Venditore Perdente

Pochi giorni fa la mia strada si è incrociata con quella di un venditore perdente.

Solitamente, quando ricevo una telefonata da qualche telemarketer, a meno che non sia impegnato su qualcosa d’urgente che devo finire in fretta, se è bravo, lo ascolto con attenzione poiché so che così facendo posso prendere qualche spunto utile dalla sua tecnica di vendita.

Anche se, alla fine, non compro mai nulla.

Questo atteggiamento mi ha permesso, nel corso degli anni, di migliorare il modo di vendere i miei servizi.

Se, invece, sono impegnato o la persona che sta dall’altra parte della cornetta si rivela essere palesemente incapace, sapendo che questo è un lavoro ingrato, in modo cortese metto termine alla chiamata.

Questa volta, però, le cose sono andate in modo diverso e se avrai la pazienza di leggere tutto il post capirai perché.

Buona lettura!

* * *

BREVE STORIA TRISTE

Mercoledì pomeriggio, mentre stavo lavorando su di un progetto, ho ricevuto una telefonata dall’Inghilterra.

Incuriosito rispondo alla chiamata.

Dall’altra parte un telemarketer di origine straniera, ma dall’italiano perfetto, inizia a recitarmi il suo discorso di vendita senza nemmeno presentarsi e chiamandomi per nome come se fossimo amici di lunga data.

Il top del cafonal!

Ma sul momento ho lasciato perdere.

Il venditore perdente mi dice di rappresentare una fantomatica società di trading con sede a Londra che possiede la licenza per operare in tutta Europa ed è anche certificata.

A questo punto la mia mente formula il seguente pensiero: “Ma se questa società opera nel mercato europeo ed è così top, come dice lui, non sa che dal 25 maggio 2018 è in vigore la GDPR, il regolamento sulla Privacy, e che io non avendole dato alcun consenso non conoscendola nemmeno non posso essere contattato?”.

E subito dopo penso: “Ovviamente, non sono così noti, bravi, belli e certificati come mi sta dicendo il venditore perdente dall’altra parte della cornetta. In caso contrario saprebbero bene che qualora li denuciassi al Garante per la Privacy verrebbero puniti con una multa da 20 milioni di euro o, in alternativa, calcolata sul 4% del loro fatturato”.

Quindi parto con una scusa per liberarmi del venditore perdente.

Quest’ultimo, però, non se ne cura e riprende il suo fervorino come se nulla fosse.

Cerco di interromperlo spiegandogli che non mi interessa il suo prodotto. Ma costui imperterrito continua a parlare.

Provo, di nuovo, a fermarlo alzando un po’ il tono di voce.

Niente da fare!

A questo punto tento con l’inglese visto che sono una società con sede a Londra spero che mi comprenderà.

Nulla!

Beh, a mali estremi, estremi rimedi.

Quindi gli chiudo la telefonata in faccia.

E penso: “Finalmente, avrà capito che non voglio acquistare nulla da lui!”.

Mi sbagliavo e di grosso per giunta.

Il venditore perdente non si dà per vinto e mi richiama subito.

Respingo la chiamata pensando di liberarmi dello scocciatore.

Nulla. Continua a fare squillare il telefono.

Siamo al limite dello stalking.

Non ce la faccio più: mi parte un embolo e rispondo.

Il malcapitato, a questo punto, fa per l’ennesima volta l’errore di chiamarmi per nome.

Io non ci vedo più dalla rabbia e gli dico, ad alta voce, che non gli ho dato tale confidenza e che se mi disturba ancora mi vedro costretto a chiamare il mio avvocato.

E metto giù.

Penso che sia finita.

Ma non è così. Mi chiama ancora.

Ormai, la mia rabbia è arrivata al livello massimo. Modello Super Saiyan di livello 10.

Hai presente?

Rispondo e gli urlo, come solo un ex caporale comandante di squadra degli alpini sa fare, che non si deve più permettere di disturbarmi e gli chiedo come ha fatto ad avere il mio numero di telefono.

Il venditore perdente ha l’ardire di proferire la seguente frase: “Ecco, se non m’interrompe glielo dico”.

Non lo avesse mai detto.

Esplodo in una serie di improperi degni del peggior scaricatore di porto di Genova e, poi, gli chiudo in faccia la chiamata.

A questo punto spero che sia, veramente, finita.

E, invece, no!

Il telefono squilla, ancora. Guardo lo schermo del mio smartphone con orrore.

Non è possibile… è di nuovo lui!

Il venditore perdente non si dà per vinto.

E, allora, io… non gli ho più risposto e lo lasciato sfogare.

MORALE DELLA STORIA

La morale della storia è la seguente:

  1. Se sei un venditore dovresti sapere che le telefonate a freddo, il più delle volte, non portano a nulla.

  2. Se, comunque, fai una telefonata a freddo devi, per prima cosa, presentarti. Si chiama educazione.

  3. Inoltre, dovresti cercare di capire, con delle domande, se sono interessato o meno al tuo prodotto o servizio.

  4. Se ti liquido con una scusa, non insistere con le telefonate. Non cambio idea.

  5. Ma, soprattutto, mai e poi mai devi chiamare il tuo interlocutore con il suo nome di battesimo a meno che tu non lo conosca già.

Per finire, mio caro venditore perdente, ti consiglio la lettura de Il Venditore Meraviglioso di Frank Bettger di cui trovi la recensione qui.

Questo libro ti farà crescere nella tua professione e ti permetterà di aumentare le tue entrate.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

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Bilancio 2018

Caro lettore, siamo ormai giunti a fine anno e, come da tradizione, è tempo di bilanci.

Quello che segue è il mio bilancio 2018.

Vi troverai descritto sia quello che ho realizzato a livello di business che quello che ho fatto a livello personale e gli insegnamenti che tutte queste esperienze mi hanno lasciato.

Buona lettura e Felice Anno Nuovo!

* * *

BILANCIO 2018: LATO BUSINESS

Quello che è appena trascorso è stato per me un anno molto impegnativo dal punto di vista degli affari anche se il fatturato che ho portato a casa è rimasto pressoché uguale a quello del 2017.

A gennaio il progetto HarviUp, in cui sono impegnato dall’inizio del 2016, ha preso la sua forma attuale e definitiva completando il passaggio da acceleratore di imprese e startup a studio di business design.

Questa nuova identità ci ha permesso di incontrare diversi potenziali partner con cui poter sviluppare delle ottime sinergie nel corso del 2019.

Nel frattempo, la mia collaborazione con Web Marketing Aziendale si è fatta sempre più solida grazie all’ottima intesa che ho con Gentian Hajdaraj, il suo titolare.

Abbiamo lanciato sul mercato LeadCommerce, un sistema che serve per aumentare le vendite degli e-commerce.

E questo ci ha permesso di venire in contatto con aziende sempre più grandi e strutturate, alcune delle quali, sono sicuro, nel 2019, si trasformeranno in nostre clienti.

Inoltre, l’8 maggio ho fondato assieme a Mauro Manfredi, amico e socio nel progetto HarviUp, e a sua moglie, WIBS & Co. Srls che ci servirà come trampolino di lancio per diversi progetti ognuno dei quali verticalizzato su uno specifico segmento di mercato.

La specializzazione, infatti, premia sempre l’azienda o il professionista che la porta avanti in quanto chi fa troppe cose viene percepito come un fornitore di servizi che per tirare a campare fa un po’ di tutto e lo fa pure male.

Comunque, essendo, appena, partiti i risultati ottenuti fino ad ora non sono degni di nota anche se le prospettive per il 2019 lasciano ben sperare.

Infine, proseguendo nel mio cammino volto alla diversificazione delle fonti di reddito, ho implementato gli sforzi profusi nella mia attività privata: le consulenze di marketing.

Questo ha portato allo sviluppo di una sinergia molto interessante con una realtà dell’Alto Mantovano.

Ma solo il prossimo anno mi dirà quali frutti porterà questa partnership.

BILANCIO 2018: LATO PERSONALE

Questo è stato un anno molto stressante dal punto di vista lavorativo.

Quindi per evitare ricadute negative sulla mia salute ho aumentato, nella seconda parte dell’anno, il tempo dedicato all’attività sportiva e gli spazi in cui stacco totalmente la testa dal lavoro per rilassarmi.

Inoltre, ho iniziato a curare molto di più l’alimentazione.

La qual cosa mi ha portato degli indubbi vantaggi sia dal punto di vista fisico che da quello mentale.

La maggior lucidità acquisita nella seconda metà dell’anno mi ha portato ad aumentare la quantità di tempo che dedico alla mia formazione personale.

L’obiettivo finale è quello di aumentare le mie competenze professionali in modo da dare ai miei clienti un servizio sempre migliore.

Il che inciderà positivamente anche sul mio fatturato con indubbi vantaggi sulla qualità della mia vita.

BILANCIO 2018: COSA HO IMPARATO

Il 2018 mi ha portato, sul finire dell’anno, a eliminare il consumo di programmi televisivi che approfondiscono temi inerenti alla politica e allo sport.

Questo perché sono solo un’inutile cacofonia di suoni che mi distrae dagli obiettivi più importanti della mia vita.

Il tempo così recuperato l’ho dedicato all’ascolto di podcast in inglese e in italiano dedicati al mondo del business e dell’economia.

Infatti, la formazione economica sta alla base di ogni percorso di arricchimento personale.

Oltre, a ciò ho aumentato il tempo dedicato alla lettura di libri dedicati alla crescita personale, al business e al marketing.

Ho iniziato a seguire le live su Facebook e i video su YouTube di chi ha dimostrato di saper raggiungere in Italia e all’estero risultati interessanti in termini di fatturato e autorevolezza acquisita sul mercato.

Il percorso intrapreso è ai suoi inizi quindi non ho ancora dei risultati da poterti mostrare.

Infine, una maggiore consapevolezza di chi sono e degli obiettivi che voglio raggiungere nella mia vita mi ha portato a selezionare ancora di più le persone che frequento.

Come dice Jim Rohn noi siamo la media delle cinque persone che frequentiamo di più.

Le nostre frequentazioni sociali influenzano il nostro modo di pensare e di vederci condizionando le nostre azioni e, di conseguenza, i nostri risultati.

Una volta raggiunta questa consapevolezza è naturale smettere di frequentare certe persone poiché sono solo delle zavorre che rallentano il nostro cammino.

Fare ciò non vuol dire essere misantropi, snob o avere la puzza sotto il naso ma è indice del fatto che ci si vuole bene e che si sono eliminate tutte quelle convinzioni limitanti che ci sono state inculcate fin da piccoli con l’unico scopo di condannarci alla mediocrità.

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Federico

Caterina Vidulli: CMI

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Fondatrice CMI

Oggi, mio caro lettore, ti farò conoscere una donna molto in gamba, Caterina Vidulli di CMI, startupper seriale e agente 007 del web.

Di lei stai sicuro che sentirai presto parlare. Magari, per una exit milionaria.

Buona lettura!

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Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 30 anni e vivo a Trieste. Ho provato a vivere senza il mare, ma non ci sono ancora riuscita.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Se riguardo indietro, il mio percorso è stato sempre segnato dalla ricerca dell’innovazione.

Alle medie ho scelto la sezione sperimentale informatica e ho partecipato al gruppo responsabile del sito web della scuola.

C’era ancora Microsoft Front Page, sembra preistoria ripensandoci adesso.

Poi alle superiori ho scelto il Liceo Scientifico con specializzazione PNI, Piano Nazionale Informatica.

Avevamo due ore alla settimana di programmazione e in particolare usavamo Pascal, un linguaggio di programmazione molto semplice che però ti insegna a ragionare in “programmese”.

Quando ho scelto l’università ti confido che avevo diversi dubbi: amavo sia le materie scientifiche che quelle umanistiche.

Alla fine la scelta è ricaduta su Ingegneria Gestionale perché era proprio una commistione di tutto ciò: dagli esami più tecnici di informatica, macchine, elettronica, etc. che seguivo con chi studiava le altre ingegnerie, a esami di marketing, strategia ed economia aziendale.

Rifarei ancora mille volte la stessa scelta! Importante anche l’anno all’estero, con il programma Erasmus.

Sono stata in Irlanda, a Cork, e oltre a conoscere un metodo didattico totalmente diverso, ho conosciuto un mondo in cui l’idea di diventare imprenditori era promossa molto di più rispetto che in Italia.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e cosa ti hanno insegnato?

La mia prima esperienza non è stata propriamente “convenzionale”.

Verso la fine dell’università con un team di altre due persone ho iniziato a lavorare a un progetto di startup.

Non è questa la sede ideale per raccontarti esattamente il progetto: ti dirò solo che il nostro obiettivo era quello di aiutare le piccole aziende a cogliere l’opportunità non sfruttata di interagire di più con i propri clienti grazie al web.

Era il 2012 e il mondo delle startup, soprattutto in Italia, era ancora agli albori: non se ne parlava per nulla.

Così quando abbiamo deciso di lanciarci in questa impresa, per me è stato come scoprire un nuovo mondo.

Lavorando alla ricerca di mercato per la startup e per capire come raccogliere i fondi, ho scoperto che esisteva un mondo in crescita di bandi di finanziamento, programmi per startup offerti da aziende chiamate “acceleratori” o ancora più stranamente “incubatori” (il correttore automatico ancora non conosce questo termine) che dovrebbero aiutarti a diventare una vera azienda.

Così abbiamo inviato la presentazione – in gergo il “Pitch” – della nostra startup a diversi incubatori e siamo stati selezionati sia da Area Science Park di Trieste prima, sia da H-Farm di Treviso poi.

In H-Farm ci siamo proprio trasferiti, chiamati sia per frequentare il loro programma di accelerazione (H-Camp), sia per applicare la nostra soluzione a un loro progetto nascente, di cui ci hanno dato piena responsabilità.

In pratica H-Farm è stato il nostro primo cliente!

Siamo rimasti in H-Farm due anni e mezzo, durante i quali ho anche lavorato part-time per la loro divisione che si occupa di consulenza di marketing e digital transformation per le aziende.

Cosa mi ha insegnato? Beh, vivere e lavorare in H-Farm mi ha aperto gli occhi verso un mondo di innovazione e tecnologia.

Ho sempre amato l’innovazione, però esserci immersa e, soprattutto, capire che poteva diventare il mio lavoro mi ha cambiato le prospettive.

Poter confrontarmi con altri team di startupper provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, incontrare personalità come il designer della Nike e lavorare operativamente per aziende multinazionali ha dato un’accelerata incredibile alla mia formazione.

Come sei arrivata a partecipare al BattleHack Prize 2015, che risultato hai ottenuto e che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

La risposta è semplice: mi ci sono trovata immersa.

H-Farm organizza continuamente eventi, in particolare “hackaton”, maratone tecnologiche in cui team di ragazzi con competenze differenti (programmazione, design, marketing e strategia) lavorano per 24h per trovare soluzioni pratiche a dei problemi dati nella consegna.

Ormai eravamo dei veterani degli H-Ack, gli hackaton organizzati da H-Farm: nel 2015 avevo partecipato già a 5 di questi eventi, vincendo due edizioni e ottenendo menzioni speciali nelle altre.

Così quando ci hanno annunciato che un hackaton sarebbe stato organizzato da PayPal, come non esserci?

Non ti nascondo che nel caso del Battlehack all’inizio avevo aspettative molto basse: si trattava di un hackaton più tecnico del solito, dove oltre all’idea e alla sostenibilità economica del progetto, contava moltissimo il fatto che si ottenesse un prototipo funzionante.

In più, c’era una concorrenza feroce.

Il Battlehack era organizzato su 14 tappe in 14 nazioni del mondo: i vincitori di queste tappe “locali” si sarebbero poi scontrati a San Jose, poco lontano San Francisco, nel quartier generale di PayPal per contendersi 100mila dollari.

Pensa che si sono presentati team provenienti dalla Germania e dalla Spagna, che non avendo vinto nel loro Paese, volevano riprovarci da noi!

Il mio team si è formato quasi per caso, come succede agli hackaton.

Due programmatori, uno hardware e uno software, e una designer.

Abbiamo vinto la tappa di H-Farm con un progetto “esplosivo” e poi ci siamo scontrati con gli altri finalisti a San Jose, ideando un altro progetto totalmente da zero in 24 ore.

Non ti racconto l’emozione che abbiamo vissuto nel momento in cui abbiamo saputo di essere stati proclamati vincitori. Qualcosa di indescrivibile!

1st Place Winners

And the winner is…

Questa esperienza mi ha fatto capire che noi italiani abbiamo una marcia in più.

Per tante cose ci sentiamo indietro rispetto agli States o altri Paesi, ma non è così: non abbiamo nulla da invidiare, anzi.

Mi ha, poi, fatto capire l’importanza della diversità: il nostro team era eterogeneo, due maschi e due femmine, mentre tutti gli altri team erano composti solo da uomini; inoltre, nella nostra squadra eravamo tutti con background diversi, mentre nelle altre squadre i membri avevano tutti competenze tecniche.

Vincere il premio mi ha quindi fornito un piccolo capitale che mi ha permesso di decidere di lasciare il part-time con H-Farm per dedicarmi al 100% alla crescita della mia azienda, che stava prendendo un’altra forma.

Come nasce Shamat?

Nel 2015, infatti, la mia startup era pian piano evoluta (o come si dice in gergo, aveva fatto “pivot”).

Nel mio percorso di studio del mondo online avevo scoperto quanto i cosiddetti “Big Data” del web fossero importanti e, soprattutto, quanto studiarli costituisse un’opportunità per le aziende.

Esistono migliaia di software che permettono di tuffarsi letteralmente tra questi dati, estrarli e poi analizzarli per tradurli in informazioni di valore per prendere decisioni di business e marketing.

Ho studiato, testato e catalogato più di mille software dedicati al marketing, selezionandone una trentina utili, quotidianamente, per le indagini di mercato.

Molti di questi software li ho visti nascere ed evolvere: solo qualche anno fa i software di “social listening”, che intercettano le conversazioni sui social media, non esistevano o erano agli albori; oggi si può tracciare quasi tutto.

E così la prima idea è stata quella di creare un’applicazione online, a cui avevamo dato il nome di Shamat (da “shah mat” scacco matto in persiano, ndr), che permettesse di raccogliere tutti questi dati da una ventina di software diversi, mettendoli già in correlazione tra loro e risparmiando moltissima fatica e lavoro.

Abbiamo sviluppato un algoritmo che partendo da tutti questi dati grezzi calcolava degli indici riassuntivi, gli “Shamat Score”, che potessero dare alle aziende un’indicazione sintetica della propria performance, reputazione e visibilità online.

Il progetto è piaciuto così tanto che siamo entranti nello Startup Program di SAP Germania e ci hanno invitato nel loro stand alla fiera della tecnologia CEBIT di Hannover, come una tra le 5 startup selezionate.

Siamo, poi, entrati in un processo di finanziamento e ci hanno proposto dei progetti pilota.

Ma, nel frattempo, il progetto è evoluto in un nuovo concept, ovvero CMI.

Quando e come nasce CMI?

Il brand Central Marketing Intelligence, in breve CMI – letto all’inglese “si-em-ai”, come FBI, CSI, CIA etc. – è nato come evoluzione di Shamat.

Mentre stavamo lavorando al software, diverse aziende ci hanno contattato per poter avere delle indagini di mercato ad hoc.

Abbiamo, quindi, iniziato a lavorare per loro, scoprendo cosa gli servisse di più e dando il via a un vero e proprio servizio di indagini di mercato dal web.

Ci sentivamo dei detective: da qui l’idea di CMI, agenzia di 007 del web al servizio delle aziende.

CMI

CMI gli 007 del web

Qual è il core business di CMI?

CMI indaga online per aiutare chi prende decisioni in azienda a farlo con più probabilità di successo e con meno incertezza.

In pratica aiutiamo i manager e gli imprenditori a dormire sonni più tranquilli, perché ogni scelta è stata fatta con tutte le informazioni a disposizione e non seguendo solo l’istinto, che spesso porta a salti nel vuoto.

Il nostro approccio non è quello delle indagini di mercato tradizionali, ovvero interviste telefoniche, sondaggi, focus group, etc.

Noi non facciamo domande a un panel di persone.

Al contrario, intercettiamo e ascoltiamo i dati già presenti online che gli utenti ci forniscono spontaneamente.

Ricerche su Google, visite ai siti web propri e dei concorrenti, conversazioni sui social network, recensioni, condivisioni di articoli: sono tutte fonti di dati preziosissime per capire cosa interessa al proprio target, quali sono i trend di mercato, cosa sta facendo la concorrenza e così via.

Che ruolo ricopri all’interno di CMI e da quanti membri è composto il Team?

Caterina Vidulli

Caterina Vidulli – Agente 007 in azione

Sono Presidente del CdA della società che possiede il brand CMI (la ragione sociale è Arcadya Srl) e in più ho il ruolo di Agente 007, cioè sono un operativo che svolge le indagini sul campo.

Il mio socio, Giovanni Zanier, è l’Agente M.

Nel team ci sono anche laureati e laureandi in economia e statistica.

Abbiamo diversi collaboratori esterni per ciò che riguarda sviluppo informatico, analisi di Big Data con metodi di intelligenza artificiale, assistenza legale in caso di diffamazione, creazione di siti web e supporto nel marketing.

Perché la Business Intelligence è così importante per avere successo negli affari?

La risposta è semplice.

Giocheresti mai una partita a poker bendato, senza poter vedere né le tue carte, né quelle sul tavolo, né la faccia del tuo avversario?

Immagino di no, perché sarebbe un suicidio.

Come potresti decidere quanto puntare e quali carte cambiare?

Ecco, con la Business Intelligence:

  • Puoi scoprire le carte che hai in mano – ovvero tradurre i risultati che stai ottenendo in dati chiari e utili, scoprire cosa pensano di te i tuoi clienti e qual è la tua reputazione.
  • Puoi vedere più chiaramente le carte sul tavolo, ovvero capire la situazione attorno a te, come cambiano i trend e gli interessi dei potenziali clienti.
  • Puoi, perfino, sbirciare – in modo del tutto legale – le carte dei tuoi concorrenti, scoprendo come si stanno muovendo online (e non solo), come riescono a raggiungere i clienti e quali risultati stanno ottenendo.
Market Intelligence

Market Intelligence

Perché una startup dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Abbiamo lavorato con diverse startup in questi anni e per esperienza posso dirti che possiamo aiutarle in due modi.

  • Primo, nel definire il proprio business model.

Quando stavo lavorando alla mia prima startup, la difficoltà più grande era quella di comprendere il bisogno dei clienti e di come creare la cosiddetta “value propositon”, capire cioè come si può offrire ai clienti un valore superiore a ciò che già il mercato gli sta offrendo.

Se non conosci cosa pensano i tuoi potenziali clienti, i loro problemi e la concorrenza attuale, farlo è letteralmente impossibile.

  • Secondo, alle startup per chiedere fondi serve un business plan.

Devono dimostrare agli investitori che il mercato nel quale vogliono entrare è profittevole e che sono in grado di aggredirlo nel modo giusto.

Integrate nel business plan, le nostre indagini servono proprio a far capire agli investitori la solidità del proprio mercato e che le proprie scelte sono frutto di decisioni informate.

Perché un’azienda dovrebbe sfruttare i servizi di CMI?

Come ti dicevo poc’anzi, per vedere più chiaramente la situazione prima di prendere una decisione che impatta sul suo business.

Ad esempio, quando deve lanciare un nuovo prodotto o migliorare quelli che già vende.

Quando vuole rilanciare la propria strategia di marketing, lanciando nuove campagne o ristrutturando il proprio sito web (o creandone uno da zero).

O più in generale, ci chiamano anche quando vogliono, semplicemente, comprendere meglio le opportunità attorno a loro, per capire come muoversi e su cosa concentrare le proprie attenzioni (e il proprio budget).

Ad oggi, che risultati ha ottenuto CMI?

Per me, il risultato principale è essere riusciti a lavorare per grandi multinazionali, come ad esempio il gruppo Fater per il loro brand Pampers, la Tucano International e agenzie di consulenza di calibro internazionale, che ci hanno contattato tramite il sito web o per passaparola grazie a referenze molto positive sul nostro lavoro.

Ma non solo: considero risultati di cui vado fiera anche anche aver aiutato delle startup a ottenere finanziamenti e aver dato nuovi spunti utili ad alcune PMI italiane.

Come vedi CMI nei prossimi 3 anni?

Siamo ambiziosi: vogliamo diventare lo standard per le analisi di mercato.

La nostra mission è quella di evitare (o almeno ridurre significativamente) la necessità di dover disturbare con le interviste telefoniche i consumatori a orari improbabili.

Quali progetti hai per il futuro?

Il mio obiettivo è stato sin dall’inizio quello di aiutare le aziende a cogliere l’opportunità del web per avere più successo e questo non cambierà.

Al momento sono convinta che le indagini di CMI siano il modo migliore per aiutarle a prendere scelte più consapevoli e a sfruttare informazioni che si lasciano scappare quasi del tutto.

Questo oggi. In futuro… chissà?

Se l’intelligenza artificiale prenderà così tanto piede da riuscire a rendere questi dati già disponibili e le nostre indagini non più necessarie, passeremo allo step successivo!

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

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E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

LinkedIn: il Social per il Business

Gaudeamus igitur!

Finalmente, LinkedIn è diventato il Social per il Business con la S maiuscola.

Negli ultimi mesi, in Italia ma anche nel resto del mondo, LinkedIn è passato da social network per postare il proprio Curriculum Vitae al fine di trovare un lavoro a luogo dove intrecciare relazioni d’affari o stringere partnership per lanciare nuovi business.

LINKEDIN: UN PO’ DI STORIA

Questo social viene lanciato da Reid Hoffman, Allen Blue, Konstantin Guericke, Eric Ly e Jean-Luc Vaillant il 5 maggio 2003.

Il suo scopo è quello di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso la creazione di relazioni tra i vari utenti.

Infatti, il suo motto è: Relationships Matter (Le relazioni contano, ndr).

Qui ogni utente è un nodo di una rete e i suoi contatti, cioè le persone nella sua lista, sono definiti “connessioni”.

Nel 2016 la piattaforma viene acquisita da Microsoft per 26,2 miliardi di dollari.

Alla fine del 2017 ha raggiunto i 530 milioni di iscritti con Milano al quinto posto tra le aree più connesse a livello globale.

LINKEDIN: LA SUA TRASFORMAZIONE

Inizialmente, specie in Italia, è stato visto come il parente povero di Facebook.

Un social dove caricare il proprio CV e cercare offerte di lavoro in linea con le proprie aspirazioni.

E questo è stato, a mio parere, fino agli inizi di quest’anno.

Poi, non so bene né come né quando qualcosa è cambiato.

All’inizio pensavo fosse solo una mia percezione.

Però, quando anche Gary Vaynerchuk ha confermato in uno dei suoi famosi video motivazionali che da un po’ di tempo aveva iniziato a passare più tempo su LinkedIn e ha consigliato a chi fa business, nel 2018, di aumentare la propria attività su questo social, ho capito che la mia intuizione era giusta.

Ma cosa vuol dire tutto ciò per l’utente comune?

Per chi è alla ricerca di un posto di lavoro cambia poco o nulla.

Forse, però, vi è un vantaggio indiretto poiché LinkedIn aumentando ancora di più la sua autorevolezza scoraggerà quei pochi che lo avevano preso per un secondo Facebook dal postare foto di gattini e altre sciocchezze simili perché si rovinerebbero la reputazione per sempre.

Mentre per chi come me è un imprenditore digitale e un libero professionista significa sviluppare più facilmente contatti con persone con la mia stessa forma mentis.

Il mio profilo, infatti, non è costruito per attirare l’attenzione dei responsabili delle risorse umane.

Non sono alla ricerca di un posto di lavoro fisso.

Questa, grazie a Internet, è l’era migliore per chi vuol fare impresa e vuol realizzare con la propria creatività e intraprendenza i suoi sogni.

La Rete ti permette di scalare velocemente il tuo business, di lavorare a distanza con persone di valore e con competenze e soft skill complementari alle tue.

Quindi bisogna sfruttare al massimo l’opportunità che ci viene offerta.

LINKEDIN: UN PICCOLO TRUCCO

Per usare al meglio questa piattaforma il mio consiglio è quello di fissarsi un obiettivo e in base a quello costruire il proprio profilo.

E ricordati questo:

  • Metti sempre la tua foto. Non lasciare lo spazio vuoto, non mettere foto di coppia o ancora peggio del tuo cane, gatto o canarino.

  • Nella descrizione che appare accanto allo spazio per l’immagine e quando descrivi le tue esperienze lavorative non usare un muro di parole ma scrivi paragrafi brevi di due o tre righe e lascia uno spazio bianco tra un paragrafo e l’altro poiché ne facilita la lettura.

Infine, se utilizzi LinkedIn per trovare clienti o stringere partnership ti svelo un piccolo trucco che mi è stato suggerito da un interessante post di Mirko Saini: la mail di risposta a chi ti chiede di entrare in connessione.

Questa, per esempio, è quella che ho creato io dopo la lettura del suddetto post:

Ciao [Nome di chi ti contatta],

piacere di e-conoscerti e grazie per avermi invitato.

Ti va di raccontarmi qualcosa in più su di te? Lavoro, interessi e per quale ragione hai deciso di aggiungermi al tuo network, mi piace l’idea di conoscere un po’ di più le persone che incontro su LinkedIn.

La mia grande passione è lo sport, una volta giocavo a calcio… ora non più.

Pratico la corsa, il nuoto, la pesca in apnea e vado in bici.

Inoltre, cerco di curare la mia parte spirituale (a volte ci riesco, altre meno).

Su Facebook gestisco 1 gruppo sul quale puoi aggiungerti, se di tuo interesse:

Harvi-Lab for Startup:

https://www.facebook.com/groups/harvilab/

Scrivo anche su 2 blog, uno personale e uno multiautore, che per certi versi rende più agile rispetto a Linkedin la condivisione di un certo tipo di contenuti, li trovi qui:

  1. https://federicochigbuhgasparini.wordpress.com/

  2. https://harviup.com/blog/

Per il momento ti saluto e spero ci sia presto occasione di conoscerci dal vivo.

Buona giornata,

Federico

Inoltre, ho creato una tabella in Excel dove raccolgo le informazioni principali del nuovo contatto e segno se ha risposto o meno al mio messaggio.

Questo mi ha permesso di conoscere meglio i miei contatti e in alcuni casi di instaurare una bella relazione.

CONCLUSIONI

LinkedIn, da qualche tempo, è diventato un social network su cui chi fa business deve assolutamente esserci poiché permette di sviluppare ottime relazioni d’affari.

Ovviamente, non ha perso la funzione per cui è nato cioè di luogo che favorisce l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Ma, ora, vi si affianca questa nuova opportunità che permette di trovare nuovi clienti oppure di sviluppare partnership.

Per questo il mio consiglio è quello di investirci più tempo, di aumentare la partecipazione alle discussioni e di pubblicarci più contenuti.

P. S.: Se vuoi aggiungermi alle tue connessioni questo è il link al mio profilo:

https://www.linkedin.com/in/federicochigbuhgasparini/

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Marco Piccioni: Marco Piccioni Consulting srl

Oggi, mio caro lettore, ti presento attraverso la mia intervista Marco Piccioni, un consulente che ho conosciuto di recente su LinkedIn, dopo che ha catturato la mia attenzione coi suoi contenuti.

Buona lettura!

*  *  *

Quanti anni hai e dove abiti?

Ho 44 anni.

E sono nato e vivo a Roma.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho una laurea in Sociologia.

Qual è la tua attuale professione?

Sono il titolare di una società di consulenza specializzata in direzione aziendale: la Marco Piccioni Consulting srl.

Quali esperienze lavorative hanno preceduto quella attuale e che cosa ti hanno insegnato?

Per pochi mesi, subito dopo la laurea, ho lavorato in una società di consulenza che mi ha insegnato cosa non si deve fare per gestire al meglio i clienti.

Qual è l’attività principale della Marco Piccioni Consulting srl?

Gli ambiti di intervento sono:

·         sicurezza del lavoro (decreto 81/08) con nomina RSPP;

·         medicina del lavoro con nomina del medico competente;

·         visite mediche periodiche al personale;

·         corsi di formazione per il personale;

·         certificazioni di qualità ISO 9000 e certificazioni ambientali ISO 14000;

·         attestazioni SOA;

·         consulenza PRIVACY GDPR con nomina DPO.

In sintesi: ogni tipo di problematica che può avere un’azienda.

Ci piace essere lì per dare una mano.

Quanti collaboratori ha la Marco Piccioni Consulting srl?

Il gruppo di lavoro è mutevole.

C’è un parte stabile da anni e altri che ruotano. Alcuni lavorano solo con noi e altri sono collaboratori occasionali.

Quindi se non sbaglio direi 15/20 professionisti stabili. Tutti con p.iva.

La tua società opera solo a livello locale oppure anche a livello nazionale?

Lavoriamo in tutta Italia. Alcuni nostri clienti sono filiali italiane di gruppi internazionali.

Ovviamente, la gran parte di essi ha la sede e opera a Roma.

Quali strategie di marketing utilizza la Marco Piccioni Consulting srl per attirare nuovi clienti?

Un mix di interventi.

In questo momento sto tentando di acquisire maggiore visibilità attraverso la presenza sui social: LinkedIn e il canale YouTube Marco Piccioni Consulting srl.

Quale strategia, invece, utilizza la Marco Piccioni Consulting srl per fidelizzare i suoi clienti?

Nessuna strategia in particolare. Lavoriamo al meglio cercando di offrire ai nostri clienti sempre qualcosa in più rispetto quello che si aspettano.

In genere è il cliente stesso che richiede nuovi servizi, nuove consulenze.

Che ruolo occupa Internet nella strategia di marketing della Marco Piccioni Consulting srl?

Centrale, determinante, esclusivo.

Poi, c’è il passaparola dei nostri clienti.

Quando hai lanciato tuo canale YouTube quale obiettivo ti sei prefissato?

Inizialmente, si trattava genericamente di una indistinta necessità di recuperare terreno in termini di visibilità per la Marco Piccioni Consulting srl.

Da qualche settimana è subentrata anche la semplice voglia di riuscire a farcela. Una sorta di sfida con me stesso. Il tutto, però, divertendomi.

In che modo pensi di far crescere gli iscritti al tuo canale YouTube?

Ancora non ho una strategia chiara in mente.

Se hai qualche consiglio da darmi, lo ascolto volentieri.

Oltre a YouTube, la tua strategia di personal branding prevede l’utilizzo di altri canali social?

Sì! Uso Linkedin.

Mi trovo bene su questo social network, poiché puoi affrontare tematiche di vario tipo confrontandoti con persone interessanti e – per lo più – intelligenti.

Cosa consiglieresti a una persona che si vuole mettere in proprio?

Volontà, ambizione e fantasia.

Se, però, hai un capitale inziale da investire la fantasia può anche non servire.

Qui dovrei darti una risposta articolata che richiederebbe, però, troppo spazio.

Magari, potremmo parlarne in un’altra occasione.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

In ambito professionale te lo dico, seriamente, non ho mai detto né pensato vorrei arrivare “a questo punto”.

Dopo quel punto, se fai un passo puoi andare ancora più avanti.

Per questo il mio unico obiettivo può essere… il massimo che si riesce a fare.

In ogni caso per darti un’idea, un ordine di grandezza di cosa considero il vero successo – ripeto – solo sul piano professionale: è possedere minimo una squadra di calcio, andare a lavoro in elicottero e nello studio avere appeso un Caravaggio.

L’idea più o meno è questa e – mio malgrado – la strada da percorrere è ancora un bel po’ lunga.

L’intervista è finita, ma voglio aggiungere una cosa, la più importante: qui si è parlato di lavoro, di ambizione, aspetti centrali e determinanti, che però non sono nulla se non condivisi con gli affetti.

Sono gli affetti che riempono di significato tutto ciò che facciamo.

Ciao e grazie,

Marco

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

 

Umberto Zanesco: Startup Business Lab

Oggi, mio caro lettore, ti presento Umberto Zanesco, giovane project manager dal radioso futuro, che ho conosciuto grazie a LinkedIn.

