Caterina Vidulli: CMI

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Fondatrice CMI

Oggi, mio caro lettore, ti farò conoscere una donna molto in gamba, Caterina Vidulli di CMI, startupper seriale e agente 007 del web.

Di lei stai sicuro che sentirai presto parlare. Magari, per una exit milionaria.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 30 anni e vivo a Trieste. Ho provato a vivere senza il mare, ma non ci sono ancora riuscita.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Se riguardo indietro, il mio percorso è stato sempre segnato dalla ricerca dell’innovazione.

Alle medie ho scelto la sezione sperimentale informatica e ho partecipato al gruppo responsabile del sito web della scuola.

C’era ancora Microsoft Front Page, sembra preistoria ripensandoci adesso.

Poi alle superiori ho scelto il Liceo Scientifico con specializzazione PNI, Piano Nazionale Informatica.

Avevamo due ore alla settimana di programmazione e in particolare usavamo Pascal, un linguaggio di programmazione molto semplice che però ti insegna a ragionare in “programmese”.

Quando ho scelto l’università ti confido che avevo diversi dubbi: amavo sia le materie scientifiche che quelle umanistiche.

Alla fine la scelta è ricaduta su Ingegneria Gestionale perché era proprio una commistione di tutto ciò: dagli esami più tecnici di informatica, macchine, elettronica, etc. che seguivo con chi studiava le altre ingegnerie, a esami di marketing, strategia ed economia aziendale.

Rifarei ancora mille volte la stessa scelta! Importante anche l’anno all’estero, con il programma Erasmus.

Sono stata in Irlanda, a Cork, e oltre a conoscere un metodo didattico totalmente diverso, ho conosciuto un mondo in cui l’idea di diventare imprenditori era promossa molto di più rispetto che in Italia.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

La mia prima esperienza non è stata propriamente “convenzionale”.

Verso la fine dell’università con un team di altre due persone ho iniziato a lavorare a un progetto di startup.

Non è questa la sede ideale per raccontarti esattamente il progetto: ti dirò solo che il nostro obiettivo era quello di aiutare le piccole aziende a cogliere l’opportunità non sfruttata di interagire di più con i propri clienti grazie al web.

Era il 2012 e il mondo delle startup, soprattutto in Italia, era ancora agli albori: non se ne parlava per nulla.

Così quando abbiamo deciso di lanciarci in questa impresa, per me è stato come scoprire un nuovo mondo.

Lavorando alla ricerca di mercato per la startup e per capire come raccogliere i fondi, ho scoperto che esisteva un mondo in crescita di bandi di finanziamento, programmi per startup offerti da aziende chiamate “acceleratori” o ancora più stranamente “incubatori” (il correttore automatico ancora non conosce questo termine) che dovrebbero aiutarti a diventare una vera azienda.

Così abbiamo inviato la presentazione – in gergo il “Pitch” – della nostra startup a diversi incubatori e siamo stati selezionati sia da Area Science Park di Trieste prima, sia da H-Farm di Treviso poi.

In H-Farm ci siamo proprio trasferiti, chiamati sia per frequentare il loro programma di accelerazione (H-Camp), sia per applicare la nostra soluzione a un loro progetto nascente, di cui ci hanno dato piena responsabilità.

In pratica H-Farm è stato il nostro primo cliente!

Siamo rimasti in H-Farm due anni e mezzo, durante i quali ho anche lavorato part-time per la loro divisione che si occupa di consulenza di marketing e digital transformation per le aziende.

Cosa mi ha insegnato? Beh, vivere e lavorare in H-Farm mi ha aperto gli occhi verso un mondo di innovazione e tecnologia.

Ho sempre amato l’innovazione, però esserci immersa e, soprattutto, capire che poteva diventare il mio lavoro mi ha cambiato le prospettive.

Poter confrontarmi con altri team di startupper provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, incontrare personalità come il designer della Nike e lavorare operativamente per aziende multinazionali ha dato un’accelerata incredibile alla mia formazione.

Come sei arrivata a partecipare al BattleHack Prize 2015, che risultato hai ottenuto e che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

La risposta è semplice: mi ci sono trovata immersa.

H-Farm organizza continuamente eventi, in particolare “hackaton”, maratone tecnologiche in cui team di ragazzi con competenze differenti (programmazione, design, marketing e strategia) lavorano per 24h per trovare soluzioni pratiche a dei problemi dati nella consegna.

Ormai eravamo dei veterani degli H-Ack, gli hackaton organizzati da H-Farm: nel 2015 avevo partecipato già a 5 di questi eventi, vincendo due edizioni e ottenendo menzioni speciali nelle altre.

Così quando ci hanno annunciato che un hackaton sarebbe stato organizzato da PayPal, come non esserci?

Non ti nascondo che nel caso del Battlehack all’inizio avevo aspettative molto basse: si trattava di un hackaton più tecnico del solito, dove oltre all’idea e alla sostenibilità economica del progetto, contava moltissimo il fatto che si ottenesse un prototipo funzionante.

In più, c’era una concorrenza feroce.

Il Battlehack era organizzato su 14 tappe in 14 nazioni del mondo: i vincitori di queste tappe “locali” si sarebbero poi scontrati a San Jose, poco lontano San Francisco, nel quartier generale di PayPal per contendersi 100mila dollari.

Pensa che si sono presentati team provenienti dalla Germania e dalla Spagna, che non avendo vinto nel loro Paese, volevano riprovarci da noi!

Il mio team si è formato quasi per caso, come succede agli hackaton.

Due programmatori, uno hardware e uno software, e una designer.

Abbiamo vinto la tappa di H-Farm con un progetto “esplosivo” e poi ci siamo scontrati con gli altri finalisti a San Jose, ideando un altro progetto totalmente da zero in 24 ore.

Non ti racconto l’emozione che abbiamo vissuto nel momento in cui abbiamo saputo di essere stati proclamati vincitori. Qualcosa di indescrivibile!

1st Place Winners

And the winner is…

Questa esperienza mi ha fatto capire che noi italiani abbiamo una marcia in più.

Per tante cose ci sentiamo indietro rispetto agli States o altri Paesi, ma non è così: non abbiamo nulla da invidiare, anzi.

Mi ha, poi, fatto capire l’importanza della diversità: il nostro team era eterogeneo, due maschi e due femmine, mentre tutti gli altri team erano composti solo da uomini; inoltre, nella nostra squadra eravamo tutti con background diversi, mentre nelle altre squadre i membri avevano tutti competenze tecniche.

Vincere il premio mi ha quindi fornito un piccolo capitale che mi ha permesso di decidere di lasciare il part-time con H-Farm per dedicarmi al 100% alla crescita della mia azienda, che stava prendendo un’altra forma.

Come nasce Shamat?

Nel 2015, infatti, la mia startup era pian piano evoluta (o come si dice in gergo, aveva fatto “pivot”).

Nel mio percorso di studio del mondo online avevo scoperto quanto i cosiddetti “Big Data” del web fossero importanti e, soprattutto, quanto studiarli costituisse un’opportunità per le aziende.

Esistono migliaia di software che permettono di tuffarsi letteralmente tra questi dati, estrarli e poi analizzarli per tradurli in informazioni di valore per prendere decisioni di business e marketing.

Ho studiato, testato e catalogato più di mille software dedicati al marketing, selezionandone una trentina utili, quotidianamente, per le indagini di mercato.

Molti di questi software li ho visti nascere ed evolvere: solo qualche anno fa i software di “social listening”, che intercettano le conversazioni sui social media, non esistevano o erano agli albori; oggi si può tracciare quasi tutto.

E così la prima idea è stata quella di creare un’applicazione online, a cui avevamo dato il nome di Shamat (da “shah mat” scacco matto in persiano, ndr), che permettesse di raccogliere tutti questi dati da una ventina di software diversi, mettendoli già in correlazione tra loro e risparmiando moltissima fatica e lavoro.

Abbiamo sviluppato un algoritmo che partendo da tutti questi dati grezzi calcolava degli indici riassuntivi, gli “Shamat Score”, che potessero dare alle aziende un’indicazione sintetica della propria performance, reputazione e visibilità online.

Il progetto è piaciuto così tanto che siamo entranti nello Startup Program di SAP Germania e ci hanno invitato nel loro stand alla fiera della tecnologia CEBIT di Hannover, come una tra le 5 startup selezionate.

Siamo, poi, entrati in un processo di finanziamento e ci hanno proposto dei progetti pilota.

Ma, nel frattempo, il progetto è evoluto in un nuovo concept, ovvero CMI.

Quando e come nasce CMI?

Il brand Central Marketing Intelligence, in breve CMI – letto all’inglese “si-em-ai”, come FBI, CSI, CIA etc. – è nato come evoluzione di Shamat.

Mentre stavamo lavorando al software, diverse aziende ci hanno contattato per poter avere delle indagini di mercato ad hoc.

Abbiamo, quindi, iniziato a lavorare per loro, scoprendo cosa gli servisse di più e dando il via a un vero e proprio servizio di indagini di mercato dal web.

Ci sentivamo dei detective: da qui l’idea di CMI, agenzia di 007 del web al servizio delle aziende.

CMI

CMI gli 007 del web

Qual è il core business di CMI?

CMI indaga online per aiutare chi prende decisioni in azienda a farlo con più probabilità di successo e con meno incertezza.

In pratica aiutiamo i manager e gli imprenditori a dormire sonni più tranquilli, perché ogni scelta è stata fatta con tutte le informazioni a disposizione e non seguendo solo l’istinto, che spesso porta a salti nel vuoto.

Il nostro approccio non è quello delle indagini di mercato tradizionali, ovvero interviste telefoniche, sondaggi, focus group, etc.

Noi non facciamo domande a un panel di persone.

Al contrario, intercettiamo e ascoltiamo i dati già presenti online che gli utenti ci forniscono spontaneamente.

Ricerche su Google, visite ai siti web propri e dei concorrenti, conversazioni sui social network, recensioni, condivisioni di articoli: sono tutte fonti di dati preziosissime per capire cosa interessa al proprio target, quali sono i trend di mercato, cosa sta facendo la concorrenza e così via.

Che ruolo ricopri all’interno di CMI e da quanti membri è composto il Team?

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Agente 007 in azione

Sono Presidente del CdA della società che possiede il brand CMI (la ragione sociale è Arcadya Srl) e in più ho il ruolo di Agente 007, cioè sono un operativo che svolge le indagini sul campo.

Il mio socio, Giovanni Zanier, è l’Agente M.

Nel team ci sono anche laureati e laureandi in economia e statistica.

Abbiamo diversi collaboratori esterni per ciò che riguarda sviluppo informatico, analisi di Big Data con metodi di intelligenza artificiale, assistenza legale in caso di diffamazione, creazione di siti web e supporto nel marketing.

Perché la Business Intelligence è così importante per avere successo negli affari?

La risposta è semplice.

Giocheresti mai una partita a poker bendato, senza poter vedere né le tue carte, né quelle sul tavolo, né la faccia del tuo avversario?

Immagino di no, perché sarebbe un suicidio.

Come potresti decidere quanto puntare e quali carte cambiare?

