Caterina Vidulli: CMI

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Fondatrice CMI

Oggi, mio caro lettore, ti farò conoscere una donna molto in gamba, Caterina Vidulli di CMI, startupper seriale e agente 007 del web.

Di lei stai sicuro che sentirai presto parlare. Magari, per una exit milionaria.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 30 anni e vivo a Trieste. Ho provato a vivere senza il mare, ma non ci sono ancora riuscita.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Se riguardo indietro, il mio percorso è stato sempre segnato dalla ricerca dell’innovazione.

Alle medie ho scelto la sezione sperimentale informatica e ho partecipato al gruppo responsabile del sito web della scuola.

C’era ancora Microsoft Front Page, sembra preistoria ripensandoci adesso.

Poi alle superiori ho scelto il Liceo Scientifico con specializzazione PNI, Piano Nazionale Informatica.

Avevamo due ore alla settimana di programmazione e in particolare usavamo Pascal, un linguaggio di programmazione molto semplice che però ti insegna a ragionare in “programmese”.

Quando ho scelto l’università ti confido che avevo diversi dubbi: amavo sia le materie scientifiche che quelle umanistiche.

Alla fine la scelta è ricaduta su Ingegneria Gestionale perché era proprio una commistione di tutto ciò: dagli esami più tecnici di informatica, macchine, elettronica, etc. che seguivo con chi studiava le altre ingegnerie, a esami di marketing, strategia ed economia aziendale.

Rifarei ancora mille volte la stessa scelta! Importante anche l’anno all’estero, con il programma Erasmus.

Sono stata in Irlanda, a Cork, e oltre a conoscere un metodo didattico totalmente diverso, ho conosciuto un mondo in cui l’idea di diventare imprenditori era promossa molto di più rispetto che in Italia.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

La mia prima esperienza non è stata propriamente “convenzionale”.

Verso la fine dell’università con un team di altre due persone ho iniziato a lavorare a un progetto di startup.

Non è questa la sede ideale per raccontarti esattamente il progetto: ti dirò solo che il nostro obiettivo era quello di aiutare le piccole aziende a cogliere l’opportunità non sfruttata di interagire di più con i propri clienti grazie al web.

Era il 2012 e il mondo delle startup, soprattutto in Italia, era ancora agli albori: non se ne parlava per nulla.

Così quando abbiamo deciso di lanciarci in questa impresa, per me è stato come scoprire un nuovo mondo.

Lavorando alla ricerca di mercato per la startup e per capire come raccogliere i fondi, ho scoperto che esisteva un mondo in crescita di bandi di finanziamento, programmi per startup offerti da aziende chiamate “acceleratori” o ancora più stranamente “incubatori” (il correttore automatico ancora non conosce questo termine) che dovrebbero aiutarti a diventare una vera azienda.

Così abbiamo inviato la presentazione – in gergo il “Pitch” – della nostra startup a diversi incubatori e siamo stati selezionati sia da Area Science Park di Trieste prima, sia da H-Farm di Treviso poi.

In H-Farm ci siamo proprio trasferiti, chiamati sia per frequentare il loro programma di accelerazione (H-Camp), sia per applicare la nostra soluzione a un loro progetto nascente, di cui ci hanno dato piena responsabilità.

In pratica H-Farm è stato il nostro primo cliente!

Siamo rimasti in H-Farm due anni e mezzo, durante i quali ho anche lavorato part-time per la loro divisione che si occupa di consulenza di marketing e digital transformation per le aziende.

Cosa mi ha insegnato? Beh, vivere e lavorare in H-Farm mi ha aperto gli occhi verso un mondo di innovazione e tecnologia.

Ho sempre amato l’innovazione, però esserci immersa e, soprattutto, capire che poteva diventare il mio lavoro mi ha cambiato le prospettive.

Poter confrontarmi con altri team di startupper provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, incontrare personalità come il designer della Nike e lavorare operativamente per aziende multinazionali ha dato un’accelerata incredibile alla mia formazione.

Come sei arrivata a partecipare al BattleHack Prize 2015, che risultato hai ottenuto e che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

La risposta è semplice: mi ci sono trovata immersa.

H-Farm organizza continuamente eventi, in particolare “hackaton”, maratone tecnologiche in cui team di ragazzi con competenze differenti (programmazione, design, marketing e strategia) lavorano per 24h per trovare soluzioni pratiche a dei problemi dati nella consegna.

Ormai eravamo dei veterani degli H-Ack, gli hackaton organizzati da H-Farm: nel 2015 avevo partecipato già a 5 di questi eventi, vincendo due edizioni e ottenendo menzioni speciali nelle altre.

Così quando ci hanno annunciato che un hackaton sarebbe stato organizzato da PayPal, come non esserci?

Non ti nascondo che nel caso del Battlehack all’inizio avevo aspettative molto basse: si trattava di un hackaton più tecnico del solito, dove oltre all’idea e alla sostenibilità economica del progetto, contava moltissimo il fatto che si ottenesse un prototipo funzionante.

In più, c’era una concorrenza feroce.

Il Battlehack era organizzato su 14 tappe in 14 nazioni del mondo: i vincitori di queste tappe “locali” si sarebbero poi scontrati a San Jose, poco lontano San Francisco, nel quartier generale di PayPal per contendersi 100mila dollari.

Pensa che si sono presentati team provenienti dalla Germania e dalla Spagna, che non avendo vinto nel loro Paese, volevano riprovarci da noi!

Il mio team si è formato quasi per caso, come succede agli hackaton.

Due programmatori, uno hardware e uno software, e una designer.

Abbiamo vinto la tappa di H-Farm con un progetto “esplosivo” e poi ci siamo scontrati con gli altri finalisti a San Jose, ideando un altro progetto totalmente da zero in 24 ore.

Non ti racconto l’emozione che abbiamo vissuto nel momento in cui abbiamo saputo di essere stati proclamati vincitori. Qualcosa di indescrivibile!

1st Place Winners

And the winner is…

Questa esperienza mi ha fatto capire che noi italiani abbiamo una marcia in più.

Per tante cose ci sentiamo indietro rispetto agli States o altri Paesi, ma non è così: non abbiamo nulla da invidiare, anzi.

Mi ha, poi, fatto capire l’importanza della diversità: il nostro team era eterogeneo, due maschi e due femmine, mentre tutti gli altri team erano composti solo da uomini; inoltre, nella nostra squadra eravamo tutti con background diversi, mentre nelle altre squadre i membri avevano tutti competenze tecniche.

Vincere il premio mi ha quindi fornito un piccolo capitale che mi ha permesso di decidere di lasciare il part-time con H-Farm per dedicarmi al 100% alla crescita della mia azienda, che stava prendendo un’altra forma.

Come nasce Shamat?

Nel 2015, infatti, la mia startup era pian piano evoluta (o come si dice in gergo, aveva fatto “pivot”).

Nel mio percorso di studio del mondo online avevo scoperto quanto i cosiddetti “Big Data” del web fossero importanti e, soprattutto, quanto studiarli costituisse un’opportunità per le aziende.

Esistono migliaia di software che permettono di tuffarsi letteralmente tra questi dati, estrarli e poi analizzarli per tradurli in informazioni di valore per prendere decisioni di business e marketing.

Ho studiato, testato e catalogato più di mille software dedicati al marketing, selezionandone una trentina utili, quotidianamente, per le indagini di mercato.

Molti di questi software li ho visti nascere ed evolvere: solo qualche anno fa i software di “social listening”, che intercettano le conversazioni sui social media, non esistevano o erano agli albori; oggi si può tracciare quasi tutto.

E così la prima idea è stata quella di creare un’applicazione online, a cui avevamo dato il nome di Shamat (da “shah mat” scacco matto in persiano, ndr), che permettesse di raccogliere tutti questi dati da una ventina di software diversi, mettendoli già in correlazione tra loro e risparmiando moltissima fatica e lavoro.

Abbiamo sviluppato un algoritmo che partendo da tutti questi dati grezzi calcolava degli indici riassuntivi, gli “Shamat Score”, che potessero dare alle aziende un’indicazione sintetica della propria performance, reputazione e visibilità online.

Il progetto è piaciuto così tanto che siamo entranti nello Startup Program di SAP Germania e ci hanno invitato nel loro stand alla fiera della tecnologia CEBIT di Hannover, come una tra le 5 startup selezionate.

Siamo, poi, entrati in un processo di finanziamento e ci hanno proposto dei progetti pilota.

Ma, nel frattempo, il progetto è evoluto in un nuovo concept, ovvero CMI.

Quando e come nasce CMI?

Il brand Central Marketing Intelligence, in breve CMI – letto all’inglese “si-em-ai”, come FBI, CSI, CIA etc. – è nato come evoluzione di Shamat.

Mentre stavamo lavorando al software, diverse aziende ci hanno contattato per poter avere delle indagini di mercato ad hoc.

Abbiamo, quindi, iniziato a lavorare per loro, scoprendo cosa gli servisse di più e dando il via a un vero e proprio servizio di indagini di mercato dal web.

Ci sentivamo dei detective: da qui l’idea di CMI, agenzia di 007 del web al servizio delle aziende.

CMI

CMI gli 007 del web

Qual è il core business di CMI?

CMI indaga online per aiutare chi prende decisioni in azienda a farlo con più probabilità di successo e con meno incertezza.

In pratica aiutiamo i manager e gli imprenditori a dormire sonni più tranquilli, perché ogni scelta è stata fatta con tutte le informazioni a disposizione e non seguendo solo l’istinto, che spesso porta a salti nel vuoto.

Il nostro approccio non è quello delle indagini di mercato tradizionali, ovvero interviste telefoniche, sondaggi, focus group, etc.

Noi non facciamo domande a un panel di persone.

Al contrario, intercettiamo e ascoltiamo i dati già presenti online che gli utenti ci forniscono spontaneamente.

Ricerche su Google, visite ai siti web propri e dei concorrenti, conversazioni sui social network, recensioni, condivisioni di articoli: sono tutte fonti di dati preziosissime per capire cosa interessa al proprio target, quali sono i trend di mercato, cosa sta facendo la concorrenza e così via.

Che ruolo ricopri all’interno di CMI e da quanti membri è composto il Team?

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Agente 007 in azione

Sono Presidente del CdA della società che possiede il brand CMI (la ragione sociale è Arcadya Srl) e in più ho il ruolo di Agente 007, cioè sono un operativo che svolge le indagini sul campo.

Il mio socio, Giovanni Zanier, è l’Agente M.

Nel team ci sono anche laureati e laureandi in economia e statistica.

Abbiamo diversi collaboratori esterni per ciò che riguarda sviluppo informatico, analisi di Big Data con metodi di intelligenza artificiale, assistenza legale in caso di diffamazione, creazione di siti web e supporto nel marketing.

Perché la Business Intelligence è così importante per avere successo negli affari?

La risposta è semplice.

Giocheresti mai una partita a poker bendato, senza poter vedere né le tue carte, né quelle sul tavolo, né la faccia del tuo avversario?

Immagino di no, perché sarebbe un suicidio.

Come potresti decidere quanto puntare e quali carte cambiare?

Ecco, con la Business Intelligence:

  • Puoi scoprire le carte che hai in mano – ovvero tradurre i risultati che stai ottenendo in dati chiari e utili, scoprire cosa pensano di te i tuoi clienti e qual è la tua reputazione.
  • Puoi vedere più chiaramente le carte sul tavolo, ovvero capire la situazione attorno a te, come cambiano i trend e gli interessi dei potenziali clienti.
  • Puoi, perfino, sbirciare – in modo del tutto legale – le carte dei tuoi concorrenti, scoprendo come si stanno muovendo online (e non solo), come riescono a raggiungere i clienti e quali risultati stanno ottenendo.
Market Intelligence

Market Intelligence

Perché una startup dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Abbiamo lavorato con diverse startup in questi anni e per esperienza posso dirti che possiamo aiutarle in due modi.

  • Primo, nel definire il proprio business model.

Quando stavo lavorando alla mia prima startup, la difficoltà più grande era quella di comprendere il bisogno dei clienti e di come creare la cosiddetta “value propositon”, capire cioè come si può offrire ai clienti un valore superiore a ciò che già il mercato gli sta offrendo.

Se non conosci cosa pensano i tuoi potenziali clienti, i loro problemi e la concorrenza attuale, farlo è letteralmente impossibile.

  • Secondo, alle startup per chiedere fondi serve un business plan.

Devono dimostrare agli investitori che il mercato nel quale vogliono entrare è profittevole e che sono in grado di aggredirlo nel modo giusto.

Integrate nel business plan, le nostre indagini servono proprio a far capire agli investitori la solidità del proprio mercato e che le proprie scelte sono frutto di decisioni informate.

Perché un’azienda dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Come ti dicevo poc’anzi, per vedere più chiaramente la situazione prima di prendere una decisione che impatta sul suo business.

Ad esempio, quando deve lanciare un nuovo prodotto o migliorare quelli che già vende.

Quando vuole rilanciare la propria strategia di marketing, lanciando nuove campagne o ristrutturando il proprio sito web (o creandone uno da zero).

O più in generale, ci chiamano anche quando vogliono, semplicemente, comprendere meglio le opportunità attorno a loro, per capire come muoversi e su cosa concentrare le proprie attenzioni (e il proprio budget).

Ad oggi, che risultati ha ottenuto CMI?

Per me, il risultato principale è essere riusciti a lavorare per grandi multinazionali, come ad esempio il gruppo Fater per il loro brand Pampers, la Tucano International e agenzie di consulenza di calibro internazionale, che ci hanno contattato tramite il sito web o per passaparola grazie a referenze molto positive sul nostro lavoro.

Ma non solo: considero risultati di cui vado fiera anche anche aver aiutato delle startup a ottenere finanziamenti e aver dato nuovi spunti utili ad alcune PMI italiane.

Come vedi CMI nei prossimi 3 anni?

Siamo ambiziosi: vogliamo diventare lo standard per le analisi di mercato.

La nostra mission è quella di evitare (o almeno ridurre significativamente) la necessità di dover disturbare con le interviste telefoniche i consumatori a orari improbabili.

Quali progetti hai per il futuro?

Il mio obiettivo è stato sin dall’inizio quello di aiutare le aziende a cogliere l’opportunità del web per avere più successo e questo non cambierà.

Al momento sono convinta che le indagini di CMI siano il modo migliore per aiutarle a prendere scelte più consapevoli e a sfruttare informazioni che si lasciano scappare quasi del tutto.

Questo oggi. In futuro… chissà?

Se l’intelligenza artificiale prenderà così tanto piede da riuscire a rendere questi dati già disponibili e le nostre indagini non più necessarie, passeremo allo step successivo!

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

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Stefano Bersanetti. Un anno dopo

Stefano Bersanetti

Stefano Bersanetti

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista a Stefano Bersanetti, ingegnere e manager di successo con una bella esperienza di lavoro in Cina nel suo curriculum.

Di recente, Stefano ha fatto pivoting come si dice nel linguaggio gergale degli startupper.

Infatti, il suo blog Pensieri stra…nieri in cui si parlava della sua esperienza di lavoro in terra cinese e che ospitava una rubrica in cui altri expat italiani raccontavano della loro vita da emigranti ha mutato pelle e nome.

Ora, si chiama Il puntino sulla i ed è focalizzato sulla sua attuale esperienza lavorativa a contatto con l’innovazione.

Buona lettura!

Dalla nostra prima intervista è passato poco più di un anno. Com’è cambiata la tua vita?

Direi che è stato un anno intenso e complicato, sia a livello lavorativo, sia a livello di vita privata. Probabilmente l’esperienza più fortificante e rigenerante è stato il viaggio che ho fatto con mia moglie on the road tra i parchi degli Stati Uniti. Una totale immersione nella natura, che ha rilasciato nel corpo e nello spirito gemme di positività.

Perché hai deciso di cambiare il titolo e l’impostazione del tuo blog visto che avevi fatto un pivot di recente pur mantenendo in vita il vecchio brand?

Come giustamente hai notato, avevo fatto una prima operazione qualche mese fa, evidenziando una correzione di rotta.

Si viene e si va, pur essendo una rubrica di cui vado molto fiero, cominciava a essere poco sostenibile: la difficoltà delle interviste, un argomento comunque molto specifico e affrontato da centinaia di blog che si trovano in Rete.

E soprattutto, mi sono reso conto che, per la mia propensione giornalistica, raccontare ciò di cui non ero più protagonista (l’espatrio) non mi consentiva di rispondere alle principali regole del fact checking.

Ciò che scrivevo, attingeva ad un’esperienza che si era conclusa nel 2012.

Ecco allora la necessità anche di cambiare il titolo, per togliere il riferimento all’essere stato straniero in terra d’altri.

Quali argomenti tratti nel nuovo blog?

Ho creato tre sezioni, ognuna corrispondente a una mia passione.

Prima di tutto l’innovazione, nella sezione L’ingegnere esploratore, da intendersi non solo come innovazione tecnologica, ma a 360°.

Innovare significa progredire, cambiare: quanta innovazione possiamo apportare quotidianamente nella nostra vita e nel nostro lavoro?

Una seconda sezione nasce dal mio essere manager: L’occhio del manager si rivolge a tutti quegli aspetti della quotidianità in cui occorrerebbe, dal mio punto di vista, più spirito manageriale e più capacità strategica. Nel mio post sul caso Higuain, per esempio, non parlo di calcio, ma parlo di gestione aziendale.

L’ultima sezione, che ho chiamato Matita rossa e blu, affronta il mondo dei Social: come questi hanno cambiato, in meglio o in peggio, la nostra vita, generando una iperconnessione della quale non abbiamo ancora colto gli elementi positivi.

Quali strategie hai deciso di implementare per far crescere questo nuovo blog velocemente?

Sicuramente il veicolo più importante resta la Pagina Facebook, nella quale, peraltro, pubblico anche notizie o articoli di altri blogger. Sto cercando, in questo modo, di aumentare il traffico verso la fanpage, così che questa possa diventare a sua volta veicolo verso il blog.

Non credo, invece, che manterrò la Newsletter. Ho visto che non genera grossi contatti.

Alla luce dei tuoi primi dati statistici il cambio ti ha fatto perdere qualcuno dei tuoi vecchi lettori?

È ancora presto per dirlo.

Credo che alcuni lettori fossero molto affezionati alla rubrica Si viene e si va, per cui, nel momento in cui l’ho interrotta, hanno perso l’interesse per il blog.

Spero, tuttavia, di riuscire ad acquisire lettori partecipi, non tanto in quantità, ma in qualità, lettori che commentino e che dicano la propria idea.

Mi rendo conto che il tempo per interagire in un blog non c’è, soprattutto se si trascorre molto tempo sui Social, ma indirizzando maggiormente gli argomenti, chi è interessato dovrebbe anche dire la propria opinione.

Qual è l’obiettivo che ti sei prefissato di raggiungere con questo nuovo “brand”?

Il puntino sulla i è il mio essere.

Sono preciso, a volte, purtroppo, puntiglioso, non lascio mai nulla al caso. Datemi una tabella Excel con centinaia di numeri e ve la analizzo da capo a fondo.

Nello stesso tempo, il mio lato ingegneristico è compensato da una cultura classica che mi ha infuso, dai tempi del Liceo, la voglia di approfondire, di interessarmi e di leggere moltissimo.

Sono molto Social, nel senso che sfrutto la Rete per attingere informazioni e dati.

Del resto, come ho scritto anche nella pagina Sul blog e su di me, mi sarebbe piaciuto fare il giornalista ed è questo il taglio che vorrei dare ai miei post.

Ecco dunque cosa vuole essere Il puntino sulla i: un blog dove esprimere me stesso, sperando di generare interesse.

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Federico

Il metodo Lean Startup spiegato con parole semplici

Oggi, mio caro lettore, ti spiegherò il metodo Lean Startup con parole semplici.

Questa metodologia è stata teorizzata da Eric Ries nel suo libro Partire leggeri (ed. Rizzoli 2012) e trae ispirazione dal metodo Lean Manufacturing sviluppato dalla Toyota in Giappone negli anni ’70 al fine di contenere gli sprechi durante il ciclo produttivo.

In base ai principi del metodo Lean Startup tutto ciò che non soddisfa velocemente un bisogno reale del mercato è uno spreco.

Quindi il prodotto o il servizio innovativo più efficiente sarà quello che soddisfa un bisogno reale sentito fortemente dagli utenti.

Se questa condizione non viene soddisfatta si ha un grosso spreco di risorse.

Questa metodologia può essere applicata anche al di fuori del contesto delle startup innovative.

Ad esempio, se ti è venuta in mente l’idea di aprire un esercizio commerciale per vendere frullati realizzati con frutta proveniente da produzioni biologiche poiché vuoi cavalcare il trend dei prodotti bio, attualmente, tanto di moda, sarà cosa buona e giusta verificare se:

  • il bisogno esiste;

  • il bisogno è sentito dal target che hai identificato come tuo potenziale cliente;

  • il bisogno è così sentito dal tuo target da spingerlo ad acquistare il prodotto che proponi.

Tornando al nostro esempio non solo dovrai conoscere la densità demografica della zona dove vuoi aprire il tuo esercizio commerciale, il reddito medio dei suoi abitanti, i dati relativi al traffico di passaggio nella via in cui hai deciso di aprire il tuo locale e l’analisi di eventuali concorrenti ma anche se il bisogno di assumere prodotti sani è fortemente sentito da coloro che gravitano nell’area.

Tutto questo, però, non basta dovrai anche fare dei test di mercato che ti confermino che i tuoi potenziali clienti sono disposti a mettere mano al portafoglio per acquistare il tuo prodotto.

IL CUSTOMER DEVELOPMENT

Il secondo pilastro su cui si fonda il metodo Lean Startup è il Customer Development teorizzato da Steve Blank nel 2005.

Una startup innovativa prima di sviluppare il suo prodotto o servizio deve predisporre delle strategie strutturate e ripetibili per comprendere e individuare i propri clienti.

Una volta individuati questi ultimi dovrà fare in modo di alimentare un flusso continuo di input e feedback provenienti dalla propria clientela.

Si creerà così un processo di continuo apprendimento e di verifica delle ipotesi alla base dell’idea di business che andrà ad implementare il prodotto o servizio al fine di riproporlo sul mercato per raccogliere nuovi input e feedback che porteranno a nuove implementazioni.

Si parla, infatti, di Minimum Viable Product (MVP). Cioè di un prodotto che ha le minime caratteristiche di funzionalità che lo rendono idoneo all’essere testato sul mercato e che si può facilmente implementare sulla base dei riscontri provenienti dai clienti per poi, di nuovo, essere riproposto sul mercato al fine di raccogliere nuovi feedback e così via.

In questo modo si genererà un ciclo virtuoso riducendo al massimo gli sprechi di tempo, di denaro e di tutte le altre risorse messe in campo.

Ovviamente, anche questo secondo principio del metodo Lean Startup è esportabile nel mondo delle PMI e delle microimprese.

Per esempio, se tu, mio caro lettore, volessi aprire un servizio di ristorazione sull’onda del grande successo che hanno in TV i programmi che parlano di cucina, dovresti, dapprima, aprire la tua casa a degli ospiti organizzando diverse cene e raccogliendo pareri e suggerimenti dai convitati.

Dopodiché dovresti aprire il tuo home restaurant, che tradotto in parole povere è il “ristorante in casa” che come ben saprai è la tendenza del momento. Questo ti permetterebbe di testare le tue capacità culinarie e la gestione della sala con clienti veri ed eterogenei, ottenendo così i tuoi primi guadagni.

E solo alla fine, dopo aver implementato il tuo servizio grazie ai vari test di mercato, potrai aprire il ristorante dei tuoi sogni.

Grazie a questo processo di validazione ridurresti al minimo il rischio di fallimento.

Per il metodo Lean Startup nulla è verificato se non è validato.

Tutti i test servono ad un unico scopo cioè a raccogliere dati utili misurabili e reali per migliorare il prodotto o il servizio che si propone, apprendere, ridurre gli sprechi e scongiurare il pericolo di mettere sul mercato un prodotto o un servizio che nessuno vuole.

COME COSTRUIRE UNA STARTUP: LE 4 FASI

Nella costruzione di una startup possiamo distinguere 4 fasi:

  1. Costumer discovery: dall’idea si passa ad un prototipo del prodotto o del servizio che viene testato sul mercato. L’obiettivo finale è quello di capire se vi è un bisogno sul mercato e se ciò che si propone lo soddisfa.

  2. Costumer validation: sulla base dei feedback ottenuti si testa un business model. Su piccola scala si crea un processo di vendita ripetibile.

  3. Costumer creation: si crea un mercato più ampio.

  4. Company building: si passa da una organizzazione informale, ad esempio una sinergia professionale, alla costruzione di un’azienda strutturata e con procedure standardizzate.

Il metodo Lean Startup è un processo continuo di validazione che avviene in ognuna delle 4 fasi e porterà lo startupper a decidere se perseverare nella direzione intrapresa oppure se fare pivoting, cioè cambiare strada.

Le intuizioni, in questo modo, vengono validate da un insieme di dati misurabili che accompagneranno ogni evoluzione.

CONCLUSIONI

Il metodo Lean Startup stravolge il modo di approcciare un business. Si passa, infatti, da una logica “orientata al prodotto” ad una logica “orientata al cliente” che è diretta a soddisfare i reali bisogni del suddetto e per questo aumenta le probabilità di successo di un’attività.

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Startup vs. Imprese

Oggigiorno, si fa largo abuso della parola startup e molto spesso questo termine inglese viene usato a sproposito.

Sembra che ogni persona che sta per aprire un’attività o che l’ha aperta da poco tempo stia realizzando una startup.

Non è così. Il suddetto termine si può utilizzare esclusivamente in caso di avviamento di un’attività innovativa.

Tale tipologia d’impresa, perché di questo si tratta, nasce per risolvere un problema o per appagare un bisogno. Quindi deve crearsi un mercato.

In tutti gli altri casi si tratta dell’avviamento di un’impresa di tipo tradizionale che organizza i fattori produttivi e le risorse umane, in modo non occasionale, al fine di produrre beni o servizi da vendere sul mercato con una finalità economica.

Per intenderci meglio, colui che apre una pizzeria o una fabbrica di bottoni non è uno startupper, bensì un imprenditore in fase di avviamento.

Quindi non potrà pretendere di poter accedere ai fondi stanziati dalle istituzioni per le startup come, purtroppo, mi è capitato di vedere.

Infatti, il suo scopo principale è quello di fare profitti e non innovazione.

Di contro, le startup producono e portano sul mercato innovazione ed è per questo che molte di esse iniziano a monetizzare solo diversi anni dopo la loro costituzione, come è accaduto per esempio a Google.

Ciò detto, un elemento in comune tra le due tipologie d’azienda c’è ed è la sostenibilità finanziaria.

Per questo motivo è molto importante il processo di validazione cioè quel percorso che porta a capire se vi è un mercato per il prodotto o il servizio che si vuol proporre.

Senza di esso aprire un’attività è un vero e proprio azzardo, specie di questi tempi.

CONCLUSIONI

Startup ed imprese sono tipologie d’azienda completamente diverse tra loro. Le prime hanno come scopo principale quello di fare innovazione mentre le seconde puntano fin da subito a fare utili.

Entrambe, però, devono puntare alla sostenibilità finanziaria del progetto imprenditoriale.

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Andrea Motto: ProxToMe

L’odierna intervista, miei cari lettori, ha come protagonista Andrea Motto, startupper di successo, che con due amici ha lanciato ProxToMe società da cui prende in nome l’omonima app di cui tanto si parla ultimamente poiché negli Stati Uniti ha raccolto più di $ 700.000 di finanziamenti.

Chi compone il nucleo fondante di ProxToMe e quali percorsi scolastici e lavorativi avete alle spalle?

Carlo Capello, 32 anni, co-founder e CEO, ha un Ph.D. in Ingegneria Gestionale e Finanza. Ha lavorato come business analyst per un fondo di Venture Capital con base a Londra e come advisor per l’Incubatore del Politecnico di Torino, supportando numerose startup nella pianificazione della loro strategia, nella raccolta di capitali e nell’esecuzione delle attività di sviluppo del business. Contemporaneamente è stato co-docente per il corso di Imprenditorialità e Business Planning del Politecnico di Torino.

Andrea Motto, 32 anni, co-founder e CTO, sono un ingegnere informatico con la passione per la musica ed ho un passato come produttore discografico. Ho maturato più di 10 anni di esperienza nel settore IT avendo lavorato come Software Engineer e Project Manager in diverse società.

Ho inventato il motore di prossimità che è alla base di ProxToMe e per cui ho anche vinto il Premio Nazionale dell’Innovazione – Working Capital (edizione 2011) di Telecom Italia. 

Adriano Marconetto, 51 anni, co-founder ed Executive Chairman, è uno startupper seriale con alle spalle più di 20 anni di esperienza nel lancio di startup. Tra le più note vi sono :

  • Vitaminic: leader europea nel settore della musica digitale, quotata nel 2000;

  • IM3D: dispositivi medici destinati all’impiego nella diagnostica di imaging medicale;

  • Electro Power Systems: sistemi di back-up elettrico con tecnologia fuell cell, prima azienda italiana nominata Technology Pioneer dal World Economic Forum.

 Quale bisogni volete appagare con la vostra app?

ProxToMe è nata per consentirci di chattare e scambiare ogni tipo di file in un istante con chi ci sta attorno e con i nostri amici di Facebook. Vogliamo essere sempre più liberi da costrizioni e detestiamo perdere tempo in operazioni complesse. Siamo sempre più mobili e usiamo gli smartphone ormai più dei computer. Teniamo foto, video, musica, documenti professionali nei servizi di cloud storage come Dropbox, ma abbiamo sempre più bisogno di condividerli al volo con le persone che incontriamo durante il giorno e di cui, magari, non conosciamo nemmeno il nome come può accadere, per esempio, ad un party, a una conferenza o a un concerto. 

Con ProxToMe in tre tap sullo schermo del proprio smartphone si può condividere un video di un’ora con chiunque in meno tempo di quanto servirebbe per scrivere un tweet. E senza impatto sul piano tariffario.

L’Italia è un paese che a parole è favorevole alla libera impresa ma nei fatti crea un sacco di ostacoli agli imprenditori. Come siete riusciti a superarli?

In realtà l’Italia ha da poco una vera e propria legge per favorire la nascita e lo sviluppo delle startup. Inoltre, è il primo Paese al mondo ad aver regolato ufficialmente il crowdfunding: una cosa di cui non si legge sui giornali ma che potrebbe avere un impatto pazzesco sul futuro imprenditoriale ed economico della nostra nazione.

Ciò premesso, noi abbiamo scelto di creare ProxToMe in Silicon Valley. Non tanto per ragioni di burocrazia ed ostacoli all’impresa – e sulle differenze tra USA e Italia su questi temi potremmo scrivere un libro tanto sono enormi – quanto per il fatto che è quello più che mai l’ecosistema giusto nel quale un’azienda come la nostra ha qualche speranza di crescita.

Qual è stato il percorso che dall’Italia vi ha portato negli Stati Uniti?

Avuta l’idea ci è venuto spontaneo andare in Silicon Valley per confrontarci con imprenditori, startupper, investitori, mentor ed esperti di tecnologia. A tutti loro esponemmo le nostre idee e chiedemmo di dirci papale papale cosa ne pensassero. Dopo qualche settimana decidemmo di creare lì la nostra azienda, pur mantenendo in Italia lo sviluppo tecnologico.

Com’è l’ecosistema imprenditoriale americano?

In genere le persone sono positive, sorridono e, se sai essere veloce e concreto nell’esporre il tuo problema, tutti ti danno volentieri una mano. È essenziale però saper dire tutto “in una riga”: nessuno ama il “bla bla bla”.

La gente ama il rischio, non ha paura di fallire, è focalizzata sull’obiettivo che in genere è quello di avere successo, non di fare soldi che sono semmai una conseguenza. La burocrazia è praticamente inesistente: nei primi tre anni una impresa come la nostra non deve nemmeno presentare il bilancio. Non esiste il concetto di commercialista. Si lavora sul business, non sulle scartoffie. E, poi, in Silicon Valley c’è tutto quello che ti serve nello spazio di pochi metri: investitori, ingegneri, mentor, consulenti di ogni genere, riviste specializzate ed eventi specifici. Inoltre, vi sono dozzine di bar dove gli startupper lavorano come se fossero il loro ufficio. Ehi, è il loro ufficio!

Statisticamente su dieci startup due hanno un successo enorme, tre producono utili nella media e cinque falliscono. Nella cultura americana come viene vissuto il fallimento?

In Silicon Valley il concetto “Fail and move on” – fallisci e riprovaci – è un mantra: la base di tutto. Da quelle parti il vero sfigato è chi non ha il coraggio di provarci, non certo chi ha dovuto chiudere la propria startup.

Su quali social network siete presenti e in che modo li utilizzate per promuovere la vostra app?

Utilizziamo Facebook e Twitter dove abbiamo un’attività quotidiana per raccontare modi sempre nuovi di utilizzo della nostra app e dove promuoviamo gli eventi in cui artisti e live performers utilizzano ProxToMe per regalare qualcosa di unico al proprio pubblico. Inoltre, li utilizziamo per annunciare, ogni settimana, l’artista protagonista del nostro Free Music Friday, l’iniziativa di ProxToMe per regalare ai propri utenti un brano musicale nuovo di un artista emergente internazionale.

Progetti futuri?

Molti e interessanti. Ci saranno novità forti a partire da inizio settembre, mentre nei prossimi giorni uscirà una versione aggiornata dell’app con nuove feature come, ad esempio, la preview dei file in uscita per rendere la condivisione di video, foto e di qualsiasi altro contenuto ancora più facile e veloce.

A questo punto, miei cari lettori, se il mio articolo vi ha incuriosito non vi resta che andare sul sito www.proxtome.com e scaricare gratuitamente l’omonima app.

Invece, se avete bisogno di una guida nel mare magnum dei social network, contattatemi. Sarò il vostro Virgilio.