovviamente, ci sarà la classica inaugurazione a cui saranno invitati sia i cittadini di Ponti sul Mincio che gli amici trendy del suo giro di Milano.

Nel corso dell’anno al The Bribe si terranno diversi eventi tra cui la famosa sfida Man vs. Food, quest’ultima da tenersi in special modo durante La Sagra di San Gaetano, l’evento più importante dell’estate pontirola. I suoi vincitori entreranno nella The Bribe – Hall of Fame e vinceranno la T-shirt del locale oltre a non pagare il conto della consumazione.

#6 – IL LOCALE

Il Milanese Imbruttito per quanto riguarda la ristrutturazione e l’arredo del suo TrattoBar si affida ad un giovane interior designer a cui chiede di coniugare modernità e tradizione. Alle pareti dai colori vivaci appenderà immagini patinate di alcuni dei piatti proposti dalla sua cucina, mentre vicino al bancone ci saranno tre bacheche.

La prima intitolata Dove Dormire, scritta che apparirà in italiano, inglese e tedesco, esporrà le brochure delle residenze, degli agriturismi, dei bed & breakfast e degli zimmer frei che contraccambieranno il favore.

La seconda denominata Cose da fare, anch’essa in triplice lingua, sarà dedicata alle brochure dei parchi di divertimento, delle attrazioni turistiche, delle attività sportive e dei musei del circondario.

La terza The Bribe – Hall of Fame raccoglierà le immagini dei vincitori della sfida Man vs. Food.

In cucina si affiderà a personale esperto nella cucina mantovana che riesca a proporre piatti abbondanti e dalla bella presentazione sia per l’economico Menù del Camionista di mezzogiorno sia per quello “alla carta”.

Al bar servirà, oltre ai cocktail ed alle bibite, birre artigianali e vini locali.

Inoltre, ci saranno il biliardino e la connessione wi-fi gratuita.

CONCLUSIONI

Il Milanese Imbruttito propone un’attività tradizionale come quella della ristorazione in una confezione diversa e più idonea al XXI secolo. In questo modo si differenzia dagli altri competitor, dà un valido motivo alla clientela fidelizzata di questi ultimi per provare il suo locale e, magari, per abbandonare definitivamente la concorrenza.

Per questo motivo il Milanese Imbruttito ha ottime possibilità di successo rispetto a chi continua a riproporre gli schemi tradizionali. Le persone, infatti, sono stimolate dalle novità e le abbracciano volentieri.

E voi, miei cari lettori, cosa ne pensate a riguardo? Quali strategie adottereste per lanciare il vostro pub?

 

Simone Lucchina: Ghostbox

Oggi, miei cari lettori, vi farò scoprire attraverso questa mia intervista Simone Lucchina, architetto – graphic designer – blogger, e il suo blog Ghostbox. Buona lettura.

Quale è stato il tuo percorso scolastico?

Sono appassionato di disegno fin da piccolo. Ho frequentato il liceo scientifico, che mi ha dato un’infarinatura generale per quanto riguarda il disegno tecnico e mi ha anche permesso di studiare storia dell’arte. Mi sono, tuttavia, iscritto alla facoltà di Medicina, assecondando il desiderio dei miei genitori, che volevano seguissi le orme di mio padre, medico specializzato in medicina dello sport e che in passato è anche stato massaggiatore di importanti squadre di calcio, come il Torino e il Varese, città dove risiedo, quando quest’ultima era in serie A. Dopo il primo anno accademico ho deciso di cambiare facoltà e mi sono iscritto alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano, dando così ascolto alla mia vera vocazione.

Quali sono state le esperienze lavorative che più ti hanno formato?

Voglio fare una considerazione generale sulle mie esperienze lavorative che considero tutte importanti dal punto di vista formativo. 

Ho lavorato presso vari studi professionali, ho collaborato con aziende di Interior Design e svolto dei lavori da libero professionista. 