Ecco, con la Business Intelligence:

  • Puoi scoprire le carte che hai in mano – ovvero tradurre i risultati che stai ottenendo in dati chiari e utili, scoprire cosa pensano di te i tuoi clienti e qual è la tua reputazione.
  • Puoi vedere più chiaramente le carte sul tavolo, ovvero capire la situazione attorno a te, come cambiano i trend e gli interessi dei potenziali clienti.
  • Puoi, perfino, sbirciare – in modo del tutto legale – le carte dei tuoi concorrenti, scoprendo come si stanno muovendo online (e non solo), come riescono a raggiungere i clienti e quali risultati stanno ottenendo.
Market Intelligence

Market Intelligence

Perché una startup dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Abbiamo lavorato con diverse startup in questi anni e per esperienza posso dirti che possiamo aiutarle in due modi.

  • Primo, nel definire il proprio business model.

Quando stavo lavorando alla mia prima startup, la difficoltà più grande era quella di comprendere il bisogno dei clienti e di come creare la cosiddetta “value propositon”, capire cioè come si può offrire ai clienti un valore superiore a ciò che già il mercato gli sta offrendo.

Se non conosci cosa pensano i tuoi potenziali clienti, i loro problemi e la concorrenza attuale, farlo è letteralmente impossibile.

  • Secondo, alle startup per chiedere fondi serve un business plan.

Devono dimostrare agli investitori che il mercato nel quale vogliono entrare è profittevole e che sono in grado di aggredirlo nel modo giusto.

Integrate nel business plan, le nostre indagini servono proprio a far capire agli investitori la solidità del proprio mercato e che le proprie scelte sono frutto di decisioni informate.

Perché un’azienda dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Come ti dicevo poc’anzi, per vedere più chiaramente la situazione prima di prendere una decisione che impatta sul suo business.

Ad esempio, quando deve lanciare un nuovo prodotto o migliorare quelli che già vende.

Quando vuole rilanciare la propria strategia di marketing, lanciando nuove campagne o ristrutturando il proprio sito web (o creandone uno da zero).

O più in generale, ci chiamano anche quando vogliono, semplicemente, comprendere meglio le opportunità attorno a loro, per capire come muoversi e su cosa concentrare le proprie attenzioni (e il proprio budget).

Ad oggi, che risultati ha ottenuto CMI?

Per me, il risultato principale è essere riusciti a lavorare per grandi multinazionali, come ad esempio il gruppo Fater per il loro brand Pampers, la Tucano International e agenzie di consulenza di calibro internazionale, che ci hanno contattato tramite il sito web o per passaparola grazie a referenze molto positive sul nostro lavoro.

Ma non solo: considero risultati di cui vado fiera anche anche aver aiutato delle startup a ottenere finanziamenti e aver dato nuovi spunti utili ad alcune PMI italiane.

Come vedi CMI nei prossimi 3 anni?

Siamo ambiziosi: vogliamo diventare lo standard per le analisi di mercato.

La nostra mission è quella di evitare (o almeno ridurre significativamente) la necessità di dover disturbare con le interviste telefoniche i consumatori a orari improbabili.

Quali progetti hai per il futuro?

Il mio obiettivo è stato sin dall’inizio quello di aiutare le aziende a cogliere l’opportunità del web per avere più successo e questo non cambierà.

Al momento sono convinta che le indagini di CMI siano il modo migliore per aiutarle a prendere scelte più consapevoli e a sfruttare informazioni che si lasciano scappare quasi del tutto.

Questo oggi. In futuro… chissà?

Se l’intelligenza artificiale prenderà così tanto piede da riuscire a rendere questi dati già disponibili e le nostre indagini non più necessarie, passeremo allo step successivo!

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito, se hai un progetto da lanciare o un business da rilanciare poiché in sofferenza, a richiedere la mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

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La trasformazione

Dicembre è tempo di bilanci, di tirare le somme e di programmare l’anno che verrà.

Questo mio ultimo post dell’anno sarà, quindi, diverso dai soliti a cui sei abituato, mio caro lettore.

Infatti, parlerò un po’ di me e dei miei progetti.

Per me il 2016 è stato l’anno della trasformazione da consulente freelance a imprenditore digitale seriale. Infatti, nel corso del 2017 i due grossi progetti pianificati e lanciati durante questi ultimi e intensi 12 mesi si trasformeranno in società.

Grazie a Internet e ai Social Network ho incontrato le persone con cui ho dato vita negli ultimi 2 anni a tutti i miei progetti di lavoro dall’ebook scritto a quattro mani col Prof. Paolo Orlandi, docente di Marketing Pandemico presso la L. A. B. A. di Rimini, alla collaborazione con Gentian Hajdaraj titolare di Web Marketing Aziendale che mi ha introdotto nel mondo della Lead Generation.

Oltre a queste fantastiche persone, la mia strada ha incrociato quella di coloro che nel 2017 diventeranno a tutti gli effetti miei soci:

  • Mauro Manfredi, un leader visionario con una forte esperienza come International Business Developer alle spalle e una grande passione per il mondo delle startup.

  • Nina Gabriella MadaffariBusiness Coach di talento ed esperta HR con un trascorso professionale all’interno di importanti multinazionali.

  • Federico Antonioni, esperto nella gestione di blog aziendali.

  • Valeria Pindilli, giovanissimo talento del Business Development.

Insieme abbiamo fatto nascere una sinergia professionale che ha dato vita ai seguenti brand:

  • HarviUp, Business Accelerator, che si rivolge a startup e ad aziende con lo scopo di aiutarle ad accelerare la scalata ai mercati a cui si rivolgono.

  • Pocket Manager, progetto dedicato ai liberi professionisti e ai piccoli imprenditori che vogliono usufruire delle competenze strategiche e manageriali di un manager per risolvere i loro problemi e conquistare nuove fette di mercato, ma che per ovvie ragioni di dimensioni non possono assumerne uno.

Le imprese che andremo a creare saranno digitali e liquide. Vascelli corsari adatti a conquistare gli oceani blu che si aprono di fronte a noi.

Questo modello d’impresa, essendo flessibile e permettendo di lavorare a distanza e di automatizzare i processi, ci consentirà di affrontare le incertezze dei vari mercati senza troppi patemi d’animo.

Inoltre, si adatta alla nostra ambizione di essere un driver capace di favorire un cambiamento di mentalità nella classe dirigente e imprenditoriale del nostro Paese.

In questo periodo storico, in Italia, vi è un grande fermento che si muove sottotraccia. Un movimento carbonaro, fatto di giovani e meno giovani che non si sono arresi alla crisi e all’immobilismo conservatore che sembra avvolgere la nostra nazione.

Proprio come nel periodo risorgimentale in ogni angolo del Paese vi sono persone che anche grazie alla Rete si riuniscono per dar vita a nuove iniziative imprenditoriali consci del fatto che il riscatto di una nazione non passa solo dal rinnovamento politico.

Creare nuovi modelli d’impresa per forza di cose costringerà la classe dirigente attuale a prendere atto dello status quo e ad adeguarsi a esso o scomparire.

Sarà un forte cambiamento dal basso che travolgerà l’Ancien Régime e stabilirà un ordine nuovo.

La Rivoluzione, ormai è partita, si coordina attraverso Internet, si sviluppa negli spazi di coworking, ha i suoi podcast e intellettuali di riferimento, i suoi miti in Italia e all’estero, ma soprattutto è alimentata da una massa di persone di ogni età che non ha più nulla da perdere.

Nessuno potrà toglierci la speranza di una vita migliore ed essa ci porterà alla vittoria.

Come ti ho detto all’inizio, mio caro lettore, questo è l’ultimo post del 2016 quindi colgo l’occasione per farti gli auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

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A questo punto non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito, se hai un progetto da lanciare o un business da rilanciare poiché in sofferenza, a richiedere la mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

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Federico

Ruben Vezzoli. Un anno dopo

Ruben Vezzoli

Ruben Vezzoli

Poco più di un anno fa ho avuto il piacere di intervistare per questo blog Ruben Vezzoli, giovane talento italiano del web, in procinto di partire per la Germania per uno stage di 6 mesi.

Ora, l’ho intervistato di nuovo per capire come è andata la sua esperienza all’estero e come si è evoluta la sua carriera lavorativa.

Buona lettura!

N.B.: Ruben è stato così gentile da fornirmi il link alla pagina dove sono elencate tutte le opportunità di lavoro in Lesara (clicca qui).

Ufficio Lesara @ Berlino

L’ufficio di Lesara @ Berlino

Com’è stato trasferirsi a Berlino da neodiplomato per buttarsi subito nel mondo del lavoro?

Non è stato affatto facile all’inizio. Io provengo da un paesino di circa 1000 abitanti e trasferirsi in una grande capitale europea con 3,5 milioni, ha stravolto il mio stile di vita.

Le città offrono enormi opportunità, ma a volte mi manca il poter conoscere tutti gli abitanti di un luogo. Certe volte ti senti un numero.

Come hai fatto a trovare lavoro in Germania?

Ho scoperto Lesara, startup berlinese, nel maggio del 2015, grazie a delle amicizie in comune con il CEO dell’azienda, Roman Kirsch.

Per quale azienda lavori e di cosa ti occupi nello specifico?

Come ho detto in precedenza, l’azienda si chiama Lesara. Ci occupiamo di vendita online di prodotti di abbigliamento e lifestyle.

Io in particolare mi occupo di quello che viene chiamato SEM, il marketing sui motori di ricerca, sia SEO che SEA (search engine advertising, n.d.r.).

Devo anche supportare gli altri dipartimenti aziendali in caso di necessità perché il mio obiettivo principale è controllare che tutto il mercato italiano vada nella giusta direzione.

Quali sono le difficoltà che hai incontrato?

Ho deciso di trasferirmi all’estero anche per migliorare il mio inglese, visto che all’inizio facevo fatica anche a capire le altre persone.

Posso però dire che dopo un anno sono migliorato tantissimo, anche se so che la strada è ancora lunga e tortuosa.

Quali sono stati, invece, i pregi di questa esperienza lavorativa?

Sicuramente ho consolidato le mie conoscenze e ho imparato i vari processi. Per intenderci, avevo già le competenze per costruire una casa, ma a volte non partivo dalle fondamenta.

Quanto saresti dovuto rimanere in origine a Berlino e in base a quale formula contrattuale?

Quando sono partito dovevo fare 6 mesi di stage.

Come si sono evolute le cose dal punto di vista contrattuale e del ruolo lavorativo?

Dopo 6 mesi sono diventato apprendista e dopo altri 6 mesi sono diventato Online Marketing Manager.

Il contratto a tempo indeterminato è ormai morto. E secondo me, è meglio così!

Se vuoi davvero completarti come professionista non puoi restare in un’azienda fino alla pensione.

Bisogna essere pronti a cambiare azienda da un momento all’altro.

Bisogna saper coglier le occasioni giuste, come quella che io ho preso un anno fa.

Quali competenze hai acquisito in questo periodo?

Ho ampliato le mie conoscenze per quanto riguarda la SEO tecnica e ho imparato, praticamente da 0, il funzionamento delle campagne a pagamento sui motori di ricerca.

Probabilmente però la competenza più importante che ho acquisito è il saper analizzare il “petrolio del 21esimo secolo”, i dati.

Ruben Vezzoli in azione

Ruben Vezzoli @ work

 Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Ormai ho preso questa strada e devo percorrerla fino in fondo, quindi non credo di iscrivermi ad un’università nel breve periodo, ma mai dire mai.

Il mio sogno è il poter aprire un’agenzia tutta mia, ma quello che mi spaventa è il mercato italiano, per molti versi lo ritengo ancora immaturo.

E quando lo definisco immaturo, non mi riferisco soltanto alle aziende, ma anche a chi lavora direttamente nel digitale.

Mi rendo conto che sono ancora troppo poche le persone competenti in questo settore.

Consiglieresti ad un neodiplomato di fare un’esperienza lavorativa all’estero?

Sì, ti cambia davvero la vita. Ti porta a veder le cose da un punto di vista differente.

Quali sono le skill per catturare l’attenzione di un’azienda straniera?

Penso la voglia di fare e di mettersi in gioco. Ma anche un po’ di umiltà, perché mi capita spesso di incotrare “tuttologi” del settore che poi si rivelano delle persone con 0 passione e 0 competenze.

Qual è la strategia migliore per farsi notare da un’azienda straniera?

Non esiste una strategia migliore o peggiore. Basta darsi da fare.

Alla luce del tuo percorso di studi e della tua esperienza lavorativa pensi che la scuola italiana ti abbia dato tutti gli strumenti necessari per raggiungere, in ambito lavorativo, i risultati che hai ottenuto?

Assolutamente no! Durante il mio percorso scolastico ho incontrato bravissime persone, però queste sono ancora in minoranza.

Dal mio punto di vista la scuola italiana non è stata in grado di fornirmi le competenze di cui avevo bisogno, perché è un mondo ormai vecchio di 40 anni e dove tutte le persone non sono stimolate a dare il loro massimo.

Polemiche a parte, basta rimboccarsi le maniche e fare tutto da soli.

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Ringrazio Ruben per la sua disponibilità e per l’opportunità data ai miei lettori di poter vivere un’esperienza di vita e di lavoro all’estero come la sua.

Se sei interessato, clicca sul link seguente per scoprire le offerte di lavoro che Lesara ha aperte in questo momento:

https://corporate.lesara.com/career

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito, se hai un progetto da lanciare o un business da rilanciare poiché in sofferenza, a richiedere la mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

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Federico

Il metodo Lean Startup spiegato con parole semplici

Oggi, mio caro lettore, ti spiegherò il metodo Lean Startup con parole semplici.

Questa metodologia è stata teorizzata da Eric Ries nel suo libro Partire leggeri (ed. Rizzoli 2012) e trae ispirazione dal metodo Lean Manufacturing sviluppato dalla Toyota in Giappone negli anni ’70 al fine di contenere gli sprechi durante il ciclo produttivo.

In base ai principi del metodo Lean Startup tutto ciò che non soddisfa velocemente un bisogno reale del mercato è uno spreco.

Quindi il prodotto o il servizio innovativo più efficiente sarà quello che soddisfa un bisogno reale sentito fortemente dagli utenti.

Se questa condizione non viene soddisfatta si ha un grosso spreco di risorse.

Questa metodologia può essere applicata anche al di fuori del contesto delle startup innovative.

Ad esempio, se ti è venuta in mente l’idea di aprire un esercizio commerciale per vendere frullati realizzati con frutta proveniente da produzioni biologiche poiché vuoi cavalcare il trend dei prodotti bio, attualmente, tanto di moda, sarà cosa buona e giusta verificare se:

  • il bisogno esiste;

  • il bisogno è sentito dal target che hai identificato come tuo potenziale cliente;

  • il bisogno è così sentito dal tuo target da spingerlo ad acquistare il prodotto che proponi.

Tornando al nostro esempio non solo dovrai conoscere la densità demografica della zona dove vuoi aprire il tuo esercizio commerciale, il reddito medio dei suoi abitanti, i dati relativi al traffico di passaggio nella via in cui hai deciso di aprire il tuo locale e l’analisi di eventuali concorrenti ma anche se il bisogno di assumere prodotti sani è fortemente sentito da coloro che gravitano nell’area.

Tutto questo, però, non basta dovrai anche fare dei test di mercato che ti confermino che i tuoi potenziali clienti sono disposti a mettere mano al portafoglio per acquistare il tuo prodotto.

IL CUSTOMER DEVELOPMENT

Il secondo pilastro su cui si fonda il metodo Lean Startup è il Customer Development teorizzato da Steve Blank nel 2005.

Una startup innovativa prima di sviluppare il suo prodotto o servizio deve predisporre delle strategie strutturate e ripetibili per comprendere e individuare i propri clienti.

Una volta individuati questi ultimi dovrà fare in modo di alimentare un flusso continuo di input e feedback provenienti dalla propria clientela.

Si creerà così un processo di continuo apprendimento e di verifica delle ipotesi alla base dell’idea di business che andrà ad implementare il prodotto o servizio al fine di riproporlo sul mercato per raccogliere nuovi input e feedback che porteranno a nuove implementazioni.

Si parla, infatti, di Minimum Viable Product (MVP). Cioè di un prodotto che ha le minime caratteristiche di funzionalità che lo rendono idoneo all’essere testato sul mercato e che si può facilmente implementare sulla base dei riscontri provenienti dai clienti per poi, di nuovo, essere riproposto sul mercato al fine di raccogliere nuovi feedback e così via.

In questo modo si genererà un ciclo virtuoso riducendo al massimo gli sprechi di tempo, di denaro e di tutte le altre risorse messe in campo.

Ovviamente, anche questo secondo principio del metodo Lean Startup è esportabile nel mondo delle PMI e delle microimprese.

Per esempio, se tu, mio caro lettore, volessi aprire un servizio di ristorazione sull’onda del grande successo che hanno in TV i programmi che parlano di cucina, dovresti, dapprima, aprire la tua casa a degli ospiti organizzando diverse cene e raccogliendo pareri e suggerimenti dai convitati.

Dopodiché dovresti aprire il tuo home restaurant, che tradotto in parole povere è il “ristorante in casa” che come ben saprai è la tendenza del momento. Questo ti permetterebbe di testare le tue capacità culinarie e la gestione della sala con clienti veri ed eterogenei, ottenendo così i tuoi primi guadagni.

E solo alla fine, dopo aver implementato il tuo servizio grazie ai vari test di mercato, potrai aprire il ristorante dei tuoi sogni.

Grazie a questo processo di validazione ridurresti al minimo il rischio di fallimento.

Per il metodo Lean Startup nulla è verificato se non è validato.

Tutti i test servono ad un unico scopo cioè a raccogliere dati utili misurabili e reali per migliorare il prodotto o il servizio che si propone, apprendere, ridurre gli sprechi e scongiurare il pericolo di mettere sul mercato un prodotto o un servizio che nessuno vuole.

COME COSTRUIRE UNA STARTUP: LE 4 FASI

Nella costruzione di una startup possiamo distinguere 4 fasi:

  1. Costumer discovery: dall’idea si passa ad un prototipo del prodotto o del servizio che viene testato sul mercato. L’obiettivo finale è quello di capire se vi è un bisogno sul mercato e se ciò che si propone lo soddisfa.

  2. Costumer validation: sulla base dei feedback ottenuti si testa un business model. Su piccola scala si crea un processo di vendita ripetibile.

  3. Costumer creation: si crea un mercato più ampio.

  4. Company building: si passa da una organizzazione informale, ad esempio una sinergia professionale, alla costruzione di un’azienda strutturata e con procedure standardizzate.

Il metodo Lean Startup è un processo continuo di validazione che avviene in ognuna delle 4 fasi e porterà lo startupper a decidere se perseverare nella direzione intrapresa oppure se fare pivoting, cioè cambiare strada.

Le intuizioni, in questo modo, vengono validate da un insieme di dati misurabili che accompagneranno ogni evoluzione.

CONCLUSIONI

Il metodo Lean Startup stravolge il modo di approcciare un business. Si passa, infatti, da una logica “orientata al prodotto” ad una logica “orientata al cliente” che è diretta a soddisfare i reali bisogni del suddetto e per questo aumenta le probabilità di successo di un’attività.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito, se hai un progetto da lanciare o un business da rilanciare poiché in sofferenza, a richiedere la mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

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Federico

Startup vs. Imprese

Oggigiorno, si fa largo abuso della parola startup e molto spesso questo termine inglese viene usato a sproposito.

Sembra che ogni persona che sta per aprire un’attività o che l’ha aperta da poco tempo stia realizzando una startup.

Non è così. Il suddetto termine si può utilizzare esclusivamente in caso di avviamento di un’attività innovativa.

Tale tipologia d’impresa, perché di questo si tratta, nasce per risolvere un problema o per appagare un bisogno. Quindi deve crearsi un mercato.

In tutti gli altri casi si tratta dell’avviamento di un’impresa di tipo tradizionale che organizza i fattori produttivi e le risorse umane, in modo non occasionale, al fine di produrre beni o servizi da vendere sul mercato con una finalità economica.

Per intenderci meglio, colui che apre una pizzeria o una fabbrica di bottoni non è uno startupper, bensì un imprenditore in fase di avviamento.

Quindi non potrà pretendere di poter accedere ai fondi stanziati dalle istituzioni per le startup come, purtroppo, mi è capitato di vedere.

Infatti, il suo scopo principale è quello di fare profitti e non innovazione.

Di contro, le startup producono e portano sul mercato innovazione ed è per questo che molte di esse iniziano a monetizzare solo diversi anni dopo la loro costituzione, come è accaduto per esempio a Google.

Ciò detto, un elemento in comune tra le due tipologie d’azienda c’è ed è la sostenibilità finanziaria.

Per questo motivo è molto importante il processo di validazione cioè quel percorso che porta a capire se vi è un mercato per il prodotto o il servizio che si vuol proporre.

Senza di esso aprire un’attività è un vero e proprio azzardo, specie di questi tempi.

CONCLUSIONI

Startup ed imprese sono tipologie d’azienda completamente diverse tra loro. Le prime hanno come scopo principale quello di fare innovazione mentre le seconde puntano fin da subito a fare utili.

Entrambe, però, devono puntare alla sostenibilità finanziaria del progetto imprenditoriale.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito, se hai un progetto da lanciare o un business da rilanciare poiché in sofferenza, a richiedere la mia consulenza e, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, a condividere questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Riccardo Russo. Un anno dopo

Riccardo Russo

Riccardo Russo

Circa un anno fa ho pubblicato la mia prima intervista a Riccardo Russo, un giovanissimo talento del web, che mi aveva colpito per la sua capacità di usare i social media e di conciliare la sua vita da studente di liceo scientifico con quella di freelancer in erba.

Personalmente, quando in TV vedo un programma come “Hotel da Incubo” o “Restaurant Impossible” mi rimane sempre la curiosità di sapere se le aziende aiutate sono ancora sul mercato e se la consulenza, che i titolari e il personale dell’azienda hanno ricevuto, ha dato i suoi frutti.

Per questo motivo ho deciso di intervistare più volte nel corso della loro vita le persone che mi hanno rilasciato una prima intervista.

Il mio scopo è quello di capire se gli intervistati sono riusciti a realizzare i loro sogni e come sono cambiate le loro priorità nel corso del tempo.

Buona lettura!

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Come è andata l’avventura con la startup londinese Areea?

È stata un’avventura splendida. Ho vissuto dei mesi molto intensi, circondato da persone in gamba da cui potevo soltanto imparare, tra cui Jacopo Mele, inserito nella lista dei trenta Under 30 più influenti d’Europa secondo la rivista statunitense Forbes ed Antimo Farid Mir, che oltre ad essere il CEO di Areea, è anche il presidente dello Youth Economic Summit.

Qual era il vostro focus?