Di lui mi hanno colpito la sua energia, la sua gran voglia di fare e il suo spirito imprenditoriale.

Se vuoi vederlo all’opera, ti consiglio di visitare il suo blog Startup Business Lab.

Se, invece, vuoi conoscerlo meglio, non ti resta che proseguire nella lettura di questo post e ti assicuro che ne vale la pena.

* * *

Quanti anni hai e dove vivi?

Ho 28 anni e vivo a Poole, Dorset, UK.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Liceo scientifico e, subito dopo, laurea magistrale in Economia e Commercio a Napoli.

Qual è il tuo lavoro attuale?

Dopo un periodo da freelancer come business developer e project manager, c’è stato un gap di qualche mese nella mia vita lavorativa, in cui ho cominciato a scrivere e a progettare il mio prossimo business.

Nel frattempo, il 19 novembre inizierò come project manager presso FDM Group nel centro di Londra.

Quali esperienze lavorative hai avuto prima dell’attuale?

Ho iniziato come rappresentate di ricambi industriali.

Successivamente, ho fatto il business developer per un’azienda che produceva videogiochi per tablet e smartphone, ARS Digitalia.

Quindi ho gestito, per pochissimo tempo, insieme a due soci una società sportiva che aveva preso in gestione un campo di calcetto, Sietten FC.

Dopodiché per 2 anni ho avuto la mia attività, la ZaMarini, che era così suddivisa: un chiosco di bibite (nella fattispecie, un carretto) e un ristorante italiano in una food court a Perth CBD, Western Australia.

Infine, una volta giunto a Londra ho lavorato per 1 anno e pochi mesi come croupier in un casinò online, Extreme Live Gaming.

Nel frattempo, mi sono preparato per 8 mesi al concorso per segretario di legazione sostenuto a Roma e fallito miseramente.

Sono arrivato 300esimo su 3.000 partecipanti, con 39 risposte esatte su 60.

Pensa che i primi 200 che sono passati alla fase successiva avevano totalizzato 40 risposte esatte.

Poi sono tornato in Italia per godermi 10 mesi di paternità, durante i quali ho continuato a scrivere, ricercare, progettare e, occasionalmente, a lavorare da freelancer come project manager.

Che cosa ti hanno insegnato le tue esperienze lavorative precedenti?

Una marea di cose.

Elencherò le più importanti:

  • tecniche di business developing;

  • come si avvia e si gestisce un’attività;

  • customer service e orientamento ai bisogni del cliente;

  • organizzazione personale e del team di progetto.

Cosa ti ha spinto ad andare in Australia e qual è stato il tuo primo lavoro laggiù?

A Napoli avevo un lavoro a tempo indeterminato come rappresentate per l’azienda di ricambi industriali, DMC.

Mia moglie lavorava come infermiera in una clinica privata.

Stavamo pensando di mettere su famiglia ma prima di farlo volevamo fare un’esperienza all’estero.

Non semplicemente un viaggio di piacere, proprio vivere all’estero per un periodo di almeno 3 mesi.

Dopodiché, sarei tornato a gestire la società sportiva Sietten FC e a fare il business developer per ARS Digitalia, ma avrei lasciato comunque il mio lavoro alla DMC.

Le cose, poi, sono precipitate.

Mia moglie si è rotta la caviglia in palestra ed è stata licenziata nel giro di 3 settimane.

Quindi era completamente a terra e provava, in quel momento, un odio profondo verso l’Italia.

Io ero pressato sempre di più dalla DMC, che veniva schiacciata dalla concorrenza ogni giorno di più, e i soci non riuscivano a trovare una soluzione ai problemi dell’azienda, scaricando la pressione sui dipendenti, che avevano l’unica colpa di “ricevere uno stipendio”.

Inoltre c’era il problema ambientale.

A Napoli non si respira. L’aria è inquinata e devi stare attento a quello che mangi perché c’è la terra dei fuochi.

Infine, stavano morendo amici e parenti di tumore: mio padre, mio zio, mia cugina, un amico di neanche 30 anni. Quasi uno ogni 2 anni.

Quindi siamo andati in Australia con l’intento di rimanerci.

Alla fine ho aperto la ZaMarini e ci siamo rimasti 2 anni.

Come nasce ZaMarini?

ZaMarini nasce da ricerca e analisi di mercato, niente di più.

Io non ho mai cucinato in vita mia e mi sono sempre fatto sbucciare la frutta da mia mamma, prima, e da mia moglie, poi.

Quindi non avevo nessuna esperienza nel campo della ristorazione, ma proprio niente.

Ho visto che a Perth la domanda nel settore food era crescente e il mercato, pure.

Per cui l’attività era potenzialmente profittevole.

L’alternativa era un investimento nel fintech o in miniere d‘oro o nel fashion, ma non avevo soldi e le ho scartate a prescindere.

A quel punto mi sono rimboccato le maniche, ho costruito il mio “carretto”, ho lasciato il lavoretto che avevo trovato, nel frattempo, per mantenermi lì e sono partito all’avventura.

Il primo problema che ho incontrato è stato quello burocratico: a Perth non si può vendere tramite un carretto al di fuori di festival ed eventi.

Come al solito però, fatta la legge, trovato l’inganno.

Infatti, ho scoperto il modo di lavorare come chiosco itinerante 7 giorni su 7 per 12/24 ore, legalmente.

Ero l’unico in tutta Perth ed ero nel secondo posto migliore di tutta la città: sulla via tra la stazione centrale dei treni e gli uffici, la biblioteca e l’università.

Inizialmente, doveva essere solo una breve esperienza, quindi non solo ci ho speso il minimo indispensabile (in termini economici), ma ho anche scelto il nome senza un riferimento particolare al mercato.

Za sono le prime due lettere del mio cognome e Marini è il cognome di mia moglie che non lavorava materialmente nella ZaMarini, ma ha un cognome che mi piace tantissimo e fa molto “italiano”.

La parte più difficile è stata imparare a sbucciare la frutta in fretta, fare le granite con le ricette giuste e mantenere gli standard di servizio alti (pulizia, design, odore, eliminare gli insetti, etc.).

Insomma, la parte operativa.

Il marketing, poi, è stato un qualcosa che mi ha tenuto sveglio la notte.

Come potevo fidelizzare la mia clientela, che divideva le sue preferenze tra me (spremute e frullati di frutta) e il caffè?

Una battaglia inaspettata che stavo pensando di vincere offrendo frullati alla caffeina.  😀

Ma, poi, non ho avuto il tempo per implementare la cosa.

Come si è conclusa la tua avventura imprenditoriale in Australia?

Per vendere il carretto era il periodo peggiore.

Nel picco dell’estate mi avevano fatto un’offerta dove avrei realizzato un guadagno netto del 400% che, purtroppo, ho rifiutato poiché pensavo di rimanere in Australia.

Ma in inverno non c’era nessuno disposto ad acquistarlo e, quindi, ho regalato il carretto alla mia ex chef (a cui siamo ancora molto affezionati poiché rappresenta la nostra famiglia australiana) e venduto il ristorante ad un pakistano.

Sarebbe stata una exit niente male, se non si fosse messo in mezzo il centre management del centro commerciale in cui era locato il ristorante.

L’acquirente era disposto ad acquistare la mia attività, compreso brand name, menu e ricette, insomma tutta la corporate identity, ad un bellissimo prezzo, circa 5 volte più di quanto avevo speso per allestirlo completamente.

Il management si è opposto dicendo che dovevano approvare loro la new entry, indipendentemente, dal mantenimento di nome e ricette.

A quel punto la situazione era la seguente: se il mio acquirente avesse acquistato ed il management del centro commerciale avesse posto il veto sull’operazione, il mio compratore si sarebbe ritrovato fregato.

Ho dovuto mediare, cioè “pagare qualcuno”, e ridurre il prezzo di vendita per riuscire a strappare un accordo.

Alla fine me ne sono uscito guadagnando “solo” il doppio di quanto ci avevo speso, ma non ho venduto il brand name ZaMarini a cui ero particolarmente affezionato e che è rimasto registrato a mio nome fino all’anno scorso.

Come mai sei tornato in Europa?

Essenzialmente per problemi di visto.

In Australia, per rimanere c’erano 3 vie:

  1. Sponsorizzazione da parte dello Stato, se rientri nelle figure richieste.

  2. Sponsorizzazione da parte di un datore di lavoro.

  3. Devi essere tu il datore di lavoro di te stesso.

Io ho scelto la terza via.

Ma a un certo punto, a causa di un governo xenofobo, hanno cambiato la legge riguardante il mio percorso: un datore di lavoro non poteva più sponsorizzare né se stesso, né il precedente proprietario di quella stessa attività.

Mi sono trovato fregato, ho dovuto impacchettare tutto e vendere nel giro di 6 mesi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento mi sto costruendo una carriera da project manager.

Un po’ perché è una cosa che so fare e per cui sento di essere portato, un po’ per rispondere alle esigenze di sicurezza di mia moglie e mia figlia.

Essenzialmente, il discorso affrontato in famiglia è stato: “Ok, apri una tua nuova attività. E se va male? Hai una figlia, ora, a cui pensare”.

Per cui ho deciso di costruire il mio piano “B” di creazione di una carriera a cui potrò sempre tornare nel caso in cui le cose, come imprenditore, andassero male.

Contemporaneamente, sto continuando a progettare, ricercare, imparare, senza sosta.

Ho, già, un’idea imprenditoriale in mente che coltiverò per i prossimi 2 anni.

Quindi, al termine di questo periodo potrò decidere se restare dipendente o tornare a fare l’imprenditore.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

LEANSTACK

Oggi, mio caro lettore, ti parlerò di LEANSTACK, un’applicazione ideata da Ash Maurya, il creatore del Lean Canvas, oltre che l’autore dei libri: Running Lean e Scaling Lean.

LEANSTACK è uno strumento freemium (alcune funzione di base sono gratuite mentre altre sono a pagamento, ndr) che sfrutta il cloud e che ritengo possa essere molto utile per chi vuole avviare una nuova attività o una startup.

Tieni presente che il fine di tutta la ricerca condotta, nel corso degli anni, da Ash Maurya è quello di ridurre al minimo il rischio d’impresa.

E LEANSTACK è stato creato per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo.

L’assunto da cui Maurya parte è la constatazione che molti prodotti falliscono la prova del mercato non perché sono stati costruiti male, bensì poiché non trovano clienti.

Questo comporta un grande spreco di tempo e di denaro.

Per evitare tutto ciò, diversi anni fa, ha creato il Lean Canvas che è un’evoluzione del Business Model Canvas di Alexander Osterwalder.

A questo punto, forse, ti starai chiedendo in che cosa questi due strumenti si differenziano.

Beh, la differenza tra i due consiste nel fatto che il primo mette al centro il cliente e il suo problema o bisogno, mentre il secondo si focalizza sull’azienda e, quindi, risulta poco adatto, secondo Maurya, a rappresentare graficamente il modello di business di un’attività nascente o quello del lancio di un nuovo prodotto.

Infatti, secondo Maurya un imprenditore si dovrebbe concentrare solamente su due cose:

  1. la creazione di un modello di business funzionante e dinamico;

  2. il testare ciclicamente il suo modello di business attraverso dei veloci esperimenti condotti sul mercato al fine di ridurre i rischi di insuccesso.

Se tutto ciò da un punto di vista meramente concettuale è facile da comprendere, è quando si passa alla sua applicazione concreta sul campo che sorgono i primi problemi.

Questo è dovuto al fatto che:

  1. è complesso dare una priorità ai rischi e definire gli esperimenti;

  2. è difficile, nel corso del tempo, tracciare gli esperimenti;

  3. è complesso trasferire quello che si è imparato dagli esperimenti nel canvas.

Ed è per questo motivo che Maurya ha sviluppato LEANSTACK.

Lo strumento è distinto in tre elementi:

  1. Lean Canvas

  2. Traction Roadmap

  3. Sprint Board

Il primo elemento è il Lean Canvas.

In questo l’applicazione, a mio avviso, dà il meglio di sè.

Infatti, per la sua creazione hai un facile percorso guidato che in massimo 20 minuti ti permetterà di realizzare la trasposizione grafica del tuo modello di business.

Tra l’altro, una volta realizzato, il canvas lo si può facilmente trasformare in PDF per condividerlo coi propri colleghi o i propri stakeholder.

N.B.: ogni colonna del canvas è corredata da un video, che spiega come compilare il riquadro, a cui si accede cliccando sull’icona con il punto interrogativo.

Il secondo elemento è la Traction RoadMap, che consiste nella trasposizione grafica delle previsioni finanziarie del proprio business.

Questa parte del modello che solitamente nel Business Plan risulta difficile da comprendere, poiché è facile perdersi nelle cifre dei fogli di Excel, viene semplificata al massimo prendendo in consideazione solo 7 metriche chiave.

Ciò permette di controllare nel corso del tempo se si sta rispettando la tabella di marcia stabilita agli inizi.

E qualora si constatasse uno scostamento notevole dalle previsioni fatte al momento di iniziare l’attività, si potrà facilmente intervenire con i correttivi più opportuni.

Infine, si ha la Sprint Board. Questo strumento ti permette di fissare i tuoi obiettivi, di formulare piani di validazione, e di testare le tue idee e strategie tramite veloci esperimenti.

Oltre a ciò, LEANSTACK, fornisce al suo utente ulteriori mezzi per migliorare le proprie competenze nell’utilizzo del tool e permettere agli imprenditori di tutto il mondo di avere successo.

Si tratta di:

  1. Corsi

  2. Workshop

  3. Template dei vari canvas (Resources)

  4. Un forum tematico (Discussion)

CONCLUSIONI

LEANSTACK è un’applicazione che non deve mancare nella cassetta degli attrezzi di un aspirante imprenditore o di uno startupper poiché permette di costruire dei modelli di business dove il rischio d’impresa è ridotto al minimo.

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A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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Federico

Luca Leandro. Un anno dopo

Luca Leandro

Luca Leandro – Fondatore di LucaLeandro.com blog sulla crescita personale

Oggi, mio caro lettore, ti propongo una nuova intervista a Luca Leandro che avevo già intervistato circa un anno fa (leggi qui).

In dodici mesi la sua presenza online è cambiata radicalmente e un po’ anche la sua vita.

Se vuoi scoprire come, continua a leggere questo post.

Buona lettura!

* * *

Circa un anno fa mi hai rilasciato la tua prima intervista, caro Luca. Com’è cambiata la tua vita da allora?

Beh, intanto sono felicemente diventato papà bis.

Direi l’evento “dominante” dell‘anno, sia per l’impatto che ha sulla mia vita di oggi e di domani, sia perché veder nascere un figlio, stringerlo tra le braccia, e accompagnarlo in ogni singolo, piccolo passo di crescita è per me una gioia davvero incredibile.

Poi, tantissime altre cose:

  • ho iniziato il percorso per diventare AD [Amministratore Delegato, ndr] dell’azienda per cui lavoro;

  • ho definito e iniziato a implementare una nuova strategia per il mio blog;

  • ho cambiato routine mattutina e serale, la qual cosa ha apportato importanti benefici al mio livello energetico ed emotivo;

  • ho iniziato a bere acqua alcalina, cosa che mi sta dando ottime soddisfazioni;

  • ho letto e studiato una trentina di libri, di cui almeno 10 davvero affascinanti.

In perfetta continuità con i quattro-cinque anni precedenti, anche gli ultimi 12 mesi sono stati davvero densi di novità, ricchi di piacevoli soddisfazioni e con tanta tanta voglia di seminare ancora per un futuro sempre migliore.

Come mai hai deciso di trasformare il tuo blog HomoIntrapendente.it in LucaLeandro.com?

Sostanzialmente per un unico motivo: ho approfondito l’ambito della crescita personale fino al punto in cui inizio ad avere le mie idee, le mie teorie, i miei punti di vista sulle soluzioni che funzionano e quelle che, invece, sono talmente generiche o superficiali che lasciano il tempo che trovano.

HomoIntraprendente.it è nato come un contenitore di soluzioni utili per uscire dal circolo di una vita demotivante e apatica.

LucaLeandro.com è il mio punto di vista su come si può vivere una vita libera, motivante, davvero felice e appagante.

Include tecniche e strategie, ma anche mie personali intuizioni.

E la mia idea, per logica e per branding, è quella di Luca Leandro, non quella di un generico sito di crescita personale.

È, ormai, un annetto che ho in canna questo cambio, l’ho annusato e studiato a lungo, fino a sentirlo del tutto mio.

E dopo tutta una serie di profonde riflessioni, ho capito che desideravo davvero spendermi in prima persona, e diffondere il “mio” metodo per vivere bene, non tutte le tecniche del mondo.

Che cosa hai salvato del vecchio progetto?

Tutti gli articoli scritti fin ora e le centinaia di iscritti alla newsletter.

Il resto è tutto nuovo: piattaforma web, stile comunicativo, logica di branding e così via.

Come hai giustificato questo cambio agli occhi della community che ti seguiva?

Mah, chi mi segue davvero non ha avuto bisogno di spiegazioni…

Già con gli ultimi articoli di HomoIntraprendente.it, che sono stati i più apprezzati di sempre, era chiaro che la mia “deriva” fosse verso un maggior contatto diretto con la vita reale e concreta del lettore: meno teorie sterili, più vissuto emotivo concreto e tangibile.

Ora, che il passaggio è stato fatto è in corso una prima scrematura di chi non è interessato a questa nuova forma di comunicare la crescita personale (ho avuto una 50ina di “esodati” dalla newsletter), ma al contempo ho avuto numerosi complimenti e un engagement più alto da parte di chi mi segue da sempre.

E questo, per me, è solo un dato positivo.

Quali sono i tuoi nuovi obiettivi?

La mia missione è quella di aumentare il livello di consapevolezza delle persone su come funziona la nostra psiche e su come la si possa gestire per migliorare radicalmente la qualità della propria vita.

Operativamente, il primo obiettivo è quello di acquisire competenze e impostare una organizzazione personale per creare tutti i contenuti che mi servono.

In particolare, partirò presto con dei video, ma mi mancano ancora delle competenze, quindi è su questo che sto lavorando.

Inoltre la quantità di contenuti che intendo produrre certamente richiederà una nuova organizzazione del lavoro.

Il secondo obiettivo sarà quello di allargare la base utenti iscritti alla newsletter e in qualche modo seguaci o follower fino ad alcune migliaia di persone.

Obiettivo seguente: il mio primo libro 🙂

Quale strategia di marketing stai utilizzando per promuovere il tuo nuovo blog e che risultati hai ottenuto fino ad ora?

Sono appena partito.

Per ora, sto mettendo le toppe a tutti i piccoli problemini tecnici che emergono solo quando ti butti nella mischia.

Tuttavia, il primo passo della mia strategia è già compiuto: avere un’idea chiara di come voglio posizionarmi, dello stile comunicativo che intendo adottare, degli utenti a cui mi voglio rivolgere, e così via.

Queste sono le fondamenta su cui si baserà il mio progetto.

Poi, operativamente dividerò i miei contenuti su tre livelli:

  1. Video “facili”, da postare sui social, con l’obiettivo di “agganciare” le persone che non sanno quanto la crescita personale potrebbe fargli bene.

  2. Post settimanali, così come oggi, per nutrire la comunità che sono felice di presiedere.

  3. Video “full”, per un futuro canale Youtube. Saranno di fatto gli argomenti dei post, replicati in video.

Per promuovere il blog utilizzerò i video “facili”, sponsorizzandoli sui social.

Obiettivo: portare le persone a iscriversi alla newsletter, che di fatto per i primi 30 giorni sarà un funnel.

Hai intenzione di creare degli infoprodotti?

Senza dubbio.

Prima di tutto perché sento, spesso, che alcuni temi che tratto “risuonano” dentro alcune persone specifiche, ma il post per loro non è sufficiente.

Quindi ci vuole uno strumento per andare maggiormente in profondità, accompagnando la persona in un vero e proprio percorso.

Poi perché, indipendentemente, dalle svariate centinaia di ore che ho dedicato a questo progetto, onestamente fino ad oggi ho anche speso migliaia di euro, e per renderlo sostenibile, devo necessariamente avere dei ricavi.

Sul formato degli infoprodotti lascio ancora un po’ di suspance 🙂

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Questo. Punto!

Per anni mi sono dedicato a tante cose contemporaneamente. Ora, è chiaro che ciò che desidero è crescere su questa strada.

E poi, per servire bene i miei utenti, ci vuole tempo e focalizzazione.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

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E ricordati:

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Federico

[Lettura Consigliata]: Da Sottozero a Imprenditore

Se hai letto I Quadranti del Cashflow di Robert T. Kiyosaki, sai che la strada verso la libertà finanziaria parte dal quadrante denominato: Imprenditore.

Ma conquistare una mentalità da imprenditore non è facile specie in una nazione come l’Italia dove fin da piccoli si è bombardati dal messaggio che gli imprenditori sono tutti ladri e sfruttano i loro dipendenti arricchendosi alle loro spalle.

Ora, se sei una persona profondamente buona e vieni a contatto con questo messaggio che ha un’impronta fortemente negativa, nel momento in cui inizierai la tua carriera lavorativa molto probabilmente, anche avendone le possibilità, non farai l’imprenditore.

In questo modo ti condannerai a una qualità della vita inferiore rispetto a quella che potresti avere sfruttando i tuoi talenti, le tue competenze e le risorse economiche che hai a disposizione.

Tutto ciò, se ci pensi bene, è un danno per te ma anche per la società nel suo complesso poiché è l’impresa che dà lavoro a chi, legittimamente, ha come massima aspirazione la sicurezza del posto fisso.

Più imprese = più posti di lavoro.

Comunque, per acquisire la giusta forma mentis e per evitare di cadere in questa trappola c’è una soluzione molto facile da seguire e cioè quella di immergersi nella lettura di libri o ebook scritti da imprenditori per coloro che aspirano a diventarlo o lo sono già e vogliono crescere ancora di più.

L’ebook che ti consiglio oggi è Da Sottozero a Imprenditore di Mihail Bria, fondatore del BriaGroup, un’azienda specializzata nella fornitura e posa di finestre e porte con sedi a Cuneo, Milano, Nizza, Roma, Sanremo e Strasburgo.

L’autore, un immigrato moldavo, racconta le strategie e le tecniche che lo hanno portato ad essere imprenditore di se stesso.

Ci sono alcuni punti del suo racconto che mi hanno colpito molto, portandomi a fare delle profonde riflessioni.

Ad esempio, quando descrive dei condizionamenti che riceviamo dall’ambiente che ci circonda.

Infatti, solitamente accade che, quando racconti la tua intenzione di aprire un’attività a qualcuno della tua cerchia di amici, un tuo amico ti elenchi tutta una serie di motivi per cercarti un posto fisso tra cui, nell’ordine, la sicurezza dello stipendio a fine mese, le ferie pagate, la pensione, a cui contrappone un lungo elenco di eventi negativi che colpiscono chi cerca di fare l’imprenditore.

Un altro passaggio molto interessante di questo ebook è quello in cui l’autore elogia il fatto di possedere poche risorse economiche quando si parte con la propria avventura imprenditoriale.

Infatti, secondo lui, l’avere troppi soldi quando si lancia un business porta a compiere grossi errori, a cui, poi, è difficile rimediare e che, in breve tempo, ti fanno esaurire tutte le risorse a disposizione e fallire.

Purtroppo, ho potuto constatare di persona che questa sua affermazione in molti casi risulta essere, tristemente, vera.

Mi è capitato, infatti, nella mia carriera di Business Designer di incontrare diverse persone sull’orlo del fallimento poiché avevano utilizzato i loro soldi per attività che non avevano portato alcun risultato e che, nel momento in cui gli si chiedeva un nuovo investimento per correggere la direzione della loro azienda, non sapevano dove trovare i capitali necessari per investire in tutte quelle azioni che al contrario gli avrebbero portato dei risultati positivi.

Quindi, il discorso dell’autore che dice che è meglio partire con pochi soldi, imparare a gestirli e piano piano con l’aumentare della propria esperienza accrescere la leva finaziaria a cui fare ricorso, non fa una grinza poiché permette all’imprenditore di migliorarsi imparando dai piccoli fallimenti a cui è andato incontro.

“La quantità di denaro che gestisce un imprenditore deve essere proporzionale alla sua esperienza”.

Mihail Bria

Invece, se ci fai caso la prima cosa che fa chi vuole lanciare un’attività in proprio è chiedere soldi a destra e a manca senza nemmeno sapere se il suo prodotto o servizio venderà o meno.

Nella testa di queste persone alberga la convinzione che basterà aprire l’attività, mettersi alla cassa e si avranno grossi incassi.

Questa mentalità poteva andare bene negli anni ’50, quando la competizione era scarsa e non c’era Internet che ha aumentato enormemente la possibilità di scelta dei consumatori.

Ma oggi, purtroppo, non è così.

I soldi arriveranno solo se si ha la giusta strategia, un ottimo brand positioning e si è pronti a lavorare duro con grande umiltà e tanta pazienza.

Altro consiglio che trovo particolarmente azzeccato è quello di partire con una srls piuttosto che con una ditta individuale, una sas o una snc per evitare di mettere a rischio il proprio patrimonio personale.

Con tutti i suoi limiti questo strumento di autoimpiego è una soluzione valida per iniziare un’avventura imprenditoriale.

Purtroppo, vi sono diversi notai che boicottano questo istituto giuridico poiché non possono trarne alcun profitto.

Infatti, per la costituzione di una srls i notai, a norma di legge, non possono richiedere alcun compenso per la prestazione svolta.

Ovviamente, chi inizia un’attività imprenditoriale non pensa di poter fallire e per questo motivo non separa il suo patrimonio personale da quello dell’impresa.

Ma questo è un grave errore di cui ci si può pentire amaramente, qualora le cose andassero veramente male.

Oltre a ciò, alcuni commercialisti spingono i loro clienti a non optare per questo tipo di società dicendo loro che, scegliendo altre forme (ditta individuale, sas, snc, impresa familiare), il compenso richiesto dallo studio per la gestione della contabilità e della parte fiscale è inferiore rispetto a quello chiesto per una srl o srls.

E siccome molte persone ragionano con una mentalità da supermercato, ovvero, sono sempre alla ricerca del prezzo più basso, questo discorso fa subito breccia nelle loro teste.

Così abbagliati dall’idea di risparmiare qualche euro mettono a rischio tutto ciò che possiedono.

Da ultimo, ti segnalo altri due suggerimenti estremamente utili tratti da questo ebook:

  1. Parti subito con la tua attività poiché, in caso contrario, il momento ideale per partire non si presenterà mai.

  2. Ascolta gli altri e fai l’opposto.

In base alla mia esperienza personale questi due consigli valgono oro.

CONCLUSIONI

L’ebook di Mihail BriaDa sottozero a imprenditore“, Bruno Editore, è un testo ricco di ottimi suggerimenti per chi vuol partire con la propria attività o, avendocene già una, vuole rilanciarla.

Risulta, quindi, una lettura caldamente consigliata.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico

[Lettura Consigliata]: Metodo Imprenditore Libero

Di recente, mio caro lettore, ho preso la buona abitudine di leggere libri scritti da piccoli imprenditori che, in Italia, hanno avuto successo nel loro business e raccontano come hanno fatto a raggiungerlo.

Faccio questo per acquisire la loro forma mentis e apprendere la loro metodologia di lavoro.

Inoltre, il fatto che queste persone abbiano raggiunto il successo con una PMI, cioè il tipo d’impresa che forma l’ossatura dell’imprenditoria italiana, e che si parli delle difficoltà tipiche del nostro contesto economico rende il modello più facilmente imitabile.

Con questo non voglio dire che non si debbano leggere i libri sui grandi imprenditori che hanno raggiunto il successo in Italia e nel mondo da cui si trae sempre grande ispirazione, bensì che, se vuoi raggiungere, il livello di questi ultimi devi porti un obiettivo più alla tua portata per, poi, scalare.

In fondo, ogni grande viaggio inizia con un piccolo passo.

Fatta questa doverosa premessa, il libro o meglio l’eBook edito da Bruno Editore, di cui ti parlerò, oggi, s’intitola Metodo Imprenditore Libero ed è stato scritto da Emanuele Rissone, il fondatore della catena Vitamin Store.

Le radici del suo successo affondano nel lontano 1985 quando all’età di 15 anni viene ispirato dalla visione di un film e da una canzone della sua indimenticabile colonna sonora.

Il film in questione è Rocky III e la canzone di cui parlo è Eye of the Tiger dei Survivor.

Lo spirito di emulazione spinge Emanuele Risssone a cercare di ottenere un fisico come quello di Sylvester Stallone.

Vivendo nell’hinterland milanese e non avendo i soldi per iscriversi in una palestra di bodybuilding s’ingegna come può.

Attacca allo stipite della porta della sua camera una sbarra per trazioni a cui si appende ogni volta che entra o che esce dalla stanza e si mette a fare un sacco di flessioni, anche su una mano sola.

In pochi mesi il suo fisico s’irrobustisce.

Già solo questa parte della sua storia è di grande ispirazione per tutti coloro che ambiscono a diventare imprenditori.

Infatti, analizzando il modo di pensare dell’autore troviamo 3 passaggi fondamentali per costruire un business di successo:

  1. Bisogna porsi un obiettivo ambizioso.

    Nel nostro caso lo scrittore si era posto l’obiettivo di avere un fisico atletico come quello di Rocky Balboa.

  2. Bisogna sfruttare al meglio le risorse che si hanno a disposizione.

    Non avere i soldi necessari per iscriversi in palestra non è stato un ostacolo così grosso da impedire a Emanuele Rissone di tentare di realizzare il suo sogno.

  3. Bisogna agire con determinazione e seguendo una strategia. Non basta avere un sogno o un’idea imprenditoriale.

    Se l’autore si fosse limitato, uscendo dal cinema, a dire ai suoi amici di volere un fisico come quello di Stallone e non si fosse adoperato per raggiungere l’obiettivo non sarebbe accaduto nulla.

METODO IMPRENDITORE LIBERO: LO SCHEMA

All’età di 19 anni Emanuele Rissone, oltre a frequentare l’università, inizia a gettare le basi del suo successo.

Dai 15 ai 19 anni, infatti, si è appassionato sia allo sport che all’integrazione alimentare che ne favorisce le performance.

Accumula informazioni attraverso le riviste di settore, come Cultura Fisica, imparando tutto ciò che può e mettendolo, successivamente, in pratica durante gli allenamenti in palestra.

Dopodiché, essendo un tipo molto preciso e puntiglioso, e avendo capito che avrebbe potuto avere un futuro in quel mercato, si mette a studiare in modo approfondito il settore dell’integrazione alimentare.

Tutto questo nel tempo libero lasciato dalla scuola.

Questa strategia gli permette di crearsi le competenze necessarie per lanciarsi nel campo della produzione degli integratori alimentari, partendo dalla camera di casa sua.

L’entusiasmo che lo contraddistingue lo porta a contattare le industrie farmaceutiche per realizzare il suo progetto di creare degli integratori alimentari per sportivi che abbiano un gusto gradevole rispetto a quelli che erano, allora, in circolazione.

Tanta è la passione che ci mette nello spiegare la sua idea ai suoi interlocutori che riesce a coinvolgerli ottenendo da loro, gratuitamente, alcuni chilogrammi di proteine e aminoacidi ramificati.

A questo punto, la camera di casa sua si trasforma nel suo laboratorio di produzione.

Dapprima, si mette a confezionare barattoli da 500g di aminoacidi ramificati e proteine in polvere che inizia a vendere agli atleti delle palestre dell’hinterland milanese.

Ed è subito un successo.

Le richieste del suo prodotto, che ha una qualità superiore rispetto agli altri prodotti in circolazione, aumentano.

Quindi torna dalle due case famaceutiche che gli avevano dato i primi campioni gratuiti e fa i suoi primi acquisti.

Ha, così, i suoi primi fornitori.

Nel frattempo, per realizzare il prodotto che, da sempre, aveva in mente trova un terzo fornitore: un’industria che produce aromi.

Anche in questo caso replica lo schema che aveva applicato in precedenza con le industrie farmaceutiche, cioè farsi dare una prima campionatura del prodotto gratis e, poi, una volta superato il test di mercato iniziare ad acquistare le quantità necessarie per soddisfare le sue esigenze produttive.

I suoi prodotti, una volta aromatizzati, hanno ancora più successo.

Un giorno, però, il suo migliore cliente lo informa che uno dei suoi atleti vorrebbe il prodotto confezionato in capsule anziché in polvere.

In un primo momento l’autore viene colto dal panico, ma subito accetta la sfida e si impegna per esaudire la richiesta.

La qual cosa porta all’ingresso di un quarto fornitore testato sempre con la procedura di cui sopra.

Il cliente rimane, talmente, soddisfatto che aumenta il suo ordine.

Il panico raddoppia.

Ma anche questa volta Emanuele Rissone riesce a soddisfare, brillantemente, le richieste pervenutegli.

La domanda del suo prodotto aumenta ancora e, quindi, l’autore è costretto ad acquistare un macchinario per confezionare le capsule.

Oramai, ha acquisito un certo slancio, ha ampliato il giro di palestre che rifornisce e iniziano ad arrivargli le prime richieste di collaborazione.

A ventun anni compiuti capisce che l’università non gli sta dando nulla e lascia gli studi.

Infatti, sta imparando molto di più su come si gestisce un’azienda dall’esperienza quotidiana.

Il nostro imprenditore ha le idee molto chiare.

Pianifica la sua linea di integratori dopo aver studiato i prodotti made in USA arrivati sul mercato italiano per trovare l’elemento differenziante da proporre ai suoi potenziali clienti.

Una volta pianificata la produzione Emanuele Rissone si rivolge a un’importante impresa di Bergamo per fare produrre la linea di prodotti che si è immaginato.

La sua passione e il suo entusiasmo sono così coinvolgenti che l’azienda accetta di entrare nel novero dei suoi fornitori.

In quel momento, si pone la questione di trovare i capitali necessari per costituire la srl, acquistare gli imballi e le materie prime.

Inizia così il tempo della ricerca dei fondi…

E qui, mio caro lettore, mi fermo per non toglierti il piacere della lettura di questo ebook suddiviso in 7 capitoli più un extra bonus e una parte dedicata agli esercizi il cui scopo è quello di darti i primi rudimenti per poter realizzare la tua idea imprenditoriale.

Se hai letto con attenzione il mio riassunto di parte del primo capitolo del libro e hai una certa dimestichezza col metodo Lean Startup elaborato da Eric Ries, nel 2008, avrai notato che Emanuele Rissone, senza saperlo, ha approcciato il suo progetto seguendo questa metodologia.

Infatti, ha creato un Minimum Viable Product (MVP), cioè un prodotto basico e via via lo ha migliorato seguendo i suggerimenti dei suoi clienti.

Inoltre, una volta creata una procedura vincente l’ha replicata tutte le volte che si rendeva necessario (come, ad esempio, nel caso della ricerca e acquisizione di fornitori).

CONCLUSIONI

Questo eBook, a mio avviso, è un’ottima lettura sia per chi sta iniziando il suo percorso imprenditoriale sia per coloro che sono già imprenditori e vogliono semplicemente migliorarsi o avere delle conferme.

Ovviamente, non basta la lettura di un libro per replicare il successo del suo protagonista.

Ma se si trova il contenuto interessante e utile, il mio consiglio è quello di leggere molte volte il testo fino a quando non si è assimilato i concetti che ci servono e si riesce ad applicarli in modo automatico.

* * *

A questo punto, mio caro lettore, non mi resta che salutarti e darti appuntamento al prossimo post.

Ma prima di lasciarti ti invito a iscriverti alla mia Newsletter, “Fai Decollare Il Tuo Business!“, in cui pubblico consigli utili per coloro che vogliono aprire una nuova attività che sia solida e sostenibile nel tempo oppure per chi ce l’ha già e, semplicemente, vuole rilanciarla o vuol far crescere il suo fatturato.

Infine, se ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividi questo articolo coi tuoi amici. Grazie!

E ricordati:

Sii indipendente, reinventati e fai la differenza!

Federico