Lavorare in uno studio di architettura significa, in un certo senso, continuare un percorso iniziato durante gli anni di università e con il tirocinio. Lo spirito di squadra che si crea all’interno di un ufficio è simile a quello che si instaura all’università con i propri compagni di gruppo all’interno dei laboratori. Per chi non lo sapesse, i laboratori sono dei corsi di progettazione nei quali viene assegnato agli studenti, divisi in gruppi, un tema progettuale da svolgere durante l’anno, che verrà via via perfezionato in seguito a revisioni con i docenti e discusso poi durante l’esame finale. Sono perciò una sorta di simulazione di quello che lo studente si troverà in seguito a svolgere nella sua attività professionale, con una particolare attenzione rivolta verso l’aspetto compositivo. 

Proprio come a scuola, anche all’interno di un team di professionisti ci si divide i compiti e ci si coordina. E’ logico ed è anche un bene che ad un certo punto ciascun membro si focalizzi su un aspetto della progettazione piuttosto che un altro, in primis a seconda delle necessità, poi anche delle proprie caratteristiche. Io mi sono sempre contraddistinto per una certa propensione ad occuparmi dell’aspetto creativo e della restituzione grafica del progetto. 

Ho imparato da autodidatta ad utilizzare i principali software in grado garantire risultati professionali, capacità che ho messo a frutto anche collaborando con aziende nel ramo dell’Interior Design e in maniera indipendente come graphic designer. 

Le tre realtà lavorative presentano però degli aspetti profondamente differenti. Il titolare di uno studio di architettura o i soci, sono generalmente architetti o ingegneri edili, tendono a crearsi una clientela stabile. Se gli studi sono di piccola o media dimensione, il raggio d’azione è locale e preferiscono lavorare con le stesse imprese o con gli stessi artigiani.

I clienti ripongono fiducia nei professionisti e sanno che dovranno pagare una parcella in base alle loro prestazioni professionali che possiamo definire un servizio di natura tecnico-intellettuale. Gli studi professionali nel settore edile sono quelli che maggiormente hanno sentito gli effetti nefasti della crisi. 

Per quanto riguarda le aziende che si occupano di arredamento, il loro titolare o i soci hanno spesso una formazione diversa, di stampo manageriale o commerciale. Cercano di raggiungere una clientela sempre più numerosa coprendo tutto il territorio con campagne pubblicitarie mirate su specifiche riviste di settore, ma anche tramite web marketing e telemarketing. Il servizio di progettazione e preventivazione viene offerto gratuitamente al cliente, che pagherà invece la realizzazione, la consegna e il montaggio dei componenti. Proprio per la fase iniziale di proposta vengono maggiormente richieste le mie capacità di restituzione grafica, in modo da coinvolgere maggiormente i potenziali clienti, i quali spesso si rivolgono a più aziende concorrenti contemporaneamente. Non è sempre detto che prevalga il progetto più economico: spesso infatti i clienti sono ben disposti a spendere di più se si innamorano del progetto, ragion per cui la presentazione del progetto è un aspetto di cruciale importanza. Collaborare con un’azienda significa essere in grado di sostenere ritmi lavorativi più serrati e saper passare con disinvoltura da un progetto ad un altro, il che è sicuramente utile per “farsi le ossa”. Siccome il fine dell’azienda è quello di fare utili, contenendo i prezzi di produzione per rimanere competitiva, spesso il professionista viene trattato alla stregua di un fornitore; ciò comporta essere sempre disposti a trattare per quanto riguarda il compenso del proprio lavoro soprattutto quando poi il contratto non viene firmato dai clienti. Ad un certo punto ciò può davvero risultare snervante perché non rende affatto giustizia al proprio impegno. 

Lavorare in maniera indipendente, come graphic designer, mi permette infine di avere il controllo su tutti gli aspetti del lavoro, incluso quello di trattare direttamente con il cliente. Anche per lavori di modesta entità, occorre una grande organizzazione, saper porre le domande giuste in grado di individuare istantaneamente le esigenze del cliente, essere chiari circa revisioni, ciò che verrà consegnato, in che modalità, tempistica di consegna e pagamenti. Anche pianificando tutto nel modo migliore spesso però possono capitare spiacevoli sorprese. Mi piacerebbe poter essere affiancato in questo ruolo da un agente, che conosca profondamente il mio portfolio, le mie potenzialità e che possa individuare possibili clienti a cui proporlo. Si dovrebbe occupare anche della gestione dei contratti. Così io potrei occuparmi solamente dell’aspetto creativo, dell’aggiornamento formativo e dell’auto-promozione via web.

