Andreas Voigt. Tre anni e 8 mesi dopo

Andreas Voigt

Andreas Voigt – CEO @ Innovando GmbH

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista ad Andreas Voigt, titolare di Innovando, oltre che grande esperto di Internet e di comunicazione digitale, che avevo già intervistato nel luglio del 2015 (leggi qui).

Buona lettura!

* * *

All’epoca della nostra prima intervista ti eri appena trasferito in Svizzera. Com’è cambiata la tua vita da allora?

La mia vita è cambiata tantissimo.

Non so dire se il cambiamento sia dovuto alla crescita naturale, all’avanzare dell’età e fino a che punto il cambiamento sia stato influenzato dall’ambiente e dalle circostanze.

Ma posso dire che è cambiata. Forse, la sicurezza sociale, la protezione, la sensazione di non essere da soli e senza aiuto porta una certa sicurezza di sé e serenità che, poi, influisce sui comportamenti quotidiani.

È, però, certo che il cambiamento c’è stato, in positivo, in termini di salute, di lavoro, di pressione psicologica e di consapevolezza.

E, invece, com’è cambiata Innovando, la tua agenzia di comunicazione in tutto questo tempo?

Innovando è cresciuta. Anzi, direi che è maturata notevolmente.

Se prima la presenza sul mercato era timida, quasi come se non si volesse dare fastidio, oggi c’è una marcata e totale consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità.

C’è stata una sorta di maturazione intellettuale, professionale ed esperienziale che ci porta a poter selezionare i clienti.

Oggi Innovando GmbH è una azienda, non una “agenzia”.

Innovando pur rimanendo piccola come infrastruttura, per scelta strategica, è grande nell’interpretazione del suo ruolo, è grande nelle attività, è grande nei risultati e lo può dimostrare.

La sua maturazione la si può facilmente comprendere dal fatto che:

  • oggi, i suoi servizi sono certificati con il marchio Swiss Label©;
  • partecipa in qualità di socia a una società ISP (Internet Service Provider);
  • ha verticalizzato la proposta commerciale gestendo internamente e in proprio l’intera filiera produttiva legata al branding, al marketing online e alla comunicazione digitale.

In aggiunta, Innovando ha protetto il proprio Marchio in tutta Europa consapevole del proprio ruolo e dell’importanza dell’esperienza accumulata negli anni che è il vero patrimonio commerciale dell’azienda.

Il tuo team è sempre composto da: Pietro Suffritti, Andrea Papotti, Andrea Iotti, Alex di Chiara, Paolo Cervari, Susanna Baraldi, Fabrizio Loschi?

No, la composizione del team si è notevolmente modificata.

La collaborazione con Alchimie Digitali (Pietro Suffritti, Andrea Papotti e Andrea Iotti) si è chiusa alla fine del 2015 (sono rimasti, però, vivi i rapporti di stima e amicizia) per scelte strategiche diverse di Innovando.

Oggi, Innovando GmbH propone in proprio i servizi di infrastruttura web (hosting, cloud etc.).

È rimasta invece invariata solo la collaborazione con Susanna Baraldi in qualità di Designer per la Brand Identity dei clienti.

Oggi la composizione delle collaborazioni è più stabile ed esclusiva e i rapporti di lavoro sono di interdipendenza.

Com’è cambiata la tua clientela dal 2015 ad oggi?

La composizione della clientela di Innovando è sempre stata variegata e non è cambiata.

Grandi imprese e PMI sono sempre stata l’ossatura della clientela di Innovando fin dalla sua nascita, in Italia, 20 anni fa.

C’è, ovviamente, un posizionamento più internazionale, considerando anche la posizione geografica della società oggi rilocata nella Svizzera tedesca, ma sostanzialmente non è cambiata.

Possiamo dire, però, con orgoglio che tutti i clienti italiani, salvo casi rari, ci hanno seguiti nella nuova avventura e continuano a rimanere fedeli.

Hai acquisito qualche cliente di cui sei particolarmente orgoglioso?

Io sono personalmente orgoglioso di TUTTI i clienti che abbiamo acquisito.

Non ne esiste uno più importante dell’altro.

Tutti i clienti, piccoli o grandi, sono importanti per noi e tutti vengono trattati con la stessa cura.

Perciò è una domanda a cui faccio fatica a rispondere.

Posso, però, dire che esiste un cliente a cui mi sono particolarmente affezionato perché è stato un percorso di avvicinamento, di conoscenza reciproca e di costruzione del patto fiduciario che ha avuto bisogno di tempo a causa di circostanze avverse che il cliente si portava appresso prima di arrivare da noi.

Si tratta di una società interessantissima di Cosenza, Termoidraulica Golemme fortemente presente online con un sito di e-commerce che abbiamo contribuito a far crescere e per il quale abbiamo progettato un CMS completamente nuovo su piattaforma node.js che sarà pubblico tra poche settimane.

Oggi la collaborazione è a tutto tondo ma al di là della soddisfazione economica, c’è un’enorme soddisfazione personale che deriva dalla consapevolezza di aver lasciato qualcosa di importante di noi al cliente e di avere contribuito alla sua crescita e alla sua consapevolezza.

Ti è capitato, come già avvenuto in passato, che qualche cliente ti chiedesse per una cifra irrisoria di creargli il clone di Facebook per il nipotino?

Purtroppo, queste situazioni sono all’ordine del giorno.

Ricevo mail quotidiane con richieste al limite dell’assurdo.

Non ho più voluto dare molta pubblicità alle varie situazioni perché, in fondo, sono anche umanamente commoventi in tanti casi.

Purtroppo, la digital transformation è un processo lungo e complesso e lontano dall’essere compiuto.

Dobbiamo abituarci all’idea che i passaggi generazionali genereranno ancora “storture” con la conseguenza che, spesso, molti non sanno esattamente di cosa stanno parlando.

Occorre pazienza.

Lavori ancora con clienti italiani?

Assolutamente, sì e non rinunceremo mai alla nostra italianità.

L’Italia è e sarà sempre la nostra storia e non abbiamo nessuna intenzione di rinunciarvi.

Anzi, aggiungo che sarebbe non solo sciocco rinunciarvi ma terribilmente offensivo verso un Paese che a me, personalmente, ha dato una lingua, una cultura, un mestiere e le condizioni per fare ciò che stiamo facendo.

Quali social network ritieni siano da presidiare se una persona vuol fare Personal Branding?

Domanda davvero complessa.

Più che chiedersi quale social presidiare, occorre chiedersi prima come si vuole fare Personal Branding.

I social network sono differenti l’uno dall’altro, hanno dinamiche differenti, potenzialità differenti, regole totalmente differenti e la scelta è sì personale ma dipendente dai comportamenti, dalle inclinazioni e dalle abitudini delle persone.

Il branding si sviluppa su tre domande: Chi sono, Cosa Faccio, Perché devo essere ascoltato.

  • Chi sono = Identità.

  • Cosa faccio e a chi mi rivolgo = Posizionamento.

  • Perché devo essere ascoltato = Promessa di valore.

Questo vale per gli individui ma vale anche per le imprese. Va da sé che la scelta di quale canale usare per la comunicazione e quale social poi, dipende molto dalla risposta a queste tre domande.

Difficile, quindi, dare una risposta secca e univoca.

Se, poi, a questo si aggiunge che i social network per loro natura sono diversi l’un dall’altro, la scelta può diventare estremamente complessa.

Io personalmente amo le relazioni.

Sono portato alle relazioni e, quindi, preferisco un social network di tipo relazionale (Facebook) e qui costruisco la mia immagine (o la distruggo).

Mentre un’azienda su quali social network deve essere presente?

La risposta è la stessa che ho dato per la domanda precedente.

Occorre fare una analisi di fondo prima di poter scegliere e, nel caso, di una impresa la scelta è ancora più complessa.

Ritieni che l’Intelligenza Artificiale sarà una minaccia per la tua professione?

Io ritengo che tutto ciò che è innovazione è una minaccia per coloro che hanno rendite di posizione.

L’IA è una manna, non una minaccia.

Ben venga quando questa coadiuva, migliora, rende più agevole il lavoro umano.

Perché no? Cosa c’è di sbagliato?

Nel mio caso, o meglio nell’attività che svolgo, non solo non è una minaccia ma sarà un’opportunità meravigliosa.

Significa sostanzialmente poter dare servizi migliori, più performanti, significa far entrare le imprese ancora di più nei processi di trasformazione digitale e per me questa è la vera sfida.

Io non ho paura dei cambiamenti, anzi, cerco di anticiparli quando riesco e, comunque, lasciarmi trasportare da essi.

Quali progetti hai per il futuro?

A 51 anni, ormai, si pensa alla pensione.

Diciamo che sì, non è proprio una battuta.

Ma non ho certo tirato i remi in barca, anzi. Il progetto di Innovando è quello di entrare sempre di più nel processo di cambiamento delle attività commerciali delle imprese, cioè quelle di vendita.

Sto parlando, sostanzialmente, di e-commerce.

Portare le imprese a capire le dinamiche dell’e-commerce, comprenderne le potenzialità, capire come adeguarsi al futuro ed essere vincenti nei nuovi processi di vendita.

Questo è il nostro nuovo progetto.