Areea è una startup operante nel settore del beverage. Siamo riusciti a creare una bevanda con un enzima in grado di depurare il nostro corpo dagli effetti dell’inquinamento. All’interno del team svolgevo ricerche di mercato.

Areea2

Il Team di Areea

Come si è conclusa e perché?

Ho preferito fare un passo indietro lasciando la startup, ma porto con me tutte le cose positive che quest’esperienza mi ha offerto.

Le ho raccolte una per una ed ora fanno parte di me ampliando quelle che sono le mie conoscenze e competenze.

L’aspetto formativo, adesso, è la mia priorità.

Sono riuscito ad estrapolare da quest’avventura ciò che stavo cercando.

Areea

In laboratorio

Che cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

Mi ha lasciato tanto. Come detto in precedenza, mi trovavo in un contesto splendido e molto stimolante.

Entrarci e restarci nel migliore dei modi, a 16 anni, non è stato semplicissimo.

Ho sfidato me stesso per vedere fino a che punto sarei riuscito ad arrivare.

È stato complicato riuscire a conciliare gli impegni scolastici con quelli lavorativi… per la gioia dei miei genitori, però, è arrivata anche la promozione! 🙂

Che cosa è la Fondazione Homo ex Machina?

È la prima fondazione tecnofilantropica italiana.

Il modo più moderno per fare beneficienza.

Quali sono i suoi obiettivi?

La fondazione ha come obiettivo quello di migliorare il mondo e salvaguardare il benessere dell’umanità attraverso la tecnologia digitale.

Uno dei progetti più interessanti è scApp, un’applicazione in grado di salvare la vita di molte persone in caso di calamità naturali.

Per approfondire l’argomento invito tutti a visitare questo link: http://hexma.org/sicurezza/

Qual è il tuo ruolo al suo interno?

Mi sto occupando, insieme ad altri membri della fondazione, di realizzare un contest che possa in qualche modo stimolare il pensiero creativo degli under 18 italiani.

Un guru della tecnologia presenterà un quesito inerente l’impatto della tecnologia sulla nostra vita e gli under 18 potranno rispondere con un breve video di massimo 60 secondi in cui “raccontare” la propria visione rispetto al dilemma proposto in partenza.

L’obiettivo principale del contest è quello di far avvicinare gli under 18 italiani al mondo della tecnologia con l’intento di farli orientare verso le professioni digitali.

Cos’è il progetto “The Haircut”?

TheHaircut.it è il primo blog in Italia rivolto esclusivamente all’hairstyle maschile ed al mondo dei barber shop.

La mission di TheHaircut.it non è solo quella di offrire dei contenuti informativi in merito alle tematiche prima citate, ma anche quella di creare il primo network in Italia composto da barber shop esclusivi, selezionati nella maniera più accurata possibile.

Come nasce?

Mi sono trovato spesso in giro per varie città italiane o anche all’estero intenzionato a voler dare anche una semplice sfoltita ai miei capelli.

Non avevo idea di dove andare, però.

A quel punto, dopo aver “collaudato” la validità del progetto, ho condiviso il tutto con Davide Fantino, che ha deciso di entrare a far parte del team.

Quali sono gli obiettivi che ti sei prefissato e qual è la strategia che adotterai per raggiungerli?

L’obiettivo è quello di offrire dei benefici, in termini di visibilità e credibilità, ai barber shop che si affiliano alla nostra piattaforma.

Sono certo, inoltre, che stiamo creando un servizio realmente utile in grado di indirizzare nella maniera più corretta possibile i nostri lettori nei barber shop più esclusivi d’Italia.

Che fine ha fatto riccardorusso.net il blog che ti ha lanciato?

Nonostante mi avesse aiutato in maniera considerevole in merito alla promozione delle mie attività e dato tanto altro, qualche mese fa ho deciso di metterlo offline per mancanza di tempo.

Ho preferito focalizzarmi interamente su altri progetti.

Lo rivedremo online?

Assolutamente sì, al più presto!

È una promessa.

L’anno appena trascorso è stato ricco di esperienze e molto intenso. Che cosa ti ha lasciato?

Mi ha lasciato tanto, dal punto di vista umano, professionale e caratteriale.

Sono riuscito a scavare sempre più dentro me stesso entrando in contatto con degli scenari con cui mi confronto quotidianamente e che amo moltissimo.

Ho capito col tempo che l’unica caratteristica che bisogna necessariamente possedere è la capacità di rischiare.

Le altre skill si costruiscono col tempo.

Alla luce di tutte queste esperienze come vedi il tuo futuro?

Vivo!

Vedo un futuro: vivo.

Credo sia questo il termine che identifica al meglio la mia idea di futuro con la consapevolezza di inseguire in maniera costante e naturale ogni mia passione ed ogni mio obiettivo, al di là di tutto, al di là di tutti.

Riccardo Russo 2

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Andrea Motto: ProxToMe

L’odierna intervista, mio caro lettore, ha come protagonista Andrea Motto, startupper di successo, che con due amici ha lanciato ProxToMe società da cui prende in nome l’omonima app di cui tanto si parla ultimamente poiché negli Stati Uniti ha raccolto più di $ 700.000 di finanziamenti.

Chi compone il nucleo fondante di ProxToMe e quali percorsi scolastici e lavorativi avete alle spalle?

Carlo Capello, 32 anni, co-founder e CEO, ha un Ph.D. in Ingegneria Gestionale e Finanza. Ha lavorato come business analyst per un fondo di Venture Capital con base a Londra e come advisor per l’Incubatore del Politecnico di Torino, supportando numerose startup nella pianificazione della loro strategia, nella raccolta di capitali e nell’esecuzione delle attività di sviluppo del business. Contemporaneamente è stato co-docente per il corso di Imprenditorialità e Business Planning del Politecnico di Torino.

Andrea Motto, 32 anni, co-founder e CTO, sono un ingegnere informatico con la passione per la musica ed ho un passato come produttore discografico. Ho maturato più di 10 anni di esperienza nel settore IT avendo lavorato come Software Engineer e Project Manager in diverse società.

Ho inventato il motore di prossimità che è alla base di ProxToMe e per cui ho anche vinto il Premio Nazionale dell’Innovazione – Working Capital (edizione 2011) di Telecom Italia. 

Adriano Marconetto, 51 anni, co-founder ed Executive Chairman, è uno startupper seriale con alle spalle più di 20 anni di esperienza nel lancio di startup. Tra le più note vi sono :

  • Vitaminic: leader europea nel settore della musica digitale, quotata nel 2000;

  • IM3D: dispositivi medici destinati all’impiego nella diagnostica di imaging medicale;

  • Electro Power Systems: sistemi di back-up elettrico con tecnologia fuell cell, prima azienda italiana nominata Technology Pioneer dal World Economic Forum.

 Quale bisogni volete appagare con la vostra app?

ProxToMe è nata per consentirci di chattare e scambiare ogni tipo di file in un istante con chi ci sta attorno e con i nostri amici di Facebook. Vogliamo essere sempre più liberi da costrizioni e detestiamo perdere tempo in operazioni complesse. Siamo sempre più mobili e usiamo gli smartphone ormai più dei computer. Teniamo foto, video, musica, documenti professionali nei servizi di cloud storage come Dropbox, ma abbiamo sempre più bisogno di condividerli al volo con le persone che incontriamo durante il giorno e di cui, magari, non conosciamo nemmeno il nome come può accadere, per esempio, ad un party, a una conferenza o a un concerto. 

Con ProxToMe in tre tap sullo schermo del proprio smartphone si può condividere un video di un’ora con chiunque in meno tempo di quanto servirebbe per scrivere un tweet. E senza impatto sul piano tariffario.

L’Italia è un paese che a parole è favorevole alla libera impresa ma nei fatti crea un sacco di ostacoli agli imprenditori. Come siete riusciti a superarli?

In realtà l’Italia ha da poco una vera e propria legge per favorire la nascita e lo sviluppo delle startup. Inoltre, è il primo Paese al mondo ad aver regolato ufficialmente il crowdfunding: una cosa di cui non si legge sui giornali ma che potrebbe avere un impatto pazzesco sul futuro imprenditoriale ed economico della nostra nazione.

Ciò premesso, noi abbiamo scelto di creare ProxToMe in Silicon Valley. Non tanto per ragioni di burocrazia ed ostacoli all’impresa – e sulle differenze tra USA e Italia su questi temi potremmo scrivere un libro tanto sono enormi – quanto per il fatto che è quello più che mai l’ecosistema giusto nel quale un’azienda come la nostra ha qualche speranza di crescita.

Qual è stato il percorso che dall’Italia vi ha portato negli Stati Uniti?

Avuta l’idea ci è venuto spontaneo andare in Silicon Valley per confrontarci con imprenditori, startupper, investitori, mentor ed esperti di tecnologia. A tutti loro esponemmo le nostre idee e chiedemmo di dirci papale papale cosa ne pensassero. Dopo qualche settimana decidemmo di creare lì la nostra azienda, pur mantenendo in Italia lo sviluppo tecnologico.

Com’è l’ecosistema imprenditoriale americano?

In genere le persone sono positive, sorridono e, se sai essere veloce e concreto nell’esporre il tuo problema, tutti ti danno volentieri una mano. È essenziale però saper dire tutto “in una riga”: nessuno ama il “bla bla bla”.

La gente ama il rischio, non ha paura di fallire, è focalizzata sull’obiettivo che in genere è quello di avere successo, non di fare soldi che sono semmai una conseguenza. La burocrazia è praticamente inesistente: nei primi tre anni una impresa come la nostra non deve nemmeno presentare il bilancio. Non esiste il concetto di commercialista. Si lavora sul business, non sulle scartoffie. E, poi, in Silicon Valley c’è tutto quello che ti serve nello spazio di pochi metri: investitori, ingegneri, mentor, consulenti di ogni genere, riviste specializzate ed eventi specifici. Inoltre, vi sono dozzine di bar dove gli startupper lavorano come se fossero il loro ufficio. Ehi, è il loro ufficio!

Statisticamente su dieci startup due hanno un successo enorme, tre producono utili nella media e cinque falliscono. Nella cultura americana come viene vissuto il fallimento?

In Silicon Valley il concetto “Fail and move on” – fallisci e riprovaci – è un mantra: la base di tutto. Da quelle parti il vero sfigato è chi non ha il coraggio di provarci, non certo chi ha dovuto chiudere la propria startup.

Su quali social network siete presenti e in che modo li utilizzate per promuovere la vostra app?

Utilizziamo Facebook e Twitter dove abbiamo un’attività quotidiana per raccontare modi sempre nuovi di utilizzo della nostra app e dove promuoviamo gli eventi in cui artisti e live performers utilizzano ProxToMe per regalare qualcosa di unico al proprio pubblico. Inoltre, li utilizziamo per annunciare, ogni settimana, l’artista protagonista del nostro Free Music Friday, l’iniziativa di ProxToMe per regalare ai propri utenti un brano musicale nuovo di un artista emergente internazionale.

Progetti futuri?

Molti e interessanti. Ci saranno novità forti a partire da inizio settembre, mentre nei prossimi giorni uscirà una versione aggiornata dell’app con nuove feature come, ad esempio, la preview dei file in uscita per rendere la condivisione di video, foto e di qualsiasi altro contenuto ancora più facile e veloce.

Siamo giunti alla fine di questa bella intervista. Ora, se il mio articolo vi ha incuriosito non ti resta che andare sul sito www.proxtome.com e scaricare gratuitamente l’omonima app.

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Federico