3) Come nasce Ghostbox e come mai hai scelto proprio questo nome così particolare per il tuo blog?

Ho scritto un post sul mio blog in cui spiego la genesi di questo nome, intitolato Il logo GhostboxSono da sempre appassionato di fumetti, il nome Ghostbox è il titolo di una breve saga fantascientifica degli X-Men, scritta da Warren Ellis e disegnata da Simone Bianchi, il bravissimo disegnatore italiano che ormai lavora in esclusiva per la Marvel Comics e che ho avuto il piacere di conoscere in occasione di Lucca Comics, la più importante fiera del fumetto italiana. In questa avventura gli X-Men ritrovano delle strane scatole metalliche provenienti dallo spazio, ovvero i ghostbox del titolo, e scoprono che questi oggetti misteriosi sono in realtà dei “portali dimensionali” tramite i quali è possibile accedere ad universi paralleli.

E non è forse vero che attraverso la creatività e la fantasia è possibile viaggiare in territori inesplorati e solo immaginabili similmente a  quanto avviene in questa storia con i ghostbox? 

Il blog nasce subito dopo aver creato la pagina Facebook omonima, sulla quale ho cominciato a presentare i miei lavori. Mi occorreva uno strumento più versatile, con il quale poter scrivere liberamente, presentare i miei progetti, inserire i link e poter discutere con gli utenti. Sono infatti convinto che solo così ci si può far conoscere ed apprezzare sempre di più, ingrandendo via via il cerchio della fiducia. Creare un blog era pertanto diventata una necessità.

A parte il tuo blog come sei presente in Rete?

Sono un po’ dappertutto: oltre alla già citata pagina Facebook, ho anche un account su Twitter, Pinterest, Google+, Linkedin e il nuovo social The Voice Beck, che ho conosciuto proprio grazie a te.

Su Facebook ho contribuito a creare anche altre pagine, ed attualmente co-amministro due pagine della mia compagna Michela: Peéc par Tuùc  handmade home decor, decorazioni per la casa fatte a mano, e “Birrifugio” Morrigan incentrata sul mondo della birra artigianale e dell’homebrewing.

Cerco di diversificare la mia presenza sui vari social sfruttando le loro caratteristiche peculiari ed assecondando i rispettivi utenti.

Fai parte di qualche community per specialisti del tuo settore come ad esempio 99designs? 

Non conoscevo questa comunità, mi informerò.

Sono membro di diversi gruppi professionali su Linkedin e anche su Facebook, inoltre ho un portfolio sulla piattaforma per creativi Behance .

Hai un suggerimento particolare da dare ai miei lettori su come promuoversi in modo efficace in Internet?

Ci sono molti blog e risorse online che forniscono preziose informazioni in tal senso. Ultimamente ho trovato molto utile la lettura degli articoli di My Social Web, il blog di Riccardo Esposito.

Consiglio inoltre di abituarsi a scrivere, e di non considerare la scrittura sul web come un atto concluso in sé, ma di valutarla per la sua possibilità di generare discussioni, e di prestare pertanto attenzione ai commenti ai quali bisogna rispondere tempestivamente per non allontanare i lettori. Anche abituarsi a leggere altri blog, commentando in maniera appropriata e pertinente aggiungendo il proprio parere, può portare a sé ulteriori lettori facendovi confluire quelli del blog dove si è commentato. Il web è per sua natura social: se si vuole crescere bisogna saper condividere informazioni con gli altri, l’isolamento non è conveniente e non c’è spazio per l’egoismo.

Miei cari lettori, se volete scoprire qualcosa di più sul progetto che vi ho appena presentato visitate il sito Ghostbox.

Invece, se avete bisogno di una guida nel mare magnum dei social network, contattatemi. Sarò il vostro Virgilio.

Vito Montedoro: FashionLiquid

Oggi, miei cari lettori, vi propongo l’intervista che ho fatto a Vito Montedoro, titolare del blog FashionLiquid. Il nostro primo incontro è avvenuto su Linkedin, il social network dedicato al mondo del lavoro, allorquando ho risposto al quesito che aveva proposto ai membri di uno dei gruppi tematici di cui faccio parte. Da quel momento è nato un breve ma interessante scambio di email che mi ha fatto decidere di includerlo nella cerchia delle persone da intervistare.

Quali studi hai fatto e quale percorso lavorativo hai seguito?

Il mio percorso di studi è variegato: ho un diploma di maturità di Geometra ed una laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Filosofia Teoretica dal titolo: “Le metamorfosi del corpo e della moda nel postmoderno”.

Successivamente, ho conseguito un Master allo IULM di Milano come Creative Manager. 

Il mio percorso lavorativo, invece, si è concentrato sulle P.R. nell’industria della moda in cui ho svolto diversi “stage”.

Come nasce la tua passione per il mondo della moda?

La passione per questo mondo complicato e tutto scintillante è nata da bambino. Infatti, mia madre è sarta. Quindi sono cresciuto tra stoffe, cotoni e riviste di moda.

Quando e perché nasce l’idea di aprire un tuo blog?

L’idea di scrivere un blog nacque per caso nel 2009 ma l’abbandonai quasi subito. Nel 2011 decisi di riprendere in mano le redini del progetto. Iniziai a fare ricerche e poi a scrivere.

Come ti sei mosso per stabilire i contatti con gli stilisti e gli altri fashion blogger?

Ho utilizzato principalmente la Rete che è un potente mezzo di comunicazione ed è anche lo strumento che ci ha permesso di entrare in contatto.

Quali risultati hai ottenuto fino ad ora?

Risultati? Beh, alcuni… grandi ringraziamenti e qualche cadeaux. La qual cosa mi ha rincuorato, ma il mio obiettivo attuale è quello di essere invitato a far parte del pubblico delle sfilate.

Inoltre, sono diventato fornitore di contenuti per il blog: A Shaded View on Fashion della famosa fashion blogger Diane Pernet. Scrivere per una persona importante come lei è un’esperienza fantastica che mi arricchisce molto dal punto di vista linguistico, scrivo infatti articoli in lingua inglese, sia da quello stilistico.

Oltre a Linkedin utilizzi altri social network per promuovere il tuo blog e la tua immagine? Quali e come lo fai?

Sì. Utilizzo Facebook e Twitter per pubblicare i miei post, mentre su Instagram pubblico i miei outfit.

Cosa ne pensi del fatto che Pinterest abbia selezionato alcuni fashion blogger e li abbia abbinati a degli stilisti per raccontarci attraverso le loro pin le collezioni Donna PE 2014 ed il dietro le quinte delle fashion week di New York, Londra, Milano e Parigi?

Sicuramente, il criterio di selezione dei blogger è stato ” La Popolarità”.

Ma non usando io Pinterest non saprei che giudizio darti su questo progetto di cui tu mi parli per la prima volta. 

Detto fra noi, io difficilmente guardo quello che fanno gli altri fashion blogger in quanto cerco di restare fermo sulle mie idee senza subire influenze esterne.

A questo punto, miei cari lettori, se il mio articolo vi ha incuriosito e volete scoprire qualcosa di più sul blogger che vi ho appena presentato visitate il sito: http://montedoro-vitofashionliquid.blogspot.it/ . 

Invece, se avete bisogno di una guida nel mare magnum dei social network, contattatemi. Sarò il vostro Virgilio.

Gregory Colla & Stefano Pedone: WTDJ (WHO IS THAT DJ)

Prosegue la mia indagine su come gli italiani sfruttano le potenzialità insite nel web 2.0 al fine di realizzare i propri progetti.

Oggi intervisterò due DJ: Gregory Colla, un amico di lunga data che conobbi durante un soggiorno sull’isola di Minorca, e Stefano Pedone, suo compagno in questa avventura. 

Quando nasce il vostro sodalizio musicale? 

Il nostro sodalizio artistico nasce nell’estate del 2012.

Perché avete deciso di chiamarvi “Who is that DJ”? 

L’idea del nome nasce dal fatto che per i nostri DJ set ci presentiamo al pubblico mascherati e da una scena piuttosto comune nelle discoteche di tutto il mondo: l’immagine di un ragazzino che vede in azione un DJ ed esclama “Who is that dj?”. Si presume, ovviamente, che l’interrogativo sia dovuto al fatto che in quel momento il DJ alla consolle stia “spaccando di brutto”, entusiasmando il pubblico in sala.

La professione del DJ, oggi, non si limita più alla sola scelta del genere musicale da proporre, ma coinvolge l’ascoltatore su più fronti. Chi viene alle nostre serate, ad esempio, è coinvolto in una vera e propria performance artistica. Il progetto WHO IS THAT DJ, infatti, segue la tendenza odierna di alcuni performer di presentarsi mascherati alla consolle. A differenza di questi dj che traggono l’ispirazione per il loro camuffamento dalla sci-fi come i Daft Punk, i Djs From Mars o Deadmau5 noi ci presentiamo sulla scena vestiti come il personaggio de “Il Macellaio” interpretato da Daniel Day Lewis in Gangs of New York. Un balzo indietro nel tempo al 1846 nel degradato quartiere dei “Five Points” della suddetta città. 

Il nostro obiettivo, comunque, è quello di offrire la massima qualità sia in fase produttiva sia durante i nostri dj set. 

Avete studiato uno strumento musicale o composizione? 

Entrambi abbiamo studiato uno strumento e anche se oggi le nostre produzioni vengono sviluppate solo davanti al PC, la nostra conoscenza musicale viaggia in parallelo con quella informatica. A volte, però, quest’ultima assume un ruolo preponderante nella creazione di un singolo. Di contro, per quanto riguarda la musica che produciamo non è necessario aver studiato uno strumento musicale o composizione. Questo non vuol dire che creare un pezzo di qualità sia facile ed alla portata di tutti. Bisogna conoscere bene il programma informatico che si utilizza e riconoscere le frequenze sonore giuste facendole collimare. 

Qual è il vostro genere musicale preferito? 

Ascoltiamo veramente di tutto. E’ incredibile come il linguaggio musicale sia davvero universale. Troviamo spunti davvero interessanti in tutti i generi di musica. 

Qual è il vostro background culturale? 

Entrambi abbiamo seguito diversi percorsi artistici oltre a quello musicale. Ad esempio, abbiamo recitato a teatro. Queste esperienze ci hanno molto aiutato nella creazione del personaggio: WHO IS THAT DJ. 

Che tipo di musica create? 

Le nostre sonorità sono il frutto di una continua ricerca sperimentale. Spaziamo tra diversi generi: Dubstep, Complextro, Electro House, Progressive House. 

Come utilizzate la Rete per sviluppare il vostro progetto artistico? 

La nostra attenzione nei confronti della Rete e dei Social Network è altissima. Ci puoi trovare su: SoundCloud, Facebook, Twitter, Myspace, Linkedin, Google+, You Tube, Tumblr, Pinterest, Instagram. Il nostro progetto cresce in funzione dei “like” ottenuti. Si sa che la sovraesposizione online porta popolarità e di conseguenza crescono le opportunità lavorative e di business. E’ un’operazione molto delicata e strategicamente difficile, per questo abbiamo deciso di affidare ad un professionista ed amico questo arduo compito. 

Quali risultati avete ottenuto fino ad ora? 

La nostra presenza online ci ha portato, per quanto riguarda la produzione musicale, a collaborare con alcuni artisti stranieri e con due etichette discografiche indipendenti: l’inglese MyCity Unsigned Records, che ha sede Londra, e la tedesca Betty Beat Records. Inoltre, i nostri singoli si trovano sui maggiori portali che commerciano musica online tra cui iTunes, Beatport, Amazon e molti altri. 

La nostra speranza è che la Rete ci aiuti ad ottenere la possibilità di esibirci al di fuori della scena torinese.

Cari lettori, se siete curiosi di scoprire la musica dei WTDJ o di vedere le loro performance non vi resta che cercarli sui social network su indicati oppure potete contattarli attraverso la loro email ed invitarli ad esibirsi nel vostro locale oppure ad un vostro evento: whoisthatdj@gmail.com

Qualora, invece, abbiate bisogno di aiuto per sviluppare la vostra comunicazione online non siate timidi e contattatemi. Correrò in vostro aiuto.

Organizzare il proprio spazio su Pinterest

Pinterest è il Social Network del momento. Ha un alto tasso di penetrazione presso il gentil sesso ed, oltre ad essere un divertente passatempo che permette di collezionare immagini tratte da Internet oppure caricate dai propri device, è un’ottimo strumento per il visual marketing. Per questo motivo molte aziende si sono, già, posizionate o si stanno posizionando su di esso.

A prima vista questo nuovo social network sembra uno strumento molto facile da utilizzare. Infatti, la call to action è semplice: si creano delle board oppure si utilizzano quelle, già, predisposte di default e vi si caricano le nostre immagini preferite. Inoltre, si seguono le board di altri partecipanti che hanno gusti simili ai nostri ed, a volte, si repinnano sulle nostre pinboard le immagini di  coloro che seguiamo che più ci sono piaciute o si lascia su di esse un “Like” od un commento. E  così facendo col tempo ci si crea un proprio gruppo di follower.

L’obbiettivo che le aziende si prefiggono è, quindi, quello di procacciarsi un ampio seguito che si trasformi in clienti ed in strumento di promozione indiretta dei loro prodotti attraverso il passaparola nel mondo reale e la diffusione delle immagini grazie ai repin in quello virtuale. Per far ciò non basta, però, caricare le fotografie dei beni che si vendono corredate da un link al proprio portale aziendale di e-commerce e del prezzo di vendita. Le immagini dei prodotti dovranno rispondere a canoni ben precisi e  cioè essere molto più curate rispetto a quelle presenti in un normale catalogo aziendale o sul proprio sito istituzionale.

Ricordatevi sempre che uno still life ben curato cattura l’attenzione dell’osservatore, lo trasforma in un nostro follower e fa sì che esso diffonda l’immagine del nostro prodotto tra il suo seguito.

Quindi se siete un’azienda investite qualche risorsa in un buon fotografo. Ciò che spenderete, col tempo, vi garantirà un buon ritorno. Inoltre, la cura dell’immagine del vostro prodotto, fosse anche un semplice bullone, vi garantirà di differenziarvi dai vostri competitor.

Bisognerà, inoltre, dare una corretta denominazione alle proprie board ed organizzarle in modo adeguato secondo il grado d’importanza che diamo al prodotto in essa mostrato (ad es. se abbiamo creato una board denominata “Chiodi” in automatico l’algoritmo di Pinterest, che cataloga le board in ordine alfabetico, la porrà prima di quella denominata “Martelli”, se tale soluzione non è di nostro gradimento basterà posizionare il puntatore del mouse sulla board “Martelli”, clickare il tasto sinistro del mouse e mantenendolo premuto trascinarla nella posizione antecedente alla board “Chiodi”).

Mentre organizzate il vostro spazio ricordatevi che il cervello di noi occidentali vede le immagini e le cataloga per grado d’importanza secondo il seguente schema:

1) Da sinistra a destra;

2) Dall’alto verso il basso.

Per tale motivo dovremo sempre porre la board che riteniamo più importante nella zona in alto a sinistra del nostro spazio a questa faremo seguire la seconda per ordine d’importanza e così via.

Inoltre, ricordatevi sempre di creare un buon colpo d’occhio. Bisogna che la successione delle pinboard dei prodotti segua un filo logico e non assomigli ad un’accozzaglia messa lì a caso. Ad esempio potete usare il colore come fil rouge nell’organizzare la vostra successione di board. Infatti, se tutte le cover di ogni singola pinboard avranno il medesimo colore predominante cattureranno più facilmente l’attenzione del visitatore ed avremo maggiori probabilità che esso diventi un nostro follower.

 A questo punto non mi resta che augurarvi: Happy Pinning!

Se avete qualche altro suggerimento utile per gli utilizzatori di Pinterest lasciate un commento. Qualora, invece, abbiate bisogno di una consulenza personalizzata non fatevi scrupolo nel contattarmi.

PinClout è diventato PinReach

Nel mio ultimo post avevo, già, parlato di PinClout, uno strumento di analisi che aiuta a misurare la propria influenza su Pinterest, il Social Network del momento, e che nell’intenzione dei suoi fondatori dovrebbe aiutare le aziende a sviluppare i propri affari.

Da qualche tempo PinClout non esiste più. Infatti, i suoi creatori sono stati costretti dagli avvocati di Klout, il noto strumento, nato nel 2008, che permette di misurare la propria influenza sui vari Social Network su cui si è presenti ed alle aziende e ai loro addetti marketing di individuare i vari influencers in modo da cooptarli nella promozione del proprio brand, a cambiare nome e dominio web poiché, secondo loro, essendo i servizi proposti dalle due aziende simili s’ingenerava confusione negli utenti e nei potenziali clienti.

Chris Fay, il co-fondatore di PinClout, non ha voluto impegnarsi in una estenuante battaglia legale e quindi nel giro di poco tempo ha partorito un nuovo e più accattivante nome per la sua azienda: PinReach, Pinterest Influence & Analytics. 

Questo fatto dimostra come la battaglia per la supremazia nel mondo dei Social Network e degli strumenti ad essi collegati si è fatta più dura.

Speriamo solo che questo non impedisca la nascita di nuove start-up del settore. Infatti, tutti gli ostacoli posti all’ingresso di nuovi entranti in un determinato mercato rendono tutti noi più poveri e rallentano l’evoluzione tecnologica del suddetto.   

Pinterest

Pinterest è il social network del momento. Il suo pubblico, in maggioranza appartenente al gentil sesso, cresce in modo esponenziale grazie alla sua facilità d’uso. Inoltre, a causa del suo strepitoso successo vi sono già dei cloni che vogliono contendergli il trono. Tra questi vi è quello in lingua italiana Pinspire. 

I latini dicevano nomina sunt consequentia rerum e Pinterest, unione dei termini pin e interest, già dal nome dà l’idea del  suo utilizzo ovvero, con una traduzione dall’inglese molto libera, “cattura ciò che ti interessa”.

Avete presente le bacheche in sughero che adornano le stanze di molti di noi in cui sono attaccate con le puntine,  pin in inglese, foto, cartoline dei luoghi che abbiamo visitato o quelle inviateci dai nostri amici e parenti oppure quelle pubblicitarie, che hanno colpito la nostra attenzione mentre eravamo in quel locale trendy a goderci l’Happy Hour con gli amici, e quant’altro riteniamo degno di esser ricordato (ad es. i biglietti di un concerto, l’invito di una discoteca ecc.)? Ecco Pinterest è l’alter ego virtuale di queste bacheche. Come quelle reali rendono chiaro a chi le osserva i nostri gusti ed il nostro stile di vita, lo stesso accade con le nostre board all’interno di questo mondo virtuale. Solo che qui i visitatori possono essere milioni rispetto ai pochi che possono vederle nel chiuso delle nostre stanze.

La funzione più interessante di questo ordinato social network è il bottone Pin It che una volta inserito nella barra del nostro browser ci permette di collezionare tutte le immagini che troviamo durante la nostra navigazione in Internet per inserirle nelle board che abbiamo creato.

Per il resto, Pinterest riprende lo stile di Twitter mixandolo con quello di Tumblr. Ci sono 500 caratteri a disposizione per descrivere l’argomento della foto che si pubblica e 200 per descriversi nel proprio profilo. Si possono seguire altri membri del social network senza bisogno che questi ci accettino tra i loro follower come, invece, accade su Facebook e si può scegliere se seguire tutte le loro board oppure solo alcune di esse.   

Per i brogrammer, termine con cui negli States si indicano i nerd dal bell’aspetto e trendy, c’è un ulteriore strumento Pinclout con cui si può monitorare la propria influenza all’interno di Pinterest. Tenete conto però che per raggiungere e mantenere uno score alto dovrete pinnare di frequente.