Anche se non sembra, l’e-commerce inizia adesso ed è incredibilmente interessante.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

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Simone Bennati. Un anno e sette mesi dopo

Simone Bennati

Simone Bennati – Bennaker.com

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista a Simone Bennati, proprietario del noto blog Bennaker.com, blogger, social media marketer, content curator e copywriter.

Un professionista coi fiocchi con una forte personalità e titolare di un gruppo su Facebook

“Ciccio senti ‘na cosa” che è un supporto incredibile per tutti coloro che hanno a che fare con Internet.

Buona lettura!

* * *

Quando ti ho intervistato la prima volta (giugno 2017) avevi appena perso il lavoro. Com’è cambiata la tua vita da allora?

Un anno e mezzo è passato e molte cose sono cambiate, se non addirittura moltissime.

Sono cambiato io, innanzitutto. Il fatto di esseremi ritrovato da un giorno all’altro a non avere più un’occupazione mi ha dato un bello scossone, tanto sul piano emotivo, quanto su quello pratico.

Di buono c’è che questo imprevisto mi ha dimostrato una cosa estremamente importante, ovvero che l’idea di lavorare sulla mia immagine professionale attraverso Bennaker.com e i social fu, a suo tempo, quella giusta.

Senza tutto il lavoro di Personal Branding portato avanti nei 3 anni precedenti, infatti, mi sarei trovato a dover ricominciare come un 33enne qualsiasi; magari anche bravo e competente, ma totalmente sconosciuto. E invece questo non è accaduto.

Piuttosto, il fatto che Bennaker fosse tornato sulla piazza ha scatenato un interesse e un affetto del tutto inediti, e per i quali ancora ringrazio.

Questi ultimi 18 mesi li ho dedicati perlopiù alla formazione, rimettendomi sui libri e frequentando corsi che speravo mi avrebbero dato una marcia in più, cosa che si è puntualmente verificata.

Ho poi incrementato il lavoro sul blog, affinato la mia presenza sui social e partecipato a un gran numero di eventi e incontri di settore.

Insomma, non sono rimasto a casa a piangermi addosso, ma ho approfittato di questa parentesi di imprevista libertà per migliorare me stesso e farmi conoscere da una platea sempre più ampia.

Due cose che, posso assicurarlo, portano via un sacco di tempo e di energie.

All’epoca della prima intervista avevi da poco aperto su Facebook il tuo gruppo “Ciccio, senti ‘na cosa”. Che risultati ha ottenuto? Sei soddisfatto di questa tua creatura?

Ciccio”, così come lo chiamano i membri più affezionati, mi ha dato e mi sta dando un sacco di soddisfazioni.

Considerato che l’idea di creare “Ciccio” è nata dalla necessità di risolvere un mio problema, il fatto che oggi centinaia di persone utilizzino il Gruppo per trovare soluzione ai loro problemi mi infonde grande gioia.

I numeri non sono certo quelli da gruppone di Facebook, ma che importa?

Ricevo quotidiamente messaggi di persone che mi ringraziano per aver creato un luogo dove domande e risposte si incontrano, ma in cui nessuno si erge a maestro o a portatore della verità assoluta.

Di fatto, considero “Ciccio” una sorta di riproduzione in miniatura del mondo che vorrei: un mondo fatto di ascolto, collaborazione e rispetto…

Come sta andando il tuo storico blog Bennaker.com?

Anche il lavoro sul blog procede a gonfie vele e i risultati, numerici e non, parlano da soli.

Ho sempre pensato che mettere a disposizione il proprio know-how fosse il modo migliore per attirare le persone e instaurare nuovi rapporti.

Questo modo di agire permette non solo di ampliare la propria rete di contatti, ma anche di accrescere la propria reputazione, portando coloro che sono interessati alla tua professionalità a rapportarsi con maggiore rispetto e considerazione.

Produrre nuove idee e contenuti non è sempre facile, ma ho la fortuna di essere uno di quelli che, tanto nel bene, quanto nel male, non si lasciano semplicemente attraversare dalle cose, ma sono portati a osservare e analizzare tutto ciò che fanno o capita loro.

Il prendere questi input e tradurli in parole è, poi, un passaggio quasi naturale.

Ho notato che hai aumentato la tua attività su LinkedIn. Cosa pensi di questo social?

LinkedIn è, tra tutte le piattaforme social, quella in cui mi diverto di più.

Un divertimento che si concretizza nella condivisione quotidiana di: contenuti che considero di valore (articoli, approfondimenti, grafici, etc.), rilfessioni inerenti il mondo della comunicazione, aneddoti e molto altro ancora.

Nonstante, siano ancora molti quelli che considerano LinkedIn una sorta di Facebook del lavoro, i dati riguardanti la crescita degli utenti parlano chiaro: LinkedIn non solo gode di ottima salute, ma il grado di apprezzamento del pubblico aumenta in modo esponenziale.

Oggi, quando pensiamo a un’azienda sui social, la prima piattaforma che ci viene in mente è Facebook, seguita a ruota da Instagram. Ma domani sarà ancora così?

Secondo me no. E la colpa, se così vogliamo definirla, sarà proprio di LinkedIn.

LinkedIn vs. Facebook: su quale dei due, nel 2019, si deve per forza avere un profilo personale?

Quando si parla di risorse social aziendali, le uniche che dovrebbero essere schierate sono quelle per cui è previsto un ruolo all’interno del piano strategico, ovvero quelle che devono contribuire attivamente al raggiungimento di uno o più obiettivi.

Applicare lo stesso principio ai profili personali sarebbe (forse) esagerato, ma bisogna anche domandarsi a cosa potrebbe mai servire un profilo che non si ha modo di seguire o che, pur seguendolo, non porta a nulla di concreto?

Nel mio piccolo, se proprio dovessi azzardare un consiglio, suggerirei a coloro che vogliono utilizzare i social per finalità legate al business e al Personal Branding di dare una possibilità a LinkedIn.

Questo significa non solo aprire un profilo personale, ma anche e soprattutto curarlo, entrando in contatto con altri professionisti del proprio settore, nonché con quelli appartenenti a settori in cui la propria professionalità potrebbe essere richiesta.

Se invece l’obiettivo della propria presenza sui social è semplicemente quello di cazzeggiare, beh… c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Da Facebook a Instagram, passando per Twitter e Snapchat, il social-cazzeggio regna sovrano. Quindi pochi scrupoli e spazio alla leggerezza.

Fai attività di public speaking?

Quello di parlare in pubblico, fosse anche solo il pubblico di una diretta Facebook, è un mio grosso limite, nel senso che vivo questo tipo di situazioni con grandissima ansia.

Mi è capitato in più di un paio di occasioni di parlare di fronte ad altri e, per quanto i feedback ricevuti siano stati oltremodo positivi, il livello di stress che subisco è sempre altissimo.

È una cosa che con l’esperienza e il tempo tende a smorzarsi, lo so, ma per il momento preferisco limitare il numero delle occasioni, scegliendo solo quelle con un pubblico ristretto e ben selezionato.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A dire la verità, non sono mai stato bravo a fare progetti. Persino i miei weekend sono spesso improvvisati, quindi figuriamoci il resto…

Ci sono, però, una serie di attività che intendo continuare a seguire e che, ad oggi, rappresentano l’ossatura del mio lavoro quotidiano.

Il fatto di continuare a scrivere su Bennaker.com, ad esempio, è qualcosa che porterò avanti qualsiasi cosa mi capiti e per cui troverò sempre tempo.

Lo stesso dicasi per la gestione delle mie risorse social, nonché per il quotidiano aggiornamento sulle novità riguardanti il mondo del Digital Marketing.

Volendo andare un po’ più sul concreto, mi piacerebbe proprormi sul mercato sia come consulente che come formatore in ambito social.

Parlare delle materie che amo a chi ha voglia di imparare mi viene piuttosto semplice.

Vedremo come va a finire. Il fatto che non ne abbia la minima idea neanche io mi spaventa e eccita allo stesso tempo, ma la mia vita è sempre stata così.

E mi piace proprio perché è incerta.

L’ultima domanda sono sicuro che piacerà molto a tutti i tuoi “true fan”: hai trovato un degno sostituto del pub di Maria?

Non credo che troverò mai un degno sostituto del pub di Maria. Il Legend – perché è così si chiamava – era per me un posto speciale.

Una sorta di seconda casa in cui, in base all’umore, andavo a sbollire i miei malumori o a godermi il piacere della compagnia.

Sarà quindi molto difficile trovare un locale che riesca a farmi sentire allo stesso modo.

Un locale in cui possa andare a pensare, scrivere, parlare, mangiare, bere, fumare ogni volta che voglio, quando voglio.

E poi, vabbè, al Legend c’era prima di tutto Maria, con la sua risata contagiosa e il suo modo di fare cordiale e premuroso.

Il suo pub non era solo un pub, ma una situazione. E di situazioni belle come quella non ce ne sono molte in giro.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Carmen Andreea Silter: Marketing Specialist

Oggi, mio caro lettore, ti voglio presentare attraverso questa mia intervista Carmen Andreea Silter, una giovane esperta di marketing, come recita la sua headline su LinkedIn.

Una ragazza in gamba che ho conosciuto su Facebook grazie al gruppo Career Accelerator, un’iniziativa di Luca Mastella e Dario Vignali.

Buona lettura!

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Quali sono le tue origini?

Sono nata in una piccola città in Romania.

Quanti anni hai e dove abiti?

Ho 29 anni e abito in Italia, a Roma, più precisamente.

Hai fatto tutte le scuole in Italia?

Ho iniziato il mio percorso di studi in Romania. Poi ho continuato in Italia.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Sin da piccola ho avuto la passione per i numeri e per l’economia.

Dopo le scuole medie ho scelto un collegio con indirizzo economico (Finanza e Contabilità), in Romania, ma dopo il secondo anno mi sono trasferita in Italia e ho proseguito, dalla terza superiore in un istituto tecnico conseguendo il diploma di tecnico della gestione aziendale/informatico nel sud dell’Italia, in Calabria, per la precisione.

Non mi è bastato.

Quindi, la voglia di continuare e scoprire nuove realtà mi ha portata a Roma dove mi sono laureata in Economia, Finanza e Diritto per la Gestione dell’impresa alla Sapienza.

Infine, ho arricchito il mio percorso universitario grazie a una borsa di studio che mi ha permesso di andare negli Stati Uniti e conseguire il master in International Marketing Management presso la Saint Joseph University (PA).

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso di studi?

All’inizio, cioè alle superiori, la più grande difficoltà è stata la lingua, perché appena trasferita non sapevo neanche una parola di italiano, tanto meno le regole della grammatica, ma è stata una bella sfida.

Sfida che oggi, a distanza di più di 10 anni mi permette di parlare l’italiano a livello quasi nativo.

Un’altra difficoltà è stata la mia voglia di essere sempre tra i primi. Per questa ragione venivo definita la secchiona della classe, i professori mi stimavano e la cosa non andava a genio ai miei compagni.

Quali sono state le tue esperienze lavorative prima di quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

La mia prima esperienza lavorativa, in assoluto, è stata come badante, mia madre lavorava di giorno e io la sera.

Sono sempre stata testarda e indipendente.

Ho continuato come cameriera in uno dei bar del paese anche se non avevo la minima esperienza.

Dopo i 3 mesi estivi mi hanno proposto di lavorare part-time con loro e cosi ho imparato il mestiere di barista.

La mattina andavo a scuola, il pomeriggio al lavoro e la sera studiavo.

Il mio obiettivo era quello di salire a Roma per andare a studiare alla Sapienza.

Da quelle esperienze in Calabria ho imparato a gestire il mio tempo, i miei impegni, a settare le priorità e, cosa più importante, a divertirmi lavorando.

Arrivata a Roma, da sola e senza neanche un’idea di come muovermi è iniziata un’altra sfida.

Ho iniziato l’università e, dopo qualche mese, ho iniziato a lavorare come cameriera in un albergo di lusso tramite un’agenzia interinale.

L’agenzia stessa, avendo più appalti mi proponeva diversi lavori sia come cameriera che come barista.

Ho fatto doppi turni, corse da un lavoro all’altro e, nel frattempo, continuavo anche con i miei studi.

A distanza di quasi un anno dall’inizio della mia collaborazione con l’agenzia sono cresciuta e sono diventata responsabile dei punti vendita nelle varie strutture.

Gestivo il personale, gli statini e il carico/scarico della merce.

Nello stesso periodo ho iniziato la mia esperienza in AIESEC, un’associazione non profit gestita interamente da studenti, associazione dove ho avuto una crescita non indifferente.

Sono entrata come semplice membro, successivamente, mi sono candidata per la posizione di team leader per arrivare, poi, alla carica più alta, ovvero quella di Vicepresidente dell’area Outgoing Exchange & International Relations.

Dopo AIESEC ho lavorato come impiegata contabile, bartender, promoter e altri lavoretti simili.

Dopo il master, in contemporanea, con tutti i lavori sopra indicati ho fatto uno stage in sales & marketing che mi ha fatto innamorare ancora di più di questo mondo e mi ha fatto capire che sono sulla strada giusta.

Tutte le esperienze mi hanno insegnato quanto è importante l’impegno, il rapporto con le persone, con il tuo team, la dedizione, l’ascolto, differenziare la vita privata da quella professionale e quanto è importante reagire quando ci sono delle difficoltà.

Qual è il tuo lavoro attuale e cosa ti piace di più di ciò che stai facendo?

Attualmente, ricopro il ruolo di Marketing Assistant preso la New Life Srl.

Quello che più mi piace del mio attuale lavoro è il fatto che non è mai monotono.

Sto a contatto con le persone, gestisco i fornitori, le pagine social dell’azienda, organizziamo e gestiamo eventi di grande portata.

Quindi ho modo di avere una visione dell’azienda a 360°.

In più gestisco anche il bar interno e il personale.

La mia squadra mi dà una carica indescrivibile.

Quali difficoltà hai incontrato o stai incontrando nel mondo del lavoro?

Non credo di aver riscontrato troppe difficoltà, se non la discriminazione in alcuni casi, ma non ci do troppo peso.

Una grossa difficoltà, sicuramente, la sto trovando nel trovare un nuovo impiego in un’altra città.

Quali progetti hai per il futuro?

Per il futuro mi vorrei trasferire a Milano e trovare un’azienda con la quale possa andare in sintonia, crescere e fare carriera al suo interno.

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Federico

Safaa Mataich: Biologa Evoluzionista

Oggi, mio caro lettore, ti voglio presentare attraverso questa mia intervista Safaa Mataich, biologa evoluzionista impegnata nel lavoro sociale, come recita la sua headline su LinkedIn.

Una ragazza in gamba che ho conosciuto su Facebook grazie al gruppo Career Accelerator, un’iniziativa di Luca Mastella e Dario Vignali.

Buona lettura!

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Quali sono le tue origini?

Le mie origini sono marocchine: il paese in cui sono nata e al quale, in qualche misura, appartengo.

Soprattutto, sento mia la storia antica del Marocco.

Quanti anni hai e dove abiti?

Ho 27 anni, compiuti il 4 Novembre 2018. Al momento abito a Firenze.

Hai fatto tutte le scuole in Italia?

Ho cominciato l’asilo a 2 anni in un istituto gestito dalle suore, a Firenze.

Dopo ho sempre frequentato scuole pubbliche, fino alla Laurea Magistrale per la quale mi sono trasferita a Bologna.

L’unica esperienza di studio “all’estero”, è quella che ho fatto in Marocco, dove ho frequentato solo il secondo semestre della terza elementare e dove ho dovuto studiare in arabo e francese in una situazione a me totalmente estranea.

Fortunatamente, mia madre mi aveva insegnato a leggere e scrivere l’arabo già dai miei primi anni.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Da piccola avevo il sogno di diventare una scienziata, e appena ho sentito parlare di Mendel e DNA alle medie, ho deciso che quello sarebbe stato il mio destino.

Mi sono, quindi, iscritta a un Istituto Tecnico ad indirizzo Biologico-Sanitario per continuare con la facoltà di Scienze Biologiche.

Ho, poi, ottenuto la laurea magistrale in Biodiversità ed Evoluzione, con una tesi in Antropologia Molecolare (che utilizza il DNA antico, appartenuto ai nostri antenati, per ricostruire la storia evolutiva e migratoria della specie umana, n.d.r.)

Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso di studi?

Non sono mai riuscita ad adattarmi alla scuola nel suo atteggiamento giudicante e molto frustrante della individualità degli studenti.

Ho ottenuto i miei diplomi con molta fatica, vinta solo dalla profonda passione che ho per le materie studiate.

Quali sono state le tue esperienze lavorative prima di quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

Ho sempre fatto un po’ di tutto per guadagnare qualcosina: dalla venditrice di gioielli e profumi alla fiera dell’artigianato, alla badante, alla mediatrice e insegnate.

Tutte esperienze che mi hanno fatto capire il valore dei soldi e quanto sono da rispettare le persone che fanno i lavori più “umili” e faticosi.

Qual è il tuo lavoro attuale e cosa ti piace di più di ciò che stai facendo?

Attualmente, collaboro con l’Associazione Nosotras: un’associazione di donne provenienti da 70 paesi diversi, che si impegnano su diversi fronti per la dignità delle persone.

Il lavoro sociale è, effettivamente, lontano dalla mia formazione accademica, ma sono entrata in questa associazione all’età di 16 anni per un progetto sull’identità delle seconde generazioni.

Da quel momento ne faccio parte e continuo ad imparare da ogni esperienza e formazione connessa.

Quali difficoltà hai incontrato o stai incontrando nel mondo del lavoro?

Le difficoltà sono state, principalmente, quelle del comprendere cosa volevo fare nella vita: sapevo solo di non voler fare un lavoro monotono e ripetitivo.

Non ho trovato l’orientamento di cui avevo bisogno.

Quali progetti hai per il futuro?

Per il futuro mi impegnerò a creare una sintesi delle mie due passioni: il lavoro nel sociale e la mia conoscenza scientifica.

La via più adatta è quella delle Ong, in cui è necessario avere un buon livello di sensibilità ed empatia da associare a delle ottime competenze tecniche.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

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Federico

Venditore Perdente

Pochi giorni fa la mia strada si è incrociata con quella di un venditore perdente.

Solitamente, quando ricevo una telefonata da qualche telemarketer, a meno che non sia impegnato su qualcosa d’urgente che devo finire in fretta, se è bravo, lo ascolto con attenzione poiché so che così facendo posso prendere qualche spunto utile dalla sua tecnica di vendita.

Anche se, alla fine, non compro mai nulla.

Questo atteggiamento mi ha permesso, nel corso degli anni, di migliorare il modo di vendere i miei servizi.

Se, invece, sono impegnato o la persona che sta dall’altra parte della cornetta si rivela essere palesemente incapace, sapendo che questo è un lavoro ingrato, in modo cortese metto termine alla chiamata.

Questa volta, però, le cose sono andate in modo diverso e se avrai la pazienza di leggere tutto il post capirai perché.

Buona lettura!

* * *

BREVE STORIA TRISTE

Mercoledì pomeriggio, mentre stavo lavorando su di un progetto, ho ricevuto una telefonata dall’Inghilterra.

Incuriosito rispondo alla chiamata.

Dall’altra parte un telemarketer di origine straniera, ma dall’italiano perfetto, inizia a recitarmi il suo discorso di vendita senza nemmeno presentarsi e chiamandomi per nome come se fossimo amici di lunga data.

Il top del cafonal!

Ma sul momento ho lasciato perdere.

Il venditore perdente mi dice di rappresentare una fantomatica società di trading con sede a Londra che possiede la licenza per operare in tutta Europa ed è anche certificata.

A questo punto la mia mente formula il seguente pensiero: “Ma se questa società opera nel mercato europeo ed è così top, come dice lui, non sa che dal 25 maggio 2018 è in vigore la GDPR, il regolamento sulla Privacy, e che io non avendole dato alcun consenso non conoscendola nemmeno non posso essere contattato?”.

E subito dopo penso: “Ovviamente, non sono così noti, bravi, belli e certificati come mi sta dicendo il venditore perdente dall’altra parte della cornetta. In caso contrario saprebbero bene che qualora li denuciassi al Garante per la Privacy verrebbero puniti con una multa da 20 milioni di euro o, in alternativa, calcolata sul 4% del loro fatturato”.

Quindi parto con una scusa per liberarmi del venditore perdente.

Quest’ultimo, però, non se ne cura e riprende il suo fervorino come se nulla fosse.

Cerco di interromperlo spiegandogli che non mi interessa il suo prodotto. Ma costui imperterrito continua a parlare.

Provo, di nuovo, a fermarlo alzando un po’ il tono di voce.

Niente da fare!

A questo punto tento con l’inglese visto che sono una società con sede a Londra spero che mi comprenderà.

Nulla!

Beh, a mali estremi, estremi rimedi.

Quindi gli chiudo la telefonata in faccia.

E penso: “Finalmente, avrà capito che non voglio acquistare nulla da lui!”.

Mi sbagliavo e di grosso per giunta.

Il venditore perdente non si dà per vinto e mi richiama subito.

Respingo la chiamata pensando di liberarmi dello scocciatore.

Nulla. Continua a fare squillare il telefono.

Siamo al limite dello stalking.

Non ce la faccio più: mi parte un embolo e rispondo.

Il malcapitato, a questo punto, fa per l’ennesima volta l’errore di chiamarmi per nome.

Io non ci vedo più dalla rabbia e gli dico, ad alta voce, che non gli ho dato tale confidenza e che se mi disturba ancora mi vedro costretto a chiamare il mio avvocato.

E metto giù.

Penso che sia finita.

Ma non è così. Mi chiama ancora.

Ormai, la mia rabbia è arrivata al livello massimo. Modello Super Saiyan di livello 10.

Hai presente?

Rispondo e gli urlo, come solo un ex caporale comandante di squadra degli alpini sa fare, che non si deve più permettere di disturbarmi e gli chiedo come ha fatto ad avere il mio numero di telefono.

Il venditore perdente ha l’ardire di proferire la seguente frase: “Ecco, se non m’interrompe glielo dico”.

Non lo avesse mai detto.

Esplodo in una serie di improperi degni del peggior scaricatore di porto di Genova e, poi, gli chiudo in faccia la chiamata.

A questo punto spero che sia, veramente, finita.

E, invece, no!

Il telefono squilla, ancora. Guardo lo schermo del mio smartphone con orrore.

Non è possibile… è di nuovo lui!

Il venditore perdente non si dà per vinto.

E, allora, io… non gli ho più risposto e lo lasciato sfogare.

MORALE DELLA STORIA

La morale della storia è la seguente:

  1. Se sei un venditore dovresti sapere che le telefonate a freddo, il più delle volte, non portano a nulla.

  2. Se, comunque, fai una telefonata a freddo devi, per prima cosa, presentarti. Si chiama educazione.

  3. Inoltre, dovresti cercare di capire, con delle domande, se sono interessato o meno al tuo prodotto o servizio.

  4. Se ti liquido con una scusa, non insistere con le telefonate. Non cambio idea.

  5. Ma, soprattutto, mai e poi mai devi chiamare il tuo interlocutore con il suo nome di battesimo a meno che tu non lo conosca già.

Per finire, mio caro venditore perdente, ti consiglio la lettura de Il Venditore Meraviglioso di Frank Bettger di cui trovi la recensione qui.

Questo libro ti farà crescere nella tua professione e ti permetterà di aumentare le tue entrate.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Bilancio 2018

Caro lettore, siamo ormai giunti a fine anno e, come da tradizione, è tempo di bilanci.

Quello che segue è il mio bilancio 2018.

Vi troverai descritto sia quello che ho realizzato a livello di business che quello che ho fatto a livello personale e gli insegnamenti che tutte queste esperienze mi hanno lasciato.

Buona lettura e Felice Anno Nuovo!

* * *

BILANCIO 2018: LATO BUSINESS

Quello che è appena trascorso è stato per me un anno molto impegnativo dal punto di vista degli affari anche se il fatturato che ho portato a casa è rimasto pressoché uguale a quello del 2017.

A gennaio il progetto HarviUp, in cui sono impegnato dall’inizio del 2016, ha preso la sua forma attuale e definitiva completando il passaggio da acceleratore di imprese e startup a studio di business design.

Questa nuova identità ci ha permesso di incontrare diversi potenziali partner con cui poter sviluppare delle ottime sinergie nel corso del 2019.

Nel frattempo, la mia collaborazione con Web Marketing Aziendale si è fatta sempre più solida grazie all’ottima intesa che ho con Gentian Hajdaraj, il suo titolare.

Abbiamo lanciato sul mercato LeadCommerce, un sistema che serve per aumentare le vendite degli e-commerce.

E questo ci ha permesso di venire in contatto con aziende sempre più grandi e strutturate, alcune delle quali, sono sicuro, nel 2019, si trasformeranno in nostre clienti.

Inoltre, l’8 maggio ho fondato assieme a Mauro Manfredi, amico e socio nel progetto HarviUp, e a sua moglie, WIBS & Co. Srls che ci servirà come trampolino di lancio per diversi progetti ognuno dei quali verticalizzato su uno specifico segmento di mercato.

La specializzazione, infatti, premia sempre l’azienda o il professionista che la porta avanti in quanto chi fa troppe cose viene percepito come un fornitore di servizi che per tirare a campare fa un po’ di tutto e lo fa pure male.

Comunque, essendo, appena, partiti i risultati ottenuti fino ad ora non sono degni di nota anche se le prospettive per il 2019 lasciano ben sperare.

Infine, proseguendo nel mio cammino volto alla diversificazione delle fonti di reddito, ho implementato gli sforzi profusi nella mia attività privata: le consulenze di marketing.

Questo ha portato allo sviluppo di una sinergia molto interessante con una realtà dell’Alto Mantovano.

Ma solo il prossimo anno mi dirà quali frutti porterà questa partnership.

BILANCIO 2018: LATO PERSONALE

Questo è stato un anno molto stressante dal punto di vista lavorativo.

Quindi per evitare ricadute negative sulla mia salute ho aumentato, nella seconda parte dell’anno, il tempo dedicato all’attività sportiva e gli spazi in cui stacco totalmente la testa dal lavoro per rilassarmi.

Inoltre, ho iniziato a curare molto di più l’alimentazione.

La qual cosa mi ha portato degli indubbi vantaggi sia dal punto di vista fisico che da quello mentale.

La maggior lucidità acquisita nella seconda metà dell’anno mi ha portato ad aumentare la quantità di tempo che dedico alla mia formazione personale.

L’obiettivo finale è quello di aumentare le mie competenze professionali in modo da dare ai miei clienti un servizio sempre migliore.

Il che inciderà positivamente anche sul mio fatturato con indubbi vantaggi sulla qualità della mia vita.

BILANCIO 2018: COSA HO IMPARATO

Il 2018 mi ha portato, sul finire dell’anno, a eliminare il consumo di programmi televisivi che approfondiscono temi inerenti alla politica e allo sport.

Questo perché sono solo un’inutile cacofonia di suoni che mi distrae dagli obiettivi più importanti della mia vita.

Il tempo così recuperato l’ho dedicato all’ascolto di podcast in inglese e in italiano dedicati al mondo del business e dell’economia.

Infatti, la formazione economica sta alla base di ogni percorso di arricchimento personale.

Oltre, a ciò ho aumentato il tempo dedicato alla lettura di libri dedicati alla crescita personale, al business e al marketing.

Ho iniziato a seguire le live su Facebook e i video su YouTube di chi ha dimostrato di saper raggiungere in Italia e all’estero risultati interessanti in termini di fatturato e autorevolezza acquisita sul mercato.

Il percorso intrapreso è ai suoi inizi quindi non ho ancora dei risultati da poterti mostrare.

Infine, una maggiore consapevolezza di chi sono e degli obiettivi che voglio raggiungere nella mia vita mi ha portato a selezionare ancora di più le persone che frequento.

Come dice Jim Rohn noi siamo la media delle cinque persone che frequentiamo di più.

Le nostre frequentazioni sociali influenzano il nostro modo di pensare e di vederci condizionando le nostre azioni e, di conseguenza, i nostri risultati.

Una volta raggiunta questa consapevolezza è naturale smettere di frequentare certe persone poiché sono solo delle zavorre che rallentano il nostro cammino.

Fare ciò non vuol dire essere misantropi, snob o avere la puzza sotto il naso ma è indice del fatto che ci si vuole bene e che si sono eliminate tutte quelle convinzioni limitanti che ci sono state inculcate fin da piccoli con l’unico scopo di condannarci alla mediocrità.

* * *

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Federico

Caterina Vidulli: CMI

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Fondatrice CMI

Oggi, mio caro lettore, ti farò conoscere una donna molto in gamba, Caterina Vidulli di CMI, startupper seriale e agente 007 del web.

Di lei stai sicuro che sentirai presto parlare. Magari, per una exit milionaria.

Buona lettura!

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 30 anni e vivo a Trieste. Ho provato a vivere senza il mare, ma non ci sono ancora riuscita.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Se riguardo indietro, il mio percorso è stato sempre segnato dalla ricerca dell’innovazione.

Alle medie ho scelto la sezione sperimentale informatica e ho partecipato al gruppo responsabile del sito web della scuola.

C’era ancora Microsoft Front Page, sembra preistoria ripensandoci adesso.

Poi alle superiori ho scelto il Liceo Scientifico con specializzazione PNI, Piano Nazionale Informatica.

Avevamo due ore alla settimana di programmazione e in particolare usavamo Pascal, un linguaggio di programmazione molto semplice che però ti insegna a ragionare in “programmese”.

Quando ho scelto l’università ti confido che avevo diversi dubbi: amavo sia le materie scientifiche che quelle umanistiche.

Alla fine la scelta è ricaduta su Ingegneria Gestionale perché era proprio una commistione di tutto ciò: dagli esami più tecnici di informatica, macchine, elettronica, etc. che seguivo con chi studiava le altre ingegnerie, a esami di marketing, strategia ed economia aziendale.

Rifarei ancora mille volte la stessa scelta! Importante anche l’anno all’estero, con il programma Erasmus.

Sono stata in Irlanda, a Cork, e oltre a conoscere un metodo didattico totalmente diverso, ho conosciuto un mondo in cui l’idea di diventare imprenditori era promossa molto di più rispetto che in Italia.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

La mia prima esperienza non è stata propriamente “convenzionale”.

Verso la fine dell’università con un team di altre due persone ho iniziato a lavorare a un progetto di startup.

Non è questa la sede ideale per raccontarti esattamente il progetto: ti dirò solo che il nostro obiettivo era quello di aiutare le piccole aziende a cogliere l’opportunità non sfruttata di interagire di più con i propri clienti grazie al web.

Era il 2012 e il mondo delle startup, soprattutto in Italia, era ancora agli albori: non se ne parlava per nulla.

Così quando abbiamo deciso di lanciarci in questa impresa, per me è stato come scoprire un nuovo mondo.

Lavorando alla ricerca di mercato per la startup e per capire come raccogliere i fondi, ho scoperto che esisteva un mondo in crescita di bandi di finanziamento, programmi per startup offerti da aziende chiamate “acceleratori” o ancora più stranamente “incubatori” (il correttore automatico ancora non conosce questo termine) che dovrebbero aiutarti a diventare una vera azienda.

Così abbiamo inviato la presentazione – in gergo il “Pitch” – della nostra startup a diversi incubatori e siamo stati selezionati sia da Area Science Park di Trieste prima, sia da H-Farm di Treviso poi.

In H-Farm ci siamo proprio trasferiti, chiamati sia per frequentare il loro programma di accelerazione (H-Camp), sia per applicare la nostra soluzione a un loro progetto nascente, di cui ci hanno dato piena responsabilità.

In pratica H-Farm è stato il nostro primo cliente!

Siamo rimasti in H-Farm due anni e mezzo, durante i quali ho anche lavorato part-time per la loro divisione che si occupa di consulenza di marketing e digital transformation per le aziende.

Cosa mi ha insegnato? Beh, vivere e lavorare in H-Farm mi ha aperto gli occhi verso un mondo di innovazione e tecnologia.

Ho sempre amato l’innovazione, però esserci immersa e, soprattutto, capire che poteva diventare il mio lavoro mi ha cambiato le prospettive.

Poter confrontarmi con altri team di startupper provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, incontrare personalità come il designer della Nike e lavorare operativamente per aziende multinazionali ha dato un’accelerata incredibile alla mia formazione.

Come sei arrivata a partecipare al BattleHack Prize 2015, che risultato hai ottenuto e che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

La risposta è semplice: mi ci sono trovata immersa.

H-Farm organizza continuamente eventi, in particolare “hackaton”, maratone tecnologiche in cui team di ragazzi con competenze differenti (programmazione, design, marketing e strategia) lavorano per 24h per trovare soluzioni pratiche a dei problemi dati nella consegna.

Ormai eravamo dei veterani degli H-Ack, gli hackaton organizzati da H-Farm: nel 2015 avevo partecipato già a 5 di questi eventi, vincendo due edizioni e ottenendo menzioni speciali nelle altre.

Così quando ci hanno annunciato che un hackaton sarebbe stato organizzato da PayPal, come non esserci?

Non ti nascondo che nel caso del Battlehack all’inizio avevo aspettative molto basse: si trattava di un hackaton più tecnico del solito, dove oltre all’idea e alla sostenibilità economica del progetto, contava moltissimo il fatto che si ottenesse un prototipo funzionante.

In più, c’era una concorrenza feroce.

Il Battlehack era organizzato su 14 tappe in 14 nazioni del mondo: i vincitori di queste tappe “locali” si sarebbero poi scontrati a San Jose, poco lontano San Francisco, nel quartier generale di PayPal per contendersi 100mila dollari.

Pensa che si sono presentati team provenienti dalla Germania e dalla Spagna, che non avendo vinto nel loro Paese, volevano riprovarci da noi!

Il mio team si è formato quasi per caso, come succede agli hackaton.

Due programmatori, uno hardware e uno software, e una designer.

Abbiamo vinto la tappa di H-Farm con un progetto “esplosivo” e poi ci siamo scontrati con gli altri finalisti a San Jose, ideando un altro progetto totalmente da zero in 24 ore.

Non ti racconto l’emozione che abbiamo vissuto nel momento in cui abbiamo saputo di essere stati proclamati vincitori. Qualcosa di indescrivibile!

1st Place Winners

And the winner is…

Questa esperienza mi ha fatto capire che noi italiani abbiamo una marcia in più.

Per tante cose ci sentiamo indietro rispetto agli States o altri Paesi, ma non è così: non abbiamo nulla da invidiare, anzi.

Mi ha, poi, fatto capire l’importanza della diversità: il nostro team era eterogeneo, due maschi e due femmine, mentre tutti gli altri team erano composti solo da uomini; inoltre, nella nostra squadra eravamo tutti con background diversi, mentre nelle altre squadre i membri avevano tutti competenze tecniche.

Vincere il premio mi ha quindi fornito un piccolo capitale che mi ha permesso di decidere di lasciare il part-time con H-Farm per dedicarmi al 100% alla crescita della mia azienda, che stava prendendo un’altra forma.

Come nasce Shamat?

Nel 2015, infatti, la mia startup era pian piano evoluta (o come si dice in gergo, aveva fatto “pivot”).

Nel mio percorso di studio del mondo online avevo scoperto quanto i cosiddetti “Big Data” del web fossero importanti e, soprattutto, quanto studiarli costituisse un’opportunità per le aziende.

Esistono migliaia di software che permettono di tuffarsi letteralmente tra questi dati, estrarli e poi analizzarli per tradurli in informazioni di valore per prendere decisioni di business e marketing.

Ho studiato, testato e catalogato più di mille software dedicati al marketing, selezionandone una trentina utili, quotidianamente, per le indagini di mercato.

Molti di questi software li ho visti nascere ed evolvere: solo qualche anno fa i software di “social listening”, che intercettano le conversazioni sui social media, non esistevano o erano agli albori; oggi si può tracciare quasi tutto.

E così la prima idea è stata quella di creare un’applicazione online, a cui avevamo dato il nome di Shamat (da “shah mat” scacco matto in persiano, ndr), che permettesse di raccogliere tutti questi dati da una ventina di software diversi, mettendoli già in correlazione tra loro e risparmiando moltissima fatica e lavoro.

Abbiamo sviluppato un algoritmo che partendo da tutti questi dati grezzi calcolava degli indici riassuntivi, gli “Shamat Score”, che potessero dare alle aziende un’indicazione sintetica della propria performance, reputazione e visibilità online.

Il progetto è piaciuto così tanto che siamo entranti nello Startup Program di SAP Germania e ci hanno invitato nel loro stand alla fiera della tecnologia CEBIT di Hannover, come una tra le 5 startup selezionate.

Siamo, poi, entrati in un processo di finanziamento e ci hanno proposto dei progetti pilota.

Ma, nel frattempo, il progetto è evoluto in un nuovo concept, ovvero CMI.

Quando e come nasce CMI?

Il brand Central Marketing Intelligence, in breve CMI – letto all’inglese “si-em-ai”, come FBI, CSI, CIA etc. – è nato come evoluzione di Shamat.

Mentre stavamo lavorando al software, diverse aziende ci hanno contattato per poter avere delle indagini di mercato ad hoc.

Abbiamo, quindi, iniziato a lavorare per loro, scoprendo cosa gli servisse di più e dando il via a un vero e proprio servizio di indagini di mercato dal web.

Ci sentivamo dei detective: da qui l’idea di CMI, agenzia di 007 del web al servizio delle aziende.

CMI

CMI gli 007 del web

Qual è il core business di CMI?

CMI indaga online per aiutare chi prende decisioni in azienda a farlo con più probabilità di successo e con meno incertezza.

In pratica aiutiamo i manager e gli imprenditori a dormire sonni più tranquilli, perché ogni scelta è stata fatta con tutte le informazioni a disposizione e non seguendo solo l’istinto, che spesso porta a salti nel vuoto.

Il nostro approccio non è quello delle indagini di mercato tradizionali, ovvero interviste telefoniche, sondaggi, focus group, etc.

Noi non facciamo domande a un panel di persone.

Al contrario, intercettiamo e ascoltiamo i dati già presenti online che gli utenti ci forniscono spontaneamente.

Ricerche su Google, visite ai siti web propri e dei concorrenti, conversazioni sui social network, recensioni, condivisioni di articoli: sono tutte fonti di dati preziosissime per capire cosa interessa al proprio target, quali sono i trend di mercato, cosa sta facendo la concorrenza e così via.

Che ruolo ricopri all’interno di CMI e da quanti membri è composto il Team?

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Agente 007 in azione

Sono Presidente del CdA della società che possiede il brand CMI (la ragione sociale è Arcadya Srl) e in più ho il ruolo di Agente 007, cioè sono un operativo che svolge le indagini sul campo.

Il mio socio, Giovanni Zanier, è l’Agente M.

Nel team ci sono anche laureati e laureandi in economia e statistica.

Abbiamo diversi collaboratori esterni per ciò che riguarda sviluppo informatico, analisi di Big Data con metodi di intelligenza artificiale, assistenza legale in caso di diffamazione, creazione di siti web e supporto nel marketing.

Perché la Business Intelligence è così importante per avere successo negli affari?

La risposta è semplice.

Giocheresti mai una partita a poker bendato, senza poter vedere né le tue carte, né quelle sul tavolo, né la faccia del tuo avversario?

Immagino di no, perché sarebbe un suicidio.

Come potresti decidere quanto puntare e quali carte cambiare?

Ecco, con la Business Intelligence:

  • Puoi scoprire le carte che hai in mano – ovvero tradurre i risultati che stai ottenendo in dati chiari e utili, scoprire cosa pensano di te i tuoi clienti e qual è la tua reputazione.
  • Puoi vedere più chiaramente le carte sul tavolo, ovvero capire la situazione attorno a te, come cambiano i trend e gli interessi dei potenziali clienti.
  • Puoi, perfino, sbirciare – in modo del tutto legale – le carte dei tuoi concorrenti, scoprendo come si stanno muovendo online (e non solo), come riescono a raggiungere i clienti e quali risultati stanno ottenendo.
Market Intelligence

Market Intelligence

Perché una startup dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Abbiamo lavorato con diverse startup in questi anni e per esperienza posso dirti che possiamo aiutarle in due modi.

  • Primo, nel definire il proprio business model.

Quando stavo lavorando alla mia prima startup, la difficoltà più grande era quella di comprendere il bisogno dei clienti e di come creare la cosiddetta “value propositon”, capire cioè come si può offrire ai clienti un valore superiore a ciò che già il mercato gli sta offrendo.

Se non conosci cosa pensano i tuoi potenziali clienti, i loro problemi e la concorrenza attuale, farlo è letteralmente impossibile.

  • Secondo, alle startup per chiedere fondi serve un business plan.

Devono dimostrare agli investitori che il mercato nel quale vogliono entrare è profittevole e che sono in grado di aggredirlo nel modo giusto.

Integrate nel business plan, le nostre indagini servono proprio a far capire agli investitori la solidità del proprio mercato e che le proprie scelte sono frutto di decisioni informate.

Perché un’azienda dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Come ti dicevo poc’anzi, per vedere più chiaramente la situazione prima di prendere una decisione che impatta sul suo business.

Ad esempio, quando deve lanciare un nuovo prodotto o migliorare quelli che già vende.

Quando vuole rilanciare la propria strategia di marketing, lanciando nuove campagne o ristrutturando il proprio sito web (o creandone uno da zero).

O più in generale, ci chiamano anche quando vogliono, semplicemente, comprendere meglio le opportunità attorno a loro, per capire come muoversi e su cosa concentrare le proprie attenzioni (e il proprio budget).

Ad oggi, che risultati ha ottenuto CMI?

Per me, il risultato principale è essere riusciti a lavorare per grandi multinazionali, come ad esempio il gruppo Fater per il loro brand Pampers, la Tucano International e agenzie di consulenza di calibro internazionale, che ci hanno contattato tramite il sito web o per passaparola grazie a referenze molto positive sul nostro lavoro.

Ma non solo: considero risultati di cui vado fiera anche anche aver aiutato delle startup a ottenere finanziamenti e aver dato nuovi spunti utili ad alcune PMI italiane.

Come vedi CMI nei prossimi 3 anni?

Siamo ambiziosi: vogliamo diventare lo standard per le analisi di mercato.

La nostra mission è quella di evitare (o almeno ridurre significativamente) la necessità di dover disturbare con le interviste telefoniche i consumatori a orari improbabili.

Quali progetti hai per il futuro?

Il mio obiettivo è stato sin dall’inizio quello di aiutare le aziende a cogliere l’opportunità del web per avere più successo e questo non cambierà.

Al momento sono convinta che le indagini di CMI siano il modo migliore per aiutarle a prendere scelte più consapevoli e a sfruttare informazioni che si lasciano scappare quasi del tutto.

Questo oggi. In futuro… chissà?

Se l’intelligenza artificiale prenderà così tanto piede da riuscire a rendere questi dati già disponibili e le nostre indagini non più necessarie, passeremo allo step successivo!

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

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E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

LinkedIn: il Social per il Business

Gaudeamus igitur!

Finalmente, LinkedIn è diventato il Social per il Business con la S maiuscola.

Negli ultimi mesi, in Italia ma anche nel resto del mondo, LinkedIn è passato da social network per postare il proprio Curriculum Vitae al fine di trovare un lavoro a luogo dove intrecciare relazioni d’affari o stringere partnership per lanciare nuovi business.

LINKEDIN: UN PO’ DI STORIA

Questo social viene lanciato da Reid Hoffman, Allen Blue, Konstantin Guericke, Eric Ly e Jean-Luc Vaillant il 5 maggio 2003.

Il suo scopo è quello di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso la creazione di relazioni tra i vari utenti.

Infatti, il suo motto è: Relationships Matter (Le relazioni contano, ndr).

Qui ogni utente è un nodo di una rete e i suoi contatti, cioè le persone nella sua lista, sono definiti “connessioni”.

Nel 2016 la piattaforma viene acquisita da Microsoft per 26,2 miliardi di dollari.

Alla fine del 2017 ha raggiunto i 530 milioni di iscritti con Milano al quinto posto tra le aree più connesse a livello globale.

LINKEDIN: LA SUA TRASFORMAZIONE

Inizialmente, specie in Italia, è stato visto come il parente povero di Facebook.

Un social dove caricare il proprio CV e cercare offerte di lavoro in linea con le proprie aspirazioni.

E questo è stato, a mio parere, fino agli inizi di quest’anno.

Poi, non so bene né come né quando qualcosa è cambiato.

All’inizio pensavo fosse solo una mia percezione.

Però, quando anche Gary Vaynerchuk ha confermato in uno dei suoi famosi video motivazionali che da un po’ di tempo aveva iniziato a passare più tempo su LinkedIn e ha consigliato a chi fa business, nel 2018, di aumentare la propria attività su questo social, ho capito che la mia intuizione era giusta.

Ma cosa vuol dire tutto ciò per l’utente comune?

Per chi è alla ricerca di un posto di lavoro cambia poco o nulla.

Forse, però, vi è un vantaggio indiretto poiché LinkedIn aumentando ancora di più la sua autorevolezza scoraggerà quei pochi che lo avevano preso per un secondo Facebook dal postare foto di gattini e altre sciocchezze simili perché si rovinerebbero la reputazione per sempre.

Mentre per chi come me è un imprenditore digitale e un libero professionista significa sviluppare più facilmente contatti con persone con la mia stessa forma mentis.

Il mio profilo, infatti, non è costruito per attirare l’attenzione dei responsabili delle risorse umane.

Non sono alla ricerca di un posto di lavoro fisso.

Questa, grazie a Internet, è l’era migliore per chi vuol fare impresa e vuol realizzare con la propria creatività e intraprendenza i suoi sogni.

La Rete ti permette di scalare velocemente il tuo business, di lavorare a distanza con persone di valore e con competenze e soft skill complementari alle tue.

Quindi bisogna sfruttare al massimo l’opportunità che ci viene offerta.

LINKEDIN: UN PICCOLO TRUCCO

Per usare al meglio questa piattaforma il mio consiglio è quello di fissarsi un obiettivo e in base a quello costruire il proprio profilo.

E ricordati questo:

  • Metti sempre la tua foto. Non lasciare lo spazio vuoto, non mettere foto di coppia o ancora peggio del tuo cane, gatto o canarino.

  • Nella descrizione che appare accanto allo spazio per l’immagine e quando descrivi le tue esperienze lavorative non usare un muro di parole ma scrivi paragrafi brevi di due o tre righe e lascia uno spazio bianco tra un paragrafo e l’altro poiché ne facilita la lettura.

Infine, se utilizzi LinkedIn per trovare clienti o stringere partnership ti svelo un piccolo trucco che mi è stato suggerito da un interessante post di Mirko Saini: la mail di risposta a chi ti chiede di entrare in connessione.

Questa, per esempio, è quella che ho creato io dopo la lettura del suddetto post:

Ciao [Nome di chi ti contatta],

piacere di e-conoscerti e grazie per avermi invitato.

Ti va di raccontarmi qualcosa in più su di te? Lavoro, interessi e per quale ragione hai deciso di aggiungermi al tuo network, mi piace l’idea di conoscere un po’ di più le persone che incontro su LinkedIn.

La mia grande passione è lo sport, una volta giocavo a calcio… ora non più.

Pratico la corsa, il nuoto, la pesca in apnea e vado in bici.

Inoltre, cerco di curare la mia parte spirituale (a volte ci riesco, altre meno).

Su Facebook gestisco 1 gruppo sul quale puoi aggiungerti, se di tuo interesse:

Harvi-Lab for Startup:

https://www.facebook.com/groups/harvilab/

Scrivo anche su 2 blog, uno personale e uno multiautore, che per certi versi rende più agile rispetto a Linkedin la condivisione di un certo tipo di contenuti, li trovi qui:

  1. https://federicochigbuhgasparini.wordpress.com/

  2. https://harviup.com/blog/

Per il momento ti saluto e spero ci sia presto occasione di conoscerci dal vivo.

Buona giornata,

Federico

Inoltre, ho creato una tabella in Excel dove raccolgo le informazioni principali del nuovo contatto e segno se ha risposto o meno al mio messaggio.

Questo mi ha permesso di conoscere meglio i miei contatti e in alcuni casi di instaurare una bella relazione.

CONCLUSIONI

LinkedIn, da qualche tempo, è diventato un social network su cui chi fa business deve assolutamente esserci poiché permette di sviluppare ottime relazioni d’affari.

Ovviamente, non ha perso la funzione per cui è nato cioè di luogo che favorisce l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Ma, ora, vi si affianca questa nuova opportunità che permette di trovare nuovi clienti oppure di sviluppare partnership.

Per questo il mio consiglio è quello di investirci più tempo, di aumentare la partecipazione alle discussioni e di pubblicarci più contenuti.

P. S.: Se vuoi aggiungermi alle tue connessioni questo è il link al mio profilo:

https://www.linkedin.com/in/federicochigbuhgasparini/

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

Marco Piccioni: Marco Piccioni Consulting srl

Oggi, mio caro lettore, ti presento attraverso la mia intervista Marco Piccioni, un consulente che ho conosciuto di recente su LinkedIn, dopo che ha catturato la mia attenzione coi suoi contenuti.

Buona lettura!

*  *  *

Quanti anni hai e dove abiti?

Ho 44 anni.

E sono nato e vivo a Roma.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho una laurea in Sociologia.

Qual è la tua attuale professione?

Sono il titolare di una società di consulenza specializzata in direzione aziendale: la Marco Piccioni Consulting srl.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e che cosa ti hanno insegnato?

Per pochi mesi, subito dopo la laurea, ho lavorato in una società di consulenza che mi ha insegnato cosa non si deve fare per gestire al meglio i clienti.

Qual è l’attività principale della Marco Piccioni Consulting srl?

Gli ambiti di intervento sono:

·         sicurezza del lavoro (decreto 81/08) con nomina RSPP;

·         medicina del lavoro con nomina del medico competente;

·         visite mediche periodiche al personale;

·         corsi di formazione per il personale;

·         certificazioni di qualità ISO 9000 e certificazioni ambientali ISO 14000;

·         attestazioni SOA;

·         consulenza PRIVACY GDPR con nomina DPO.

In sintesi: ogni tipo di problematica che può avere un’azienda.

Ci piace essere lì per dare una mano.

Quanti collaboratori ha la Marco Piccioni Consulting srl?

Il gruppo di lavoro è mutevole.

C’è un parte stabile da anni e altri che ruotano. Alcuni lavorano solo con noi e altri sono collaboratori occasionali.

Quindi se non sbaglio direi 15/20 professionisti stabili. Tutti con p.iva.

La tua società opera solo a livello locale oppure anche a livello nazionale?

Lavoriamo in tutta Italia. Alcuni nostri clienti sono filiali italiane di gruppi internazionali.

Ovviamente, la gran parte di essi ha la sede e opera a Roma.

Quali strategie di marketing utilizza la Marco Piccioni Consulting srl per attirare nuovi clienti?

Un mix di interventi.

In questo momento sto tentando di acquisire maggiore visibilità attraverso la presenza sui social: LinkedIn e il canale YouTube Marco Piccioni Consulting srl.

Quale strategia, invece, utilizza la Marco Piccioni Consulting srl per fidelizzare i suoi clienti?

Nessuna strategia in particolare. Lavoriamo al meglio cercando di offrire ai nostri clienti sempre qualcosa in più rispetto quello che si aspettano.

In genere è il cliente stesso che richiede nuovi servizi, nuove consulenze.

Che ruolo occupa Internet nella strategia di marketing della Marco Piccioni Consulting srl?

Centrale, determinante, esclusivo.

Poi, c’è il passaparola dei nostri clienti.

Quando hai lanciato tuo canale YouTube quale obiettivo ti sei prefissato?

Inizialmente, si trattava genericamente di una indistinta necessità di recuperare terreno in termini di visibilità per la Marco Piccioni Consulting srl.

Da qualche settimana è subentrata anche la semplice voglia di riuscire a farcela. Una sorta di sfida con me stesso. Il tutto, però, divertendomi.

In che modo pensi di far crescere gli iscritti al tuo canale YouTube?

Ancora non ho una strategia chiara in mente.

Se hai qualche consiglio da darmi, lo ascolto volentieri.

Oltre a YouTube, la tua strategia di personal branding prevede l’utilizzo di altri canali social?

Sì! Uso Linkedin.

Mi trovo bene su questo social network, poiché puoi affrontare tematiche di vario tipo confrontandoti con persone interessanti e – per lo più – intelligenti.

Cosa consiglieresti a una persona che si vuole mettere in proprio?

Volontà, ambizione e fantasia.

Se, però, hai un capitale inziale da investire la fantasia può anche non servire.

Qui dovrei darti una risposta articolata che richiederebbe, però, troppo spazio.

Magari, potremmo parlarne in un’altra occasione.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

In ambito professionale te lo dico, seriamente, non ho mai detto né pensato vorrei arrivare “a questo punto”.

Dopo quel punto, se fai un passo puoi andare ancora più avanti.

Per questo il mio unico obiettivo può essere… il massimo che si riesce a fare.

In ogni caso per darti un’idea, un ordine di grandezza di cosa considero il vero successo – ripeto – solo sul piano professionale: è possedere minimo una squadra di calcio, andare a lavoro in elicottero e nello studio avere appeso un Caravaggio.

L’idea più o meno è questa e – mio malgrado – la strada da percorrere è ancora un bel po’ lunga.

L’intervista è finita, ma voglio aggiungere una cosa, la più importante: qui si è parlato di lavoro, di ambizione, aspetti centrali e determinanti, che però non sono nulla se non condivisi con gli affetti.

Sono gli affetti che riempono di significato tutto ciò che facciamo.

Ciao e grazie,

Marco

* * *

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E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

 

Umberto Zanesco: Startup Business Lab

Oggi, mio caro lettore, ti presento Umberto Zanesco, giovane project manager dal radioso futuro, che ho conosciuto grazie a LinkedIn.

Di lui mi hanno colpito la sua energia, la sua gran voglia di fare e il suo spirito imprenditoriale.

Se vuoi vederlo all’opera, ti consiglio di visitare il suo blog Startup Business Lab.

Se, invece, vuoi conoscerlo meglio, non ti resta che proseguire nella lettura di questo post e ti assicuro che ne vale la pena.

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 28 anni e vivo a Poole, Dorset, UK.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Liceo scientifico e, subito dopo, laurea magistrale in Economia e Commercio a Napoli.

Qual è il tuo lavoro attuale?

Dopo un periodo da freelancer come business developer e project manager, c’è stato un gap di qualche mese nella mia vita lavorativa, in cui ho cominciato a scrivere e a progettare il mio prossimo business.

Nel frattempo, il 19 novembre inizierò come project manager presso FDM Group nel centro di Londra.

Quali esperienze lavorative hai avuto prima dell’attuale?

Ho iniziato come rappresentate di ricambi industriali.

Successivamente, ho fatto il business developer per un’azienda che produceva videogiochi per tablet e smartphone, ARS Digitalia.

Quindi ho gestito, per pochissimo tempo, insieme a due soci una società sportiva che aveva preso in gestione un campo di calcetto, Sietten FC.

Dopodiché per 2 anni ho avuto la mia attività, la ZaMarini, che era così suddivisa: un chiosco di bibite (nella fattispecie, un carretto) e un ristorante italiano in una food court a Perth CBD, Western Australia.

Infine, una volta giunto a Londra ho lavorato per 1 anno e pochi mesi come croupier in un casinò online, Extreme Live Gaming.

Nel frattempo, mi sono preparato per 8 mesi al concorso per segretario di legazione sostenuto a Roma e fallito miseramente.

Sono arrivato 300esimo su 3.000 partecipanti, con 39 risposte esatte su 60.

Pensa che i primi 200 che sono passati alla fase successiva avevano totalizzato 40 risposte esatte.

Poi sono tornato in Italia per godermi 10 mesi di paternità, durante i quali ho continuato a scrivere, ricercare, progettare e, occasionalmente, a lavorare da freelancer come project manager.

Che cosa ti hanno insegnato le tue esperienze lavorative precedenti?

Una marea di cose.

Elencherò le più importanti:

  • tecniche di business developing;

  • come si avvia e si gestisce un’attività;

  • customer service e orientamento ai bisogni del cliente;

  • organizzazione personale e del team di progetto.

Cosa ti ha spinto ad andare in Australia e qual è stato il tuo primo lavoro laggiù?

A Napoli avevo un lavoro a tempo indeterminato come rappresentate per l’azienda di ricambi industriali, DMC.

Mia moglie lavorava come infermiera in una clinica privata.

Stavamo pensando di mettere su famiglia ma prima di farlo volevamo fare un’esperienza all’estero.

Non semplicemente un viaggio di piacere, proprio vivere all’estero per un periodo di almeno 3 mesi.

Dopodiché, sarei tornato a gestire la società sportiva Sietten FC e a fare il business developer per ARS Digitalia, ma avrei lasciato comunque il mio lavoro alla DMC.

Le cose, poi, sono precipitate.

Mia moglie si è rotta la caviglia in palestra ed è stata licenziata nel giro di 3 settimane.

Quindi era completamente a terra e provava, in quel momento, un odio profondo verso l’Italia.

Io ero pressato sempre di più dalla DMC, che veniva schiacciata dalla concorrenza ogni giorno di più, e i soci non riuscivano a trovare una soluzione ai problemi dell’azienda, scaricando la pressione sui dipendenti, che avevano l’unica colpa di “ricevere uno stipendio”.

Inoltre c’era il problema ambientale.

A Napoli non si respira. L’aria è inquinata e devi stare attento a quello che mangi perché c’è la terra dei fuochi.

Infine, stavano morendo amici e parenti di tumore: mio padre, mio zio, mia cugina, un amico di neanche 30 anni. Quasi uno ogni 2 anni.

Quindi siamo andati in Australia con l’intento di rimanerci.

Alla fine ho aperto la ZaMarini e ci siamo rimasti 2 anni.

Come nasce ZaMarini?

ZaMarini nasce da ricerca e analisi di mercato, niente di più.

Io non ho mai cucinato in vita mia e mi sono sempre fatto sbucciare la frutta da mia mamma, prima, e da mia moglie, poi.

Quindi non avevo nessuna esperienza nel campo della ristorazione, ma proprio niente.

Ho visto che a Perth la domanda nel settore food era crescente e il mercato, pure.

Per cui l’attività era potenzialmente profittevole.

L’alternativa era un investimento nel fintech o in miniere d‘oro o nel fashion, ma non avevo soldi e le ho scartate a prescindere.

A quel punto mi sono rimboccato le maniche, ho costruito il mio “carretto”, ho lasciato il lavoretto che avevo trovato, nel frattempo, per mantenermi lì e sono partito all’avventura.

Il primo problema che ho incontrato è stato quello burocratico: a Perth non si può vendere tramite un carretto al di fuori di festival ed eventi.

Come al solito però, fatta la legge, trovato l’inganno.

Infatti, ho scoperto il modo di lavorare come chiosco itinerante 7 giorni su 7 per 12/24 ore, legalmente.

Ero l’unico in tutta Perth ed ero nel secondo posto migliore di tutta la città: sulla via tra la stazione centrale dei treni e gli uffici, la biblioteca e l’università.

Inizialmente, doveva essere solo una breve esperienza, quindi non solo ci ho speso il minimo indispensabile (in termini economici), ma ho anche scelto il nome senza un riferimento particolare al mercato.

Za sono le prime due lettere del mio cognome e Marini è il cognome di mia moglie che non lavorava materialmente nella ZaMarini, ma ha un cognome che mi piace tantissimo e fa molto “italiano”.

La parte più difficile è stata imparare a sbucciare la frutta in fretta, fare le granite con le ricette giuste e mantenere gli standard di servizio alti (pulizia, design, odore, eliminare gli insetti, etc.).

Insomma, la parte operativa.

Il marketing, poi, è stato un qualcosa che mi ha tenuto sveglio la notte.

Come potevo fidelizzare la mia clientela, che divideva le sue preferenze tra me (spremute e frullati di frutta) e il caffè?

Una battaglia inaspettata che stavo pensando di vincere offrendo frullati alla caffeina.  😀

Ma, poi, non ho avuto il tempo per implementare la cosa.

Come si è conclusa la tua avventura imprenditoriale in Australia?

Per vendere il carretto era il periodo peggiore.

Nel picco dell’estate mi avevano fatto un’offerta dove avrei realizzato un guadagno netto del 400% che, purtroppo, ho rifiutato poiché pensavo di rimanere in Australia.

Ma in inverno non c’era nessuno disposto ad acquistarlo e, quindi, ho regalato il carretto alla mia ex chef (a cui siamo ancora molto affezionati poiché rappresenta la nostra famiglia australiana) e venduto il ristorante ad un pakistano.

Sarebbe stata una exit niente male, se non si fosse messo in mezzo il centre management del centro commerciale in cui era locato il ristorante.

L’acquirente era disposto ad acquistare la mia attività, compreso brand name, menu e ricette, insomma tutta la corporate identity, ad un bellissimo prezzo, circa 5 volte più di quanto avevo speso per allestirlo completamente.

Il management si è opposto dicendo che dovevano approvare loro la new entry, indipendentemente, dal mantenimento di nome e ricette.

A quel punto la situazione era la seguente: se il mio acquirente avesse acquistato ed il management del centro commerciale avesse posto il veto sull’operazione, il mio compratore si sarebbe ritrovato fregato.

Ho dovuto mediare, cioè “pagare qualcuno”, e ridurre il prezzo di vendita per riuscire a strappare un accordo.

Alla fine me ne sono uscito guadagnando “solo” il doppio di quanto ci avevo speso, ma non ho venduto il brand name ZaMarini a cui ero particolarmente affezionato e che è rimasto registrato a mio nome fino all’anno scorso.

Come mai sei tornato in Europa?

Essenzialmente per problemi di visto.

In Australia, per rimanere c’erano 3 vie:

  1. Sponsorizzazione da parte dello Stato, se rientri nelle figure richieste.

  2. Sponsorizzazione da parte di un datore di lavoro.

  3. Devi essere tu il datore di lavoro di te stesso.

Io ho scelto la terza via.

Ma a un certo punto, a causa di un governo xenofobo, hanno cambiato la legge riguardante il mio percorso: un datore di lavoro non poteva più sponsorizzare né se stesso, né il precedente proprietario di quella stessa attività.

Mi sono trovato fregato, ho dovuto impacchettare tutto e vendere nel giro di 6 mesi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento mi sto costruendo una carriera da project manager.

Un po’ perché è una cosa che so fare e per cui sento di essere portato, un po’ per rispondere alle esigenze di sicurezza di mia moglie e mia figlia.

Essenzialmente, il discorso affrontato in famiglia è stato: “Ok, apri una tua nuova attività. E se va male? Hai una figlia, ora, a cui pensare”.

Per cui ho deciso di costruire il mio piano “B” di creazione di una carriera a cui potrò sempre tornare nel caso in cui le cose, come imprenditore, andassero male.

Contemporaneamente, sto continuando a progettare, ricercare, imparare, senza sosta.

Ho, già, un’idea imprenditoriale in mente che coltiverò per i prossimi 2 anni.

Quindi, al termine di questo periodo potrò decidere se restare dipendente o tornare a fare l’imprenditore